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Quaderni montalcinesi/4. Fattoria del Pino, Il Marroneto

Ho conosciuto Jessica nei luoghi suoi, ideale continuazione della collina di Montosoli, un po’ fianco un po’ appendice, lì dove una volta c’era un mare di pini e, in tempi più recenti, ci è nata la Fattoria del Pino.

Jessica, Jessica Pellegrini, E’ la fattoria, Jessica è semplicemente una one-woman-band, approdata al mestiere nuovo di viticultrice una dozzina di anni fa dopo l’intima promessa fatta a se stessa e – soprattutto – a un affetto caro prematuramente scomparso. In sua memoria, per gli sforzi fatti e il percorso già intrapreso, decide così di cambiar vita per affiancarsi idealmente a lui.

E’ una montalcinese di ferro, del suo carattere emerge la determinazione, la fame di conoscenza, la volontà di poter governare tutto per capire. E’ una rabbia buona, la sua.

Cinque ettari, suddivisi in tre appezzamenti contigui, e tre tipologie di suoli disegnano un luogo aperto percorso da venti salmastri, a circa 400 metri di altitudine. Primo Brunello annata 2010. Ecco, tutto questo per dire che sta accadendo qualcosa alla Fattoria del Pino, perché sotto la scorza apparentemente inscalfibile di una donna decisa, il cui pragmatismo sembra il retaggio della più pura delle tradizioni contadine, si nasconde un cuore grande così, e ad accorgersene è stata la terra, la sua terra, che va ripagandola con frutti individui.

Il Brunello di Montalcino (2016) è sale in bocca, e conosce di già cosa significhi la parola portamento, ché quello lui ti offre. I Rossi di Montalcino sanno onorare la sfida del tempo, mentre VinValé (2017), sangiovese in purezza ed esclusiva dedica al fratello, il tempo sembra proprio non sentirlo: la sua fragranza è vivezza, e sa gridarla al mondo con voce intonata.

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IL MARRONETO

Alessandro Mori non è un tipo che te le manda a dire. La sua attitudine dialettica e ciarliera investe tutto lo scibile, a maggior ragione quando si parla di vino. Ha una personalità decisa, ma sotto la scorza caratteriale conserva il dono della chiarezza, e poi non ce la fa, proprio non ce la fa, a nascondere il suo amore per Montalcino e per il sangiovese, entrambi puri ed entrambi corrisposti, se stiamo alla fama e alla considerazione raggiunta dall’azienda a suon di conseguimenti “parlanti”.

Autentico conducator di un’azienda a misura d’uomo, è assistito dal figlio Iacopo e si avvale di un team di lavoro giovane e coeso. La sua idea di enologia ha regole antiche, che prendono spunto da una agricoltura poco interventista e si traducono coerentemente in vini rigorosi portati per loro natura alle sfumature di sapore, grazie a un lavoro sapiente sui tannini e sfruttando appieno una connaturata freschezza per innervarne le trame.

Sia che provengano dal Campone, (forse) ideale continuazione di Montosoli, lì dove c’è il cuore della produzione e dove la commistione di suoli diversi sortisce un caleidoscopio di sottigliezze dalle quali sono le sospensioni, più che le asserzioni, a sancire una personalità, sia che provengano dal Marroneto, alto alto sul Colle di Montalcino, dove un terroir marcante di pura arenaria partorisce identità (Madonna delle Grazie), i vini assumono un portamento signorile e la loro sobrietà ci racconta di purezza.

E se il Brunello Madonna delle Grazie è un vino lento a carburare quanto impossibile da dimenticare, registriamo l’entrata in scena di un nuovo Rosso di Montalcino (selezione Iacopo 2019), che senza colpo ferire si piazza comodo comodo ai vertici assoluti della tipologia (di oggi e di ieri).

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La foto di Alessandro Mori è di Simone Pietracaprina

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