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I vini del mese e le libere parole. Dicembre 2020

Questa rubrica mal si accorda coi tempi dettati dal Coronavirus e dalla fitta gragnola dei lockdown. Per “statuto” scaturisce dai momenti di condivisione, di convivialità, di incontro. E dai vini realmente bevuti (sì, bevuti) in compagnia. Quella è la culla delle libere parole.

Negli sprazzi di giallo-colore consentiti dai regolamenti nazionali, a dicembre scorso è successo pure di potersi ritrovare. Sporadicamente, faticosamente: un ritrovarsi piccolo, ma un ritrovarsi.

Nei periodi di festa poi, ci è venuto in soccorso qualche scampolo di condivisione “obbligato”, da trascorrere assieme allo zoccolo duro della complicità esistenziale, quest’anno intepretato e vissuto come manna.

Ecco, forse è proprio a causa di questa eccezionale, forzata e super centellinata intimità relazionale, così rarefatta e disciolta dalle circostanze e dai distanziamenti, che i vini condivisi e raccontati nel mese di dicembre 2020 si avvalorano di un significato ancor più speciale. Sono i testimoni silenti di un qualcosa che vorrebbe pulsare, acceleratori di speranze, istanti di preziosa “normalità” strappati alle nostre solitudini. Piccole àncore di salvezza da tenere strette tra le mani nell’attesa che si arrivi a un porto.

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Champagne Dom Pérignon Vintage 2008

Di fronte agli spumanti, Champagne compresi, vengo accerchiato dai pregiudizi. E sì che li immaginavo definitivamente sopiti, i pregiudizi. E invece eccoli lì che ritornan su come acqua gassata. Quasi che per conquistarmi alle proprie ragioni, questa tipologia di vini debba “lavorare” il doppio.

Dentro una bottiglia di spumante ci deve essere un vero e proprio innesco per divellere le mie incrostazioni; qualcosa che scarti di lato rispetto alla consuetudine ad esempio, oppure qualcosa di così forte e chiaro da farsi indiscutibilmente evidenza, con la stessa risolutezza probatoria di un atto notarile.

La circostanza  di affrontare le festività con un Dom Perignon fra le mani – di annata importante, peraltro – potrebbe prefigurare di già una buona dose di “sboronaggine”, un’aura ambigua di normalizzazione eno-fighetta.

Ecco, nulla di tutto questo se a parlare è il D.P vintage 2008, da cui emerge una statura autorale assai distante dallo stile che avevo apprezzato fin qui, tutto resine, legni, dolcezze, burri, nocciole e morbide voluttà.

Qui hai un’ampiezza gustativa, uno scintillio di materia, una saldezza e una intensità senza mediazioni. Qui hai gioventù fremente e viva.

Al punto da arrivare a pensare che Dom Perignon possa essere indiscutibilmente molto buono. E che onorare le feste (e l’amicizia) in sua compagnia non significhi chiamarsi fuori dai concetti laicamente santi del coinvolgimento e della complicità.

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Barbaresco Asili 2016 – Cascina Luisin

31/12 /2020 – ore 21,30
Il ruolo di traghettatore è oltremodo responsabilizzante. Soprattutto se dal vecchio intendi approdare al nuovo. Per quanto riguarda il traghettato, l’attitudine deve essere a fidarsi: fidarsi del traghettatore, ma anche del nuovo.

Io di lui già ne conoscevo le gesta. L’ho desiderato, l’ho finalmente rintracciato e poi mi ci sono affidato. E lui, semplicemente, mi ha fatto volare via da qua.
Più che un vino uno spirito-guida.

Al Barbaresco Asili ’16 di Cascina Luisin il concetto di eleganza gli va persino stretto: non riesce a contenerlo, ad abbracciarlo, a descriverlo per intero. Lui è oltre, la sua bellezza contempla l’incanto, ed è tutto ciò che serve.

La suggestione è una brutta bestia, lo so, anche se a volte ti fa star bene da dio, ma che questo vino sia uno straordinario conseguimento lo gridano i venti, ed è evidenza allo stato puro.
Ineludibile, indimenticabile, da qui al futuro.

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Barolo Rocche Rivera 2016 – Figli Luigi Oddero

Dinamica, articolazione, temi & sottotemi, equilibrio impeccabile, scorrevolezza piena di senso e mano angelica, a nobilitare la parcella forse meglio esposta del vigneto Scarrone di Castiglione Falletto, la gloriosa Rocche dei Rivera.
La scia agrumata è l’ultimo lascito (in ordine di tempo) di un vino di splendente nitore.
Ah, e la 2016 un’annata coi fiocchi.

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Colli Euganei Rosso Gemola 2013

Conobbi Vignalta tipo 25 anni fa, ma forse anche di più. Non proprio ieri, insomma.
Non accadde nei luoghi suoi di appartenenza, ossia nei Colli Euganei, bensì a casa mia, e questo grazie alle iniziative dell’allora attivissima delegazione Versilia dell’Associazione Italiana Sommelier (AIS), che ogni anno metteva in piedi il Premio Versilia all’interno del chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta, lì dove erano solite confluire un bel po’ di cantine d’autore, note e emergenti, provenienti da ogni regione dello Stivale, e lì dove ero solito bivaccare io, ustionato dalla passione.

La mia giovanile immaginazione si invaghì – chissaperché – di un inusuale Pinot bianco in salsa padovana chiamato Agno Casto, per poi restare letteralmente folgorata dall’allora misconosciuto Moscato Passito Fior d’Arancio, la cui dolcezza mi parve puro conforto.

Solo successivamente conobbi i rossi della casa, vero focus aziendale: solidi, dettagliati, precisi, cesellati, e scoprii come i Colli Euganei costituissero uno dei territori più storici e vocati per i vitigni d’ascendente bordolese, coltivati in quelle zone da tempi non sospetti. Il Gemola di Vignalta, da lì a poco, ne sarebbe diventato uno dei fari più luminosi.

Lo bevo di nuovo oggi che sono passati lustri. E lui altri non è se non la traduzione letterale della parola “ineccepibile”. Di più, ineccepibile con qualcosa di implacabile sotto, tipo la giustezza.

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Barolo Falletto Vigna Le Rocche 2013 – Bruno Giacosa

Signorile, profondo, compassato, elegantissimo. Suggestioni minerali e di erbe aromatiche fanno da sfondo a una bocca stratosferica per ampiezza, spinta e trasparenza espressiva, solcata da un tannino nobile e puntiforme. Sulla scia sentori di agrume rosso e bergamotto.
Inarrivabile.
Giacosa.
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Barolo Brunate 2010 – Giuseppe Rinaldi

Luminoso Brunate 2010 di Beppe Rinaldi, tutto carattere e caratterizzazione. Grip, progressione, allungo, sorretto da una impalcatura tannica nobilmente austera, la cui profondità crea eco.

Fu alle Brunate che Beppe Rinaldi mi portò la prima volta. Arrivammo che era già tramonto, il tramonto di un gennaio freddissimo e tersissimo di venti anni fa.
Dalla contentezza ricordo le stelle accendersi prima del tempo, e la sensazione di non toccare terra coi piedi.
L’ultima volta invece fu al telefono: con l’italiano migliore che avevo per cercare di giustificare l’impossibilità a rispettare l’impegno preso da lui quella mattina stessa, causa inderogabili problemi gastrointestinali.
E lui, con mirabile sintesi, quasi a togliermi dall’imbarazzo: ” ma che hai avuto, il cagòtto?”. E giù a spiegarmi i suoi rimedi contro il cagòtto.

Fra le Brunate della prima volta e il cagòtto dell’ultima, in mezzo ci stanno 50 sfumature di Beppe Rinaldi. Tante per quante volte ci siamo visti, in cantina o sul balcone di casa.
Che poi io lì ci andavo per il piacere di starlo a ascoltare, mica per altro. Gli ero simpatico, e con lui potevi aprirti e parlare del mondo.
Beppe Rinaldi è stato un vignaiolo consapevole, il pensiero critico per eccellenza e il mio privilegio di Langa.
La figlia Marta un giorno mi donò un biglietto-ricordo di Beppe. Sul retro riporta uno dei suoi mitici scarabocchi. Io lo tengo fra le cose più care, in bella vista sul mobile buono di casa.

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Chianti Classico Riserva 2009 – Val delle Corti

In perfetto equilibrio, checchennedica l’annata calda da cui discende.
Lì dove le minuzie di cui sa farsi dote, e quella sua aromaticità così pura e trasparente, si coagulano nell’incanto di un vino sospeso, la cui forza si traduce in grazia, la cui dolcezza è tutta del frutto, la cui trama è un respiro leggero.
La complessità si fonde con l’istinto, e tu non sai che scegliere. Quel che è certo, è che il Chianti Classico Riserva 2009 di Val delle Corti onora la terra sua indossando l’abito della autenticità.
Irradiante era, e irradiante rimane.

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Barolo Bricco Boschis 2008 – Cavallotto Tenuta Bricco Boschis

Ai Barolo della famiglia Cavallotto (alle Riserve soprattutto, e al Bricco Boschis Vigna San Giuseppe in particolare) mi lega un affetto antico, costellato da ricordi indelebili.
L’ultimo in ordine di tempo vide a protagonista un immortale Riserva VSG 2001, bevuto alla Locanda Mariella di Calestano, rifugio del cuore. Mi scombussolò di meraviglia.
Addirittura ci fu un tempo in cui pensai di aver toccato i vertici, quanto ad espressività e statura autorale, e questo grazie alla compagnia dei vini di Alfio Cavallotto.

Seguirono anni di inattesa incomprensione. Sembra strano ma andò così. E accadde proprio nel periodo in cui va ad incasellarsi questo Barolo Bricco Boschis 2008, che in gioventù mi ispirò assai poco del fulgore di un tempo. Ma non solo, anche i celebri Riserva parvero attraversare una fase interlocutoria, nella quale non riuscivo a ritrovarci il bandolo.

Oggi, finalmente, a distanza di anni, BB 2008 lascia lampeggiare un brillio di personalità, sotto la scorza austera figlia dell’annata .
Il vino ben si diffonde, possiede il respiro della classicità. E se non è supportato da un finale indimenticabile, e se si concede persino un rivolo amaricante, ritrova invero la proverbiale solennità, con il passo signorile e cadenzato che è poi la sua cifra, il suo marchio, la sua firma.

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Barbaresco Riserva Rabajà 2008 – Giuseppe Cortese

Il Barbaresco Riserva Rabajà 2008 di Giuseppe Cortese non fa una piega al tempo. Tale era e tale è rimasto: uno scrigno di sale, un monolite di altera signorilità, un antro profondo in cui tutto rimbomba.

Il Barbaresco Riserva Rabajà 2008 di Giuseppe Cortese traccia le rotte da qui al futuro. Difficile immaginare il tempo in cui la sua parabola evolutiva piegherà all’ingiù. Più facile immaginarlo come il ramo di una iperbole, a rincorrere eternamente il suo punto di fuga.

L’aggettivo “imo”, croce e delizia dei vecchi cruciverba, trova in lui la sua trasposizione letterale.
E’ più fondo del fondo, ecco che c’é.

 

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Passito di Pantelleria Decennale 2009 – Ferrandes

Spunta il sole. Il bello è che sta piovendo.

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Immagine di copertina: “la botella de vino” di Joan Mirò

One Comment

  • Roberto Crocenzi ha detto:

    grazie Fernando, non dico che mi sembra di poterli assaporare (magari) i vini che hai descritto (mi hai fatto rivivere la gioia di aver avuto l’onore di essere accolto a casa da Beppe Rinaldi una quindicina di anni fa, io illustre sconosciutissimo), ma il cervello lavora tanto e produce energie positive. Poi se rileggo i testi (sono un po’ lento di comprendonio), le energie positive fluiscono ancora meglio. Grazie di cuore, e Buon Anno!

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