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Dolcetto blues

Ché poi mica ancora me la spiego, tutta questa dimenticanza verso il Dolcetto sui mercati del mondo. Perché lui, il Dolcetto, avrebbe tutto quel che serve per farsi desiderare: versatilità, piacevolezza, identità, prezzo.

Io ad esempio, quando bevo Dolcetto, ho sempre di fronte a me l’immagine di Beppe “citrico” Rinaldi, indimenticato e indimenticabile vignaiolo di Langa, che al ristorante Brezza di Barolo ordina gli agnolotti del plin per declinarli alla sua maniera, ovvero affogarli in una tazza di Dolcetto e sorbirseli così, alla contadina.
Ebbene io, in quel gesto ancestrale così desueto e così avulso dalle regole non scritte delle buone maniere del gusto, ci ho sempre visto qualcosa di commovente.

Non lo dimentico, così come non dimentico questo Dolcetto d’Alba ’18 di Burlotto, con il quale ho inteso festeggiare il ritorno alla tavola in posizione assisa, dopo un mese e mezzo di letti e orizzontalità.
Del Dolcetto trattiene l’essenza, e te la dà. Con uno speciale garbo però, portato in dote dalla mano angelica del vinificatore e da un tenore alcolico morigerato e accorto in grado di instradarne la trama nel verso della leggerezza, dove tutto passa librandosi, sia pur intriso di sapore.
Sì, il mio Dolcetto di oggi è come ripassare dal via senza pagare pegno.

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