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Il cuore oltre l’ostacolo: raccontare e respirare

Che Natale sarà questo del 2020? Come lo vivremo in questo anno così strano per tutti noi? La settimana scorsa abbiamo iniziato a individuare una serie di parole che possono essere utili per “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, per trasformare un momento di difficoltà in occasione di ripartenza.
Abbiamo iniziato da due valori: Parlare e Ricordare.

In questa seconda parte aggiungiamo altri tasselli (racconti, ricordi, fotografie) che definiscono altri valori importanti, da non perdere di vista verso il Natale… e oltre!

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Raccontare

… stavo rannicchiata al calduccio del camino, ma le voci della nonna e della mamma mi ricordavano che era il momento di avviarci alla messa di mezzanotte. Per una vecchia usanza famigliare, prima di arrivare in chiesa passavamo dalla zia, dove in una bella stanza riscaldata da una cucina economica trovavamo il bollitore d’alluminio con l’acqua già pronta con cui preparare il ponce che ci avrebbe riscaldato. Per i grandi due parti di Mandarino e una di acqua con una buccia di limone, per i piccoli spremuta d’arancia invece del liquore… Ponce, baci e abbracci per farsi gli auguri e poi, imbacuccati, di corsa in chiesa, dove io sedevo nel coro. Per noi ragazzi era una festa cantare, e il primo Alleluia sembrava che volasse diretto in cielo.

Finita la messa ci prendeva l’entusiasmo della festa e si correva nella piazza del Duomo per augurare a tutti un Buon Natale. Poi suonava il richiamo solito, “bimbe a letto che la mattina viene presto”, e si tornava a casa già contenti perché al mattino avremmo fatto una bella colazione, e poi ci attendeva il pranzo di Natale! Felici ci si infilava a letto, dove il trabiccolo con lo scaldino pieno di brace aveva già intiepidito le lenzuola.

Crostini di fegatini, la specialità della nonna, tordellini in brodo, che anche io avevo preparato il giorno precedente. Poi gallina ripiena e giardiniera sottaceto, per iniziare i secondi, che continuavano con un bel fritto di carciofi e gobbi (cardi n.d.r.), agnello e pollo, croccante e saporito.

Al termine il marzapane, preparato con zucchero, mandorle e chiari d’uovo secondo una ricetta tramandata da madre a figlia, a quei tempi lungo da preparare se pensate che si doveva partire sbucciando le mandorle, un altro dei miei lavori della vigilia.

E i regali? Niente regali! Era la befana che li portava, concludendo il bel periodo delle feste invernali.

Racconto di Maria Pelletti – “La cucina del gallo

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Respirare

In principio era Ugo. Erano forse dieci anni fa, forse qualcuno di più. Un post-it sul frigo di Paolo, sempre bello essere ospitati da lui nelle mie trasferte milanesi. Un post-it con scritto sopra “UGO”, nient’altro.

“Oh Paolo, ma chi è Ugo?”

“Non chi è, ma cosa è! Ho fatto il lievito madre, l’ho battezzato con quel nome perché sembra una cosa vivente, e devo ricordarmi di rinnovarlo ogni due o tre giorni. Così ho messo il foglietto. Guarda che bel pane che ci faccio!”

La scintilla era scoccata. Torno a casa, ne parlo alla mia mamma (la Maria della “La cucina del gallo”) che da sempre aveva il sogno di panificare. La Maria chiama Paolo e coinvolge Teresa, la vicina di casa, infaticabile cuciniera. Paolo scende in Toscana con un po’ del suo tesoro e da allora il venerdì si fa il pane! Ma non è stato così semplice, le prime prove un po’ deludenti, l’attività di spionaggio della Maria e della Teresa, sempre alla ricerca della giusta ricetta, al mulino o dagli amici contadini che il pane una volta alla settimana lo ricordano bene, e qualcuno lo fa ancora.

Più acqua, diversa farina, il forno più caldo, no, più freddo. “Si impasta alle sei”, “ma non è troppo presto?”, “ma i contadini fanno così”, “sì ma perché loro vanno nei campi!…”…e via dicendo. Poi l’aggiunta delle patate all’impasto come da tradizione versiliese e, nel frattempo, Ugo che si moltiplica e diventa adolescente (oggi ha quattordici anni), e si diffonde tra amici e conoscenti, anche oltreoceano.

Il pane della Maria e della Teresa, sempre più buono, ormai se lo contendono quei fortunati che riescono ad arraffare uno dei pochi che avanzano, dopo la distribuzione tra parenti e amici stretti. Sono diciassette, diciotto pani, ogni venerdì. Anche per me è un appuntamento fisso, io arrivo alle otto di mattina, la Teresa ha già preparato il lievito, la farina, le patate.

Io impasto, il primo impasto, mentre la Maria versa l’acqua e il sale. Poi ci dividiamo io e la Teresa, mezza pasta per uno, scambiandocene la metà di tanto in tanto, per rendere tutto omogeno. Infine copriamo il bell’ammasso di pasta (oltre venti chili?) e lasciamo lievitare. Io saluto e torno al lavoro. Il resto è storia di mani di donne sapienti: il fuoco, la divisione in pani, la terza lievitazione, la cottura e, tutti i venerdì, la meraviglia del pane caldo e profumato quando torno a prendere quel che mi spetta.

Luca Bonci

Si impasta il pane

Le mani e i pani

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