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Cosa ho capito dell’Abruzzo del vino dopo Gironi Divini 2021

“Gironi Divini” è un evento sul vino abruzzese organizzato dalla Live Communication Group, società proprietaria dei giornali Abruzzolive, Marsicalive, Pescaralive (600.000 accessi unici e 4,5 milioni di pagine al mese, che ne fanno uno dei più seguiti network online della regione). Giunto alla IX edizione, si pone l’obiettivo primario di diffondere una cultura del bere consapevole attraverso la valorizzazione delle eccellenze enologiche abruzzesi.

Da quest’anno si svolge in maniera “diffusa” nei principali comuni della Marsica, in provincia dell’Aquila, con una formula divertente: una giuria di esperti ed addetti ai lavori con gli “attributi” (giornalisti, enologi, sommelier e distributori) effettua una prima “scrematura” tecnica dei vini, che vengono poi sottoposti a una valutazione edonistica da parte di una giuria popolare di appassionati.

Ho il piacere e la responsabilità di coordinare l’evento fin dalla sua prima edizione. Il mio ruolo è principalmente quello di selezionare ed assistere i “colleghi” del panel tecnico, e di guidare poi le degustazioni del pubblico. Sono, insomma, una sorta di “direttore tecnico” con il ruolo di osservatore esterno privilegiato: cerco di influire il meno possibile, perché mi piace capire come gli altri, che siano professionisti o wine lovers, vedono il vino abruzzese. Dall’interno si rischia sempre di essere troppo autoreferenziali e solo con il confronto si cresce e si capiscono meglio certe dinamiche.

I numeri sono tutt’altro che trascurabili: 60 le cantine partecipanti, da tutta la regione, con nomi blasonati accanto a piccole realtà emergenti; 250 i vini assaggiati; 9 le sessioni di degustazione, in 4 comuni della Marsica (Tagliacozzo, Avezzano, Sante Marie e Magliano dei Marsi) a cui hanno partecipato circa 400 appassionati.

I preferiti dal pubblico, nelle varie categorie, sono stati:

  • Trebbiano d’Abruzzo:
    primi classificati a pari merito il Bianchi Grilli per la Testa 2019 di Torre dei Beati e l’In Petra 2019 di Chiusa Grande; completa il podio il Castello di Semivicoli 2019 di Masciarelli.
  • Bianchi da uvaggio e vitigni minori:
    1° posto Triluna 2020 di Rosarubra, 2° posto Malvasia Bio 2020 di Biagi, 3° posto il Bianco 2019 di Tilli.
  • Pecorino:
    1° posto L’Ariosa 2020 di Olivastri, 2° posto parimerito Pecorino 2020 di Tenuta I Fauri e Le Vigne 2020 di Faraone.
  • Cerasuolo d’Abruzzo:
    1° posto Cerasuolo 2020 di Ciavolich, 2° posto Pettirosce 2020 di Lunaria Bio, 3° posto Fonte Vecchia 2020 di Cantina del Fucino.
  • Montepulciano d’Abruzzo giovani (annate 2018-2019):
    1° posto Malandrino 2019 di Cataldi Madonna, 2° posto parimerito Notàri 2019 di Nicodemi e Montepulciano 2018 di Buccicatino.
  • Montepulciano d’Abruzzo da invecchiamento (annate 2017 in giù):
    1° posto Pathernus Riserva 2013 di Cioti, 2° posto Pignotto 2015 di Monti, 3° posto Spirò 2014 di Novaripa.

Cosa ho capito osservando colleghi che stimo e bevitori comuni confrontarsi sulle varie tipologie di vini d’Abruzzo? Innanzi tutto, che non c’è niente da fare: il Pecorino continua a “far presa” sul pubblico, laddove gli altri bianchi “arrancano”, soprattutto il Trebbiano.

Per un appassionato dei vini regionali, la finale dei Trebbiano d’Abruzzo era, per qualità e rappresentatività, probabilmente la più interessante dell’intero programma. Eppure è stata quella più “sofferta”: il pubblico è stato molto “tirato” nei giudizi e solo 2-3 vini hanno suscitato forti reazioni emotive. Stessa cosa per i bianchi da uvaggi o vitigni minori. Mentre, arrivati ai Pecorino, ecco fioccare voti medio-alti per quasi tutti i 10 finalisti! Andando invece a vedere i voti dei tecnici, il quadro si ribalta (anche se con differenze meno nette), con i Trebbiano che hanno avuto, in generale, medie più alte.

L’idea che mi sono fatto, a conferma di un sentimento di lungo corso, è che (generalizzando) il Pecorino gioca un campionato in “comfort zone”, portando al bevitore senzazioni, soprattutto di bocca, piene e “rassicuranti”. È una tipologia di vino, nella maggioranza delle interpretazioni abruzzesi, che in un modo o nell’altro porta sempre il risultato a casa, puntando su profumi intensi e spesso accattivanti, su strutture di buona concentrazione e frutto, su una morbidezza di fondo che mette d’accordo più o meno tutti. Insomma, un classico film blockbuster dove trovi sempre la fila fuori!

Il “povero” Trebbiano è invece come quei piccoli, e sempre più rari, piccoli cinema d’essai, dove ti incontri con altri appassionati del genere. Lì si gioca su toni più sottili, delicati, di dettaglio, che spesso devi andare a cercare con pazienza. Dal mio punto di vista, quando incontri un Trebbiano d’Abruzzo serio, per adesso non c’è partita. Ma il Pecorino è vitigno di indubbio talento, e con tutte queste attenzioni addosso prima o poi qualche “fenomeno” uscirà fuori.

Ah, un dato interessante, che offre un piccolo indizio su come stanno ragionando molte cantine abruzzesi in questo momento: di fronte alla richiesta “scegliete il bianco più rappresentativo da mandare”, due aziende su tre hanno inviato il Pecorino.

Passando al Cerasuolo d’Abruzzo, mi duole purtroppo constatare una decisa “crisi d’identità”. C’è ormai una spaccatura evidente tra i tradizionalisti, che continuano a proporre vini sapidi e carichi, nei sapori e nel colore, e la nouvelle vague dei rosati pallidi, che inseguendo un modello internazionale cercano di giocare di più su freschezza, facilità di beva e approccio easy. Cosa preferisce il pubblico? Ho l’impressione che l’abruzzese doc continui nettamente a preferire vini del primo genere, forse per abitudine o perché gli fa tanto aria di casa. Sta di fatto che, almeno in casa, il Cerasuolo d’Abruzzo old fashioned esce sempre bene in degustazione comparata, superando facilmente nei punteggi i “fratelli” più sbiaditi e internazionali. E allora perché questa cosa commercialmente non funziona?

Un degustatore di lunga esperienza ha sollevato un problema di posizionamento: a suo avviso, il Cerasuolo d’Abruzzo tradizionale non dovrebbe essere presentato come rosato, ma come intrigante e coinvolgente prototipo di vino “rosso” giovane. È solo una provocazione?

Veniamo infine al Montepulciano d’Abruzzo. Qui va fatta una distinzione. Vini giovani, con 2-3 anni sulle spalle, e rossi da invecchiamento, con 4-5 o più anni di evoluzione. La preferenza del pubblico, e anche dei colleghi della critica, è andata nettamente sulla seconda tipologia. Un po’ scontato, mi direte. Ma per me era un test importante, perché invece sono convinto che vi siano bellissime versioni di Montepulciano freschi, pimpanti, senza sovrastrutture o effetti speciali, capaci davvero di incarnare un buon rosso contemporaneo.

Certo che, dal Montepulciano, il pubblico si aspetta il grande vino potente e ricco, pieno di sfumature e di sapore, capace di evolvere nel tempo come pochi. Questo “stereotipo”, che decisamente resiste nell’immaginario del bevitore medio, mi sembra declinato con maggiore misura da un numero sempre più crescente di cantine, che hanno capito che alcuni “mostri” possono ormai andar bene solo su alcuni mercati internazionali. Una curiosità: il punteggio medio che la giuria tecnica ha assegnato ai primi 40 Montepulciano “invecchiati” è stato 89,50 centesimi di punto: se fossero stati in un concorso internazionale, sarebbero andati tutti a medaglia!

Che dire? Ho lanciato alcuni spunti, ragionando su una vista parziale ma vasta del vino abruzzese. Personalmente continuerò a ragionarci, e spero di avere incuriosito anche voi.

(P.S. – nel testo sono stato meno autorefenziale possibile…in compenso mi sono sfogato nelle foto! chiedo venia…)

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