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“Chianti Classico e figlio di mezzadro”, il libro. Direttamente dal cuore (di un chiantigiano)

Ho deciso di rileggerlo. Dall’inizio. Proprio ora che si sta avvicinando la terza ristampa (con aggiornamenti). Perché nel rileggerlo torna l’illusione che il Chianti ancor di più possa appartenermi. Ed io con questa sensazione in testa mi sento bene. Quindi l’ho fatto per me.

E’ un libro, questo, dove ogni parola viene da dentro, un patchwork all’apparenza anarchico nella scansione dei temi e nella alternanza dei toni narrativi, ma che nel flusso appassionato del racconto, nel tracciare così limpidamente la pura verità storica, ritrova d’incanto una sua unità, una sua coesione e, quel che più conta, una reale forza evocativa.

E’ la storia del Chianti, inteso come territorio, e del Chianti Classico, inteso come vino, dagli albori alla contemporaneità. Con i privilegi, le potenzialità, le glorie e le contraddizioni. Racconta le trasformazioni del tessuto economico sociale avvenute in un territorio a forte vocazione agricola. Racconta con sguardo riconoscente e rispettoso i suoi contadini. Il tutto intrecciandosi, o meglio intersecandosi, con l’autobiografia di un chiantigiano doc -l’autore, per l’appunto-, figlio di mezzadro e nipote di sensale.

Silvano Formigli, da Mercatale in Val di Pesa, è un nome molto conosciuto nell’enomondo, soprattutto da certe generazioni tipo la mia. Perché con la sua Selezione Fattorie, a partire dai primi anni Novanta, si inventò una modalità di rappresentanza e commercializzazione vinicola (e oliandola) a suo modo originale, puntando su un repertorio costruito esclusivamente su imbottigliatori all’origine, ovvero su viticoltori proprietari delle proprie vigne e produttori del proprio vino; realtà prevalentemente a carattere artigianale, spesso capaci di guizzi autorali, dove il vincolo professionale con l’agenzia arrivava inevitabilmente a toccare corde più profonde attinenti le relazioni umane. Dove a “suonare” erano concetti come il rispetto, la comunanza, la condivisione, l’amicizia.

Prima di allora, in verità, si era già fatto un nome, e fu proprio quell’esperienza ad aprirgli le porte della notorietà: perché grazie a lui esplose, negli anni Ottanta, il mito del Castello di Ama, dove Silvano svolse il ruolo di direttore commerciale per circa un decennio, una azienda che sarebbe andata ben presto ad occupare i gradini più alti della gerarchia chiantigiana.

Questo libro invece è il suo primo parto da scrittore, ora che è arrivata per lui l’età della pensione. Totalmente autoprodotto, fortemente voluto, qui il flusso narrativo è come un fiume che raccoglie diversi affluenti. Uno dei più importanti, a mio avviso, è quello dedicato alla mezzadria, dove il piglio realista del racconto restituisce alla vita dei mezzadri e delle loro famiglie un’epica grandiosa, di struggente valenza poetica e affettiva, oltreché sociologica.

E poi, un libro che racconta ciò che è stato dal punto di vista di una testa pensante, non può farsi mancare ciò che si vorrebbe che sia. In questo caso i desideri che Silvano spererebbe di veder realizzati prima di morire: dalla zonazione del Chianti Classico ( tema annoso ancora al centro del dibattito all’interno delle istituzioni che governano la denominazione d’origine) alle etichette parlanti per l’olio extravergine di oliva, dalla chiara distinzione di merito e di pertinenza fra chi imbottiglia all’origine e chi no alla istituzione di un museo chiantigiano delle tradizioni popolari, dalla riscoperta del grande patrimonio dei vini dolci e passiti alla rivalutazione del carrello dei distillati, fino ad un logo nuovo per il suo amato Chianti Classico, che tenga in conto la verità storica, e un simbolo che si chiama Gallo Nero da settecento anni.

In questa ottica per così dire propositiva si inserisce anche il capitolo dedicato a ciò che da commensale desidererebbe trovare oggi in un ristorante del Chianti. Ma è solo per amore se due capitoli del libro vengono dedicati rispettivamente al Vinsanto e all’olio extravergine di oliva. Simpaticissima poi la raccolta dei proverbi chiantigiani, favoloso il glossario dei termini dialettali in uso nel territorio, istruttivo quello sui vitigni toscani, estrapolati dai vecchi dipinti settecenteschi di Bartolomeo Bimbi.

Il libro ti proietta nelle pieghe del Chianti, quelle gloriose e quelle controverse. Ti fa venir voglia di lui. Questo fa. C’è tanta verità, tanti aneddoti, tanto vissuto. I pensieri appaiono limpidi, espressi con semplice linearità di parola. Ed è nella linearità che vi rintracci non soltanto il buon senso di sana matrice contadina, non soltanto la concretezza, ma anche una incontestabile lucidità intellettuale nel guardare al bene esclusivo di un territorio, e di un vino, tanto amati. Affinché possa rifondarsi su un appeal commerciale importante quanto lo è stata la sua lunga storia. Affinché non si ripetano gli errori commessi nel passato.

La sincerità trasuda da ogni riga. In fondo, unire Chianti e sincerità è tutto quel che serve.

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“Chianti Classico e figlio di mezzadro” – Silvano Formigli –  pagg. 283  € 15,00

Per prenotazioni scrivere a: silvano.formigli@selezionefattorie.com

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