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Trovare quello che non c’è

Fuori dalle restrizioni della zona rossa, e nel pieno rispetto delle disposizioni di cui al Decreto Legge numero 172 del 18 dicembre 2020 – detto anche “Decreto Natale” – qualche sera fa ho semicenato a casa di amici appassionati di vino. Scrivo semicenato perché, dovendo  ovviamente rispettare il coprifuoco delle ore 22, abbiamo anticipato il pasto a un orario teutonico, cioè alle ore 19.

Con particolare fierezza il mio ospite ha sfoderato una bottiglia stagnolata che ha descritto preventivamente come “di grande pregio”, sfidandomi a indovinare di che cavolo di uva, terroir, azienda, nazione, continente si trattasse.

Il colore era giallo di media pienezza e luminosità. Si trattava quindi di un bianco: e fin qui mi sentivo sicuro delle mie deduzioni.
I profumi erano marcatamente minerali e si succedevano in raffiche ravvicinate: iodio/roccia sfregata*/alga marina/alga non marina/nafta/squama di pagello**. Dopo – o meglio in stratificazione con –  questa corrente odorosa si coglieva un trenino colorato di note agrumate: arancia, limone, pompelmo, eccetera.

Al gusto nessuna sorpresa rispetto alle attese generate dalle sensazioni precedenti: era un bianco molto sapido/salino/salato, più ancora che fruttato/agrumato. Nonostante la forza propulsiva e la compattezza del timbro minerale, un lieve spiffero alcolico suggeriva una terra non molto nordica (o un’annata molto calda). In buona sostanza, poteva trattarsi di molti bianchi diversi, sia italiani che stranieri. Dopo una pausa ad effetto durata circa venti minuti, ho scandito: “potrebbe essere un Fieno di Ponza Cantine Migliaccio”.

No”, ha replicato il mio amico, “non siamo nemmeno in Italia. Però è il vino di un’isola”.

Mi sono prestato volentieri a questo quiz, caro Rotenio***, perché oltretutto così abbiamo evitato il Monopoli. Però sono sempre stato una sega nell’indovinare i vini alla cieca, quindi direi di saltare i prossimi passaggi e di andare direttamente al nome”.

D’accordo, come vuoi, è un bianco greco dell’isola di Santorini: per l’esattezza un Santorini Pyritis Mega Cuvée Cantina Artemis Karamolegos del 2017.”

Che sorpresa. Un bianco greco. Ecco perché non lo trovavo. Ai tempi del Liceo Classico, quando si facevano le versioni di greco, in una frase per prima cosa bisognava trovare il verbo. Ma nessuno ci riusciva, semplicemente perché il verbo non c’era. In nessuna frase. Oppure, se il verbo c’era, non era di alcun aiuto, visto che per il noto vocabolario Rocci poteva significare qualsiasi cosa (“apro, chiudo, scendo, salgo, vado in esilio, muovo guerra ai cartaginesi, separo il grano dal loglio, dormo di pomeriggio, ferro il mio cavallo, e via andare”).

Non aver indovinato non mi ha quindi creato alcun problema di autostima. Il bianco Pyritis Mega Cuvée, quanto a lui, è risultato davvero notevole. Da vigne di assyrtiko su piede franco, vecchie di cent’anni e oltre, prodotto in quantità confidenziali (sei/settemila bottiglie annue), ha la luminosità e l’energia di un grande bianco mediterraneo, senza zavorre alcoliche o surmature.

E in fondo non è molto diverso dal Fieno di Ponza Cantine Migliaccio.

 

* per non scrivere la solita pietra focaia
** per non scrivere la solita ostrica
*** nome di fantasia (ma va’?)

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