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Cenere e lapilli

Nome impegnativo, Lacryma Christi, non c’è che dire. Poi ci pensano l’innata scorrevolezza e il potere dissetante del vino ad umanizzarne l’ombra vagamente penitente e inquisitoria.
Sottilmente fruttato, punteggiato da minute infiorescenze, di trama linda e alcol morigerato, questo LC 2018 gioca la sua partita sulla freschezza, che è freschezza di sapore più che acida, e su un andamento impettito e flessuoso al contempo, dal timbro “nordico”, rarefatto, finto-semplice.

Ma poi c’è quel sottotraccia. Dapprima lo cogli sullo sfondo, come una velatura, poi sempre più in evidenza, e diventa manto: sono le inconfondibili note affumicate, il timbro di una terra alle falde del vulcano. La sua terra.

La Campania è una fucina di vini che non scordi, anche quando percorrono le strade della semplicità. C’è sempre qualche cosa che li marca, e quel qualcosa sa di buono.
Vincenzo Ambrosio, fondatore di Villa Dora, la prima volta lo conobbi ad un Vinitaly di 10 anni fa. Signore d’altri tempi, garbo antico e cortesia non affettata, mi sorprese con certe sue vecchie annate di Lacryma Christi Vigna del Vulcano, che trovai particolarmente integre ed evocative. Una sorta di nobilitazione di vitigni tradizionalmente gregari come coda di volpe e falanghina.

La sua passione mi parve sincera, così come il suo invito ad andare a trovarlo, reiterato più volte. Non sono ancora andato a Terzigno, a un passo da Pompei, nella sua amata Villa Dora dedicata alla moglie. E questo è un ennesimo errore dello spirito.

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