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Cambium formazione. Il destino non sta scritto, è da fare. Parte prima.

Resoconto del “ corso introduttivo alla viticultura biodinamica professionale “. Torano Nuovo Luglio 2021. Relatori Adiano Zago e Paolo Ravano.

Intro

Come tutte le evoluzioni che si rispettino, anche quella dell’agricoltura “virtuosa” (chiamiamola così, per non scendere ai campanilismi) non la si può arrestare. In un primo momento non venne neanche notata, tutto passò nel silenzio. La società era impegnata nel godere appieno dei frutti della scienza e della tecnologia, che diedero successivamente alla luce IA (intelligenza artificiale). La comunità umana se la spassava di buon grado, noncurante delle costruzioni “a recinto” atte a circoscrivere lo sviluppo di una “sostenibile” libera volontà.

Questo fu un bene, perché tanti agricoltori poterono sperimentare in silenzio. Fu un momento altamente intimo e difficile. Alcuni di loro si mossero di istinto, altri cercando di sgretolare i costrutti educativi con cui si erano formati durante gli studi. Certi, nel ricordo dei nonni, cercarono di recuperare quel “buon senso“ che apparteneva alla sapienza contadina, altri ancora cominciarono a discutere animatamente con il vicino che sistematicamente non perdeva occasione di azionare l’atomizzatore sparando la qualunque sul povero dirimpettaio, adducendo a motivo che al consorzio agrario gli avevano detto di fare così.

Fu un periodo meraviglioso. La contemplazione del territorio e le bestemmie interagivano fra loro creando una sinergia che mantenne lo stato psicofisico del nostro caro agricoltore in buona salute. La fede, la costanza e l’etica, supportate da una buona dose di temerarietà e coraggio, fecero il resto. Possiamo facilmente ipotizzare che il boom commerciale dei prodotti “ virtuosi “ ebbe luogo grazie a un nuovo stile di vita che si impose in un determinato periodo storico non così lontano. Star di Hollywood, giornali, riviste, Tv ne furono i promotori: implementarono la domanda e soprattutto la visibilità di questi prodotti. Rimango comunque nel dubbio se si trattò del bisogno dell’essere umano di approdare a cibi più salutari, oppure furono le curve di Jamie Lee Curtis e Farrah Fawcett, impegnate nella promozione di un nuovo lifestyle, che in quel momento si erano prepotentemente sostituite nei pensieri di noi ragazzi e nella “ sana “ competizione  delle donzelle.

Fatto sta che, nuovamente, il nostro infaticabile agricoltore si trovò a spostare l’asticella della sua ricerca. Egli, sia pur con tante lotte e fatica, riuscì a stabilizzare anche l’estetica del prodotto. La salubrità delle colture era ormai un dato certo. Mentre il mercato alimentare tradizionale si accapigliava per strutturarsi e competere, con il coltello fra i denti, nel raggiungimento di budget e fatturati, il nostro “primordiale” contadino, lontano dai riflettori, continuava la sua ricerca.

Risalire storicamente alla paternità di questo tipo di agricoltura è facile: Rudolf Steiner (per chi volesse schiarirsi le idee inizierei con il testo “Impulsi scientifico spirituali per il progresso dell’agricoltura“ ).  Ecco, sento già ronzarmi le orecchie. Vorrei tranquillizzare i lettori che non mi addentrerò in un riassunto pasticciato dei testi del filosofo, ma ci sono alcune considerazioni da fare. Anche se ultimamente è stata avviata una proposta di legge che riguarda l’agricoltura biodinamica, non più considerata quindi come una pratica mistica, buona parte della collettività la identifica come una pratica magico-esoterica.

E’ certo comunque che l’attività della “scuola” staineriana fu interrotta nel 1935 dal regime nazista. Fortunatamente, come buona parte delle filosofie iniziatiche, venne perseguita in modo differente. I processi agronomici ne custodirono i risultati diventandone la base di divulgazione. E’ chiaro che la catalogazione dei dati che oggi potremmo avere a disposizione non fu redatto. In forma silente, gli insegnamenti lasciati vissero la guerra e allo stesso modo il dopoguerra. I trattati sulla ricostruzione dell’Europa previdero poi l’esclusivo utilizzo della nuova chimica, in buona parte d’Oltreoceano. Fu decisamente difficile per il nostro “primordiale” agricoltore recuperare tutta quella serie di informazioni scomparse. Probabilmente una parte di esse furono custodite presso l’associazione Demeter, che nacque come unione di agricoltori biodinamici e fu fondata a Berlino nel 1927.

Fra gli addetti ai lavori (enologi, agronomi, professori universitari, giornalisti..) vi è ancora una certa resistenza nell’accettazione di queste “nuove pratiche “. Gli stessi, comunque, accolgono di buon grado le elaborazioni enoiche provenienti da produttori “virtuosi “ storici. La Francia, enclave della biodinamica, forma esponenti come Pierre Morey, Claude Bourguignon, Claude Courtois, Pierre Overnoy, Jacques Selosse e, ovviamente, Nicolas Joly. L’Italia trovò in Josko Gravner, Stanko Radikon, Stefano Bellotti, Angiolino Maule, Gaspare Buscemi, Emilio Placci, Paolo Babini, solo per citarne alcuni, i loro battistrada. Lo stesso Emidio Pepe, capostipite di questi vignaioli virtuosi, dal 1964 decise che per il trattamento in vigna si dovesse utilizzare rame e zolfo, e niente di più.

Al contrario, il consumatore non si pose il problema. Anzi, grazie agli acquisti, il fatturato di questa “agricoltura etica” oggi prospera a doppia cifra.

La crescita del mercato estero per i prodotti biodinamici italiani, nel 2020, è stata del 14% e di quello interno del 9%”, spiega Carlo Triarico, presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica.

Per il Ministero delle Politiche Agricole le aziende che sposano il metodo biodinamico sono 4.500, quelle biologiche 80.000. Secondo un’indagine pubblicata da Bioreport 2018, il fatturato medio per ettaro di un’azienda certificata biodinamica risulta essere di 13.309 euro, di gran lunga superiore sia alla produzione lorda vendibile di un’azienda biologica (2.441 euro), sia a quello di un’azienda convenzionale (3.207 euro).

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Fatte salve queste premesse, cercherò ora di condurvi all’interno di questa esperienza pratica e “nutriente” tenutasi presso l’azienda agricola Emidio Pepe nel luglio scorso. Relatori: Adriano Zago e Paolo Ravano (per il riassunto delle innumerevoli esperienze e i risultati ottenuti, vi indirizzo alle pagine di cambiumformazione.com e mastrilliconsulting.com ).

Il parterre degli “alunni” è vario. I giovani coprono un buon 3/4 della scolaresca. Potrei quasi tentare un calcolo matematico sull’età media dei partecipanti: ritengo possa aggirarsi sui 35 anni. Un dato entusiasmante, a mio avviso. Ovviamente il gruppo abruzzese è il più nutrito, seguito da quello toscano. Ma anche Friuli, Alto-Adige, Piemonte, Veneto, Puglia, Sardegna, Romagna, Lombardia e Marche hanno i loro rappresentanti.

Prime considerazioni scientifiche dei relatori.

Punto uno:

-“All’interno del terreno vive il 95% della pianta. Il restante, la parte aerea, ne costituisce l’apparato digerente. La pianta digerisce per mezzo della luce.”

-“Le sostanze organiche sono ciò che rende forte, sana e produttiva una pianta.”

-“Un terreno coltivato in modo tradizionale è poverissimo in sostanza organica. “

Per spiegarsi meglio: è come avere un malato in terapia intensiva che deve lavorare per produrre.

-“Il suolo diventa il centro del lavoro. Partiamo da lì per capire cosa c’è nel terreno che abbiamo a disposizione e quante sostanze nutritive possiede.

In uno studio pubblicato dall’ Enea nel 2006 e redatto dai Dott.Veronica Colombo, Claudio  Zucca e Giuseppe Enne, si afferma:

La manifestazione principale della degradazione fisica del suolo è la diminuzione del contenuto di sostanza organica, la perdita di volume, oltre che l’indebolimento strutturale. La struttura è la proprietà del suolo che determina stabilità, e quindi resistenza alle alterazioni e influenza alcune funzioni fondamentali, come la possibilità di approfondimento radicale per le piante e la capacità di infiltrazione e di ritenzione idrica. Lavorazioni meccaniche ripetute a lungo danneggiano sia la porosità del suolo sia l’attività biologica del terreno. “ Questo purtroppo, cari amici, è di dominio pubblico  da tempo.

Punto due:

-“Un ecosistema è tanto più forte quanto più è complesso.”

-“Costruzione di un ecosistema all’interno dell’azienda (anche tra i filari ): orti, sovesci edibili, compostaggio, grani antichi, piante da frutto (4/5 per ettaro), piccoli animali, animali da lavoro.” Ciò permette un’ economia multiforme che, oltre a provvedere al sostentamento delle persone che vivono l’azienda,  possono costituire delle fonti di guadagno in aggiunta alla monocoltura.

-“Un ecosistema complesso rimane produttivo sempre, un ecosistema intensivo non è più produttivo (muore) dopo 20/30 anni.”

Dallo stesso studio Enea emerge:

Gran parte dell’Europa mediterranea è stata investita, soprattutto nel corso degli ultimi 40 anni, da rapidi cambiamenti d’uso del suolo. Dal momento che l’innovazione tecnologica – che ha investito molte delle attività economiche dei Paesi mediterranei – ha contribuito a un incremento di pratiche agricole intensive. A questo fattore si è affiancata l’introduzione di Politiche Agricole Comuni e sussidi, che hanno comportato cambiamenti della produzione comunitaria. Dall’analisi delle principali problematiche comuni è evidente come ciascuna di esse sia inevitabilmente riconducibile ad aspetti prettamente biofisici e ad implicazioni economiche, sociali e politiche.”

Bene, gia più di 20 anni fa, dati alla mano, le leggi economiche e le pratiche agricole intensive stavano inaridendo i suoli. Ricordo comunque bene, nella mia giovinezza di punk impegnato politicamente, che era già così da molto tempo prima. Piccola informazione: un’erba non tagliata mantiene il terreno a 19,5°. Un’erba tagliata a 10 cm mantiene la temperatura a 24,5°. Un terreno nudo in piena estate sale a più di 40°. Facile comprenderne così la necessità o meno di acqua.

Continua….

 

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