Digita una parola o una frase e premi Invio

Io e il Brunello di Montalcino, guardandoci dritto negli occhi. Brunello 2016 e Brunello Riserva 2015 a confronto

Oggi più che mai la sensazione prevalente è che su Montalcino siano andati a conficcarsi tutti gli sguardi ammirati del mondo. Certo la doppietta sequenziale costituita dalle annate 2015 e 2016, considerate ottime quando non eccezionali, ci ha messo del suo, ma non è soltanto questo, sembra proprio che nella ruota delle infatuazioni la lancetta si sia finalmente arrestata sulla casella di Montalcino; sembra che tocchi finalmente a questo territorio, ai suoi interpreti e ai suoi vini, occupare gli scranni alti della notorietà in un tripudio generalizzato di osanna, più di quanto non sia mai accaduto in passato. Nel frattempo, il tam tam comunicativo delle istituzioni preposte alla tutela e alla valorizzazione del marchio rispolvera il refrain tanto atteso: l’incremento delle vendite di Brunello sui mercati del mondo, probabilmente dedotto dal numero di fascette emesse dal consorzio, in sensibile aumento.

D’altro canto, i giudizi espressi fin qui da parte di comunicatori vari & assortiti, stampa di settore e critica enologica riguardo alle annate 2015 e -soprattutto- 2016 sono accomunati da un generalizzato giubilo. Te ne accorgi dalla esplosione dei punteggi roboanti. Le scale centesimali, tanto care alla vecchia scuola, mostrano il fianco di fronte all’avanzata di un più esaltante ed esaltato “fuori scala numerologico”, mentre all’orizzonte appare ormai probabile l’approdo alle scale millesimali ( “mille millesimi”, direbbe l’ingegner Cane, celebre macchietta interpretata un tempo dal comico Fabio De Luigi). Ironia a parte, i giudizi sulla quasi totalità dei Brunello 2016 e Riserva 2015 sono magniloquenti, salvo sporadici bemolle o distinguo.

Perciò è con animo colmo di aspettative e good vibrations che sono tornato a Montalcino per una ricognizione profonda ed esauriente delle annate in gioco. Oggi, dopo aver esperito l’esperibile e alla luce dei 260 brunelli degustati e rimuginati, mi sento finalmente in grado di aggiungere la mia flebile voce al coro assordante delle voci. Ma c’è bisogno di ordine.

Iniziamo dal Brunello di Montalcino 2016. L’annata, se non è stata decantata come la migliore di sempre, poco ci manca. Sicuramente come la migliore del primo ventennio del nuovo secolo. Ora, se il buongiorno si vede dal mattino, ricordando (e ancora godendone) i tanti vini eccellenti prodotti in questo millesimo, chessò, nel territorio del Chianti Classico, non ho motivo di dubitare di cotanta affermazione. Dal punto di vista dell’andamento stagionale, niente di meglio per un vitigno a vocazione tardiva come il sangiovese, quando nasce in una terra così. Ma proprio perché ci troviamo in una terra così, dove la piena maturazione del frutto è garantita sempre e comunque, e ancor di più sotto questi chiari di luna climatici, prima di parlare del bicchiere mezzo pieno – che c’è, esiste e lotta insieme a noi – vorrei mettere sul piatto dei ragionamenti una riflessione che agli occhi miei appare ineludibile: riguarda l’alcol, il temperamento alcolico, la sensazione pseudo-calorica nei vini, e quindi il loro equilibrio.

Perché uno dei leitmotiv (non il solo, ovviamente) che tende a caratterizzare larga parte dei vini di questa denominazione, e che pure accomuna molti distretti vitivinicoli d’Italia ( non ultimo la Langa dei Barolo e dei Barbaresco), è quello di un leggibile calore alcolico, in grado di ledere non tanto e non solo la compiutezza del sorso, quanto la disinvoltura di beva.

Una circostanza -in parte inevitabile- che investe la campagna, la tipologia degli impianti e le loro densità, l’approccio agronomico posto in essere, giù giù fino alla cantina, e che ritengo costituisca la reale emergenza per qualsivoglia viticoltore contemporaneo, non soltanto montalcinese, che si trovi a lavorare alle nostre latitudini, su cui ognuno dovrebbe metterci del suo per correre ai ripari e rintuzzare gli eccessi.

Non è solo il fatto che una larga fetta di vini, anche a fronte di una annata regolare e bella come la 2016, registri un 14,5° in etichetta ( che poi potrebbero significare 15 gradi effettivi), o che addirittura un 20% dei vini assaggiati riporti stampigliato un bel 15°, il fatto è che nel bicchiere la apprezzi sul serio, tutta questa alcolicità. Con le sue immancabili conseguenze: tendenza dolce e stucchevole nell’impasto dei sapori, larghezza di trama più che lunghezza, sensazioni eteree, smussata freschezza …. Cosa dovremmo aspettarci, allora, nei Brunello prossimi venturi discendenti dalla siccitosa e iper-calorica 2017?

Il bicchiere mezzo pieno invece poggia su due pilastri: l’annata, per l’appunto, e il “manico”, ovvero la consapevolezza tecnica ormai raggiunta dalla stragrande maggioranza dei produttori di Montalcino, aspetto quest’ultimo grazie al quale si riesce a rintuzzare decisamente meglio, rispetto a un tempo, il “gap territoriale”, dal momento in cui si contano anche siti e versanti non propriamente all’altezza di altri.

Nel primo caso l’annata ha apportato un pregevole grado di reattività nei vini, lo senti, e ancor di più se raffrontata con la vendemmia 2015, di cui parleremo più sotto. Le componenti dure in genere fanno la loro parte, come si addice a vini da considerarsi giovani: l’acidità batte un colpo, il tannino anche, e il tutto acquisisce un’aura di confortante tonicità che fa ben sperare per il futuro evolutivo. Diversi i casi, vivaddio, in cui questi contributi riescono a ben bilanciare l’alcol, sortendo risultati brillanti e altamente significativi. Insomma, quando becchi la bottiglia giusta, e ve ne sono più di un po’, la qualità intrinseca dell’annata tende a spostare verso l’alto la qualità percepita.

Nel caso dei “manici” però non resta che ripetersi: spesso fanno la differenza. Perché in questo caso entrano in gioco le proporzioni. Se prendiamo a riferimento l’intero orizzonte produttivo ilcinese, che nel mio caso si è tradotto in 170 Brunello 2016 di 130 aziende diverse, ci accorgiamo che i vini buoni sono più buoni del solito, d’accordo, le incertezze grammaticali ridotte al minimo sindacale, d’accordo anche su questo punto, ma  – mi chiedo – i vini davvero rappresentativi di una denominazione blasonata e importante come questa (a margine, ma neanche tanto, ricordiamoci che il prezzo dei Brunello sul mercato è in sensibile aumento, e rende la maggior parte di queste bottiglie irraggiungibili ai più) sono davvero così tanti? Perché dalle ricognizioni svolte si evidenziano sì una sessantina/settantina di etichette oscillanti dal più che buono all’eccellente, spesso appannaggio dei soliti artefici, peraltro, ma per il resto potremmo ben parlare di medio cabotaggio e media caratterizzazione. E’ poco? E’ tanto? Ditemi voi.

Infine, se da un lato registriamo con piacere un apprezzabile fermento che sta portando all’emersione di nuove firme e nuove consapevolezze, oppure di firme “antiche” rivitalizzate da una impronta stilistica di più luminosa espressività rispetto alle “confezioni obbligate” di un tempo, dall’altro i terroir e i talenti in gioco sanciscono distanze, non c’è niente da fare, facendo apparire ancora troppo sensibile il divario esistente fra chi è solito procedere in testa al gruppo e il nutrito stuolo degli “inseguitori”.

___§___

Invece, dall’assaggio dei 90 Brunello di Montalcino Riserva 2015 (e selezioni), il primo elemento venuto a galla, in un confronto diretto e just in time con l’annata 2016, è l’acidità, in questo caso apparsa più smussata.  Non sono casi isolati, anzi, i vini che mostrano indolenza, affaticamenti e farraginosità, risvolti più evoluti, frutto un po’ smaccato e una capacità di dettaglio sfrangiata da una non sempre perfetta liaison fra alcol e legni. Per questo motivo, in tutti quei casi in cui a parlare sono invece l’ariosità, la misura estrattiva e la freschezza, o quando la visceralità di un Brunello di manifattura più ruspante è accompagnata da un impasto di sapore brillante e contrastato, ebbene quei casi lì rifulgono a pieno titolo distinguendosi nettamente dal mucchio.

E se la pratica del ringiovanimento, legalmente ammessa -ci mancherebbe- e sulla quale non voglio ulteriormente dilungarmi, parrebbe trovare qui una diffusa esemplificazione, peraltro con risultati alterni sul fronte dell’armonia e della integrazione fra le parti, la sensazione generale è quella di trovarci di fronte a una annata “di tutto di più”, la cui generosità non sempre è stata incanalata nel verso della modulazione dei toni e dell’equilibrio espositivo. I vini, salvo le immancabili e preziose eccezioni, tradiscono una certa esuberanza di forme e di alcol, non sempre supportata da un adeguato sostegno acido. Non so se tutto ciò comporti di dipingere come ottima o eccezionale una vendemmia del genere, ma questo è, guardandola negli occhi con la sincerità di un innamorato.

___§___

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione. Per capire quali cookie ed in che modo vengono utilizzati, consulta la nostra pagina della Privacy. Accetta i cookie cliccando sul pulsante 'Accetta'. In qualsiasi momento dalla pagina relativa potrai rivedere e cambiare il tuo consenso.
MAGGIORI INFORMAZIONI

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi