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Dalla degustazione alla gustazione

Nella lingua italiana – una lingua, per chi non la conoscesse, derivata dal latino e parlata oggi soprattutto nel territorio della Repubblica Italiana – il prefisso “de” di solito indica una sottrazione, una privazione, un toglimento. Così infatti la Treccani:

de– ⟨⟩ [dal lat. de, de-]. – 1. Prefisso, soprattutto verbale, che si trova in molte voci di derivazione latina, nelle quali indica ora allontanamento (per es. deviare, deportare), ora abbassamento o movimento dall’alto in basso (per es. degradare, deprimere, declinare), ora privazione (per es. dedurre, detrarre; cfr. anche demente), ora ha valore negativo (per es. decrescere), ora serve soltanto alla formazione di verbi tratti da sostantivi o aggettivi oppure, con funzione intensiva o con sign. particolari, da altri verbi (per es. decurtare, designare, determinare, ecc.). In verbi di formazione recente, spesso formati sull’esempio del francese, corrisponde per lo più a dis- o s- (per es. demoralizzare, denaturare; va notato che in francese il pref. – corrisponde non all’ital. de– ma a dis-1, essendo derivato dal lat. dis-, e indica separazione, privazione o azione contraria).

Sarebbe quindi molto più giusto chiamare l’atto di assaggiare un vino gustazione. Degustazione pare invece sottrarre qualcosa. E a pensarci bene, è proprio così. La degustazione comparata toglie a ciascun vino qualcosa della propria identità. E quel qualcosa è spesso proprio ciò che più conta, la sua unicità. Piazzati in batterie, come polli, i vini di una stessa annata e di una stessa tipologia sono sospinti a somigliarsi tutti.
Ad appiattirsi, a uniformarsi.

Hai voglia a dire: “questo è più alcolico, quest’altro più ridotto“. Nei fatti è come in un commissariato di polizia i confronti tra sospetti messi in fila per un riconoscimento. Così le degustazioni comparate sono in sostanza schemi per foto segnaletiche. Si individua il colpevole – o i colpevoli – e li si condanna a un premio guidesco: miglior rosato dell’est, miglior Barolo lombardo, miglior bianco fermo (in certi casi immobile).

Con la buona volontà del paziente divulgatore, ho già proposto altre volte il paragone con la boutade di Churchill sulla democrazia, che è un pessimo sistema di governo ma purtroppo anche il migliore rispetto a tutti gli altri.

L’occasione di condurre una peraltro stimolante verticale dell’eccellente taglio bordolese Maurizio Zanella (che per una curiosa coincidenza è anche il nome del produttore) mi ha rafforzato in questa drastica visione. Se l’allineamento delle bottiglie ha favorito un raffronto/identikit tra fratelli, ne ha parallelamente compresso le singole personalità. A puro titolo di esempio, annate ricamate, tutte in sottrazione, come gli stilizzati 1997 e 1987 (veri miracoli di finezza e autenticità per il periodo in cui sono nati, dominato da Tirannosauri pesantissimi), apparivano al confronto del monumentale e profondissimo 1983 quasi anemici, scarnificati. Essi non lo erano, checché. Erano invece vini da “ascoltare” da soli, per ammirarne l’elegante plasticità.

Sarei felice di trovare un editore disposto a finanziarmi una guida così concepita:

Guida dei Vini Italiani 2022
trecento pagine di foliazione, formato 17×24, un solo vino recensito per volume. Opera in 1.200 volumi. Certo, sarebbe un filino costosa come impresa editoriale. E anche di non agevolissima sistemazione nella libreria di casa. Ma vuoi mettere il rispetto autentico per ogni vino degustato, anzi gustato?

 

 

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