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La 4° edizione di “In Vigna Veritas…verso il Bio” in 12 assaggi

Lo scorso 29 agosto presso Villa Era, a Vigliano Biellese (Bi), si è tenuta la 4° edizione di “In Vigna Veritas…verso il Bio”. L’evento è stato organizzato da Andrea Manfrinati e Pamela Compagnin, instancabili promotori del movimento vitivinicolo guidato da Gianni Moggio “I AM AGRICOLO PROJECT”; quest’anno ha contribuito attivamente anche la delegazione biellese di Slow Food.

La rassegna ha lo scopo di promuovere perlopiù vini facenti parte del territorio piemontese, prodotti con l’utilizzo di vitigni autoctoni, talvolta rari e abbandonati. I produttori che aderiscono a questo progetto inseguono una strada che ha come traguardo la sostenibilità ambientale, un impegno costante e una scelta produttiva – spesso non facile – oggigiorno sempre più necessaria per salvaguardare una natura mortificata da speculazioni di ogni sorta.

Vinificazioni che esaltano uve e territori, sperimentazioni varie e in continuo cambiamento, la cosa più interessante di “In Vigna Veritas…verso il Bio” è che tutti i grandi appassionati, semplici amanti del buon bere o addetti ai lavori, hanno potuto rivolgere le domande direttamente ai produttori che, oltre alle bottiglie da far assaggiare, ci hanno messo la faccia e soprattutto hanno raccontato con dovizia di dettagli i mille segreti del loro lavoro. La splendida cornice di Villa Era a Vigliano Biellese, una delle più eleganti residenze di fine ‘800 ad opera dell’ingegnere Petitti di Torino, è da sempre legata alla storia del vino dell’Alto Piemonte; il fascino senza tempo di questo imponente edificio non ha fatto altro che regalare a questa bella giornata di sole un’atmosfera unica.

Di seguito le parole di Gianni Moggio, tra le altre cose responsabile tecnico e ideatore del “Vino del Sorriso”, nobile progetto portato avanti dall’associazione “Ti aiuto io Onlus” di Candelo (Bi), la stessa si occupa di importanti tematiche che riguardano principalmente la disabilità: “I AM AGRICOLO PROJECT” è un movimento che promuove la cultura del vino a 360 gradi, partendo dalla divulgazione del lavoro in vigna, le cui figure professionali come il potatore o l’innestatore erano tenute in grande considerazione fino ai primi decenni del ‘900. L’avvento dell’agricoltura dipendente dai prodotti chimici e dalla meccanizzazione ha provocato un’inversione di tendenza, svilendo il lavoro e il sapere della viticoltura di qualità tramandato per centinaia di anni. Per fugare ogni dubbio che vi possa venire in mente, nessuno di noi è un integralista delle pratiche “naturali” tout court, ma crediamo fermamente che si possano adottare pratiche di agricoltura rispettose dell’ambiente avvalorate da studi e applicazioni di assoluto rigore scientifico.”

Veniamo dunque ai 12 vini che ho scelto, così da poter raccontare schematicamente, e attraverso il mio punto di vista, la rassegna e le sue tante peculiarità.

Erbaluce di Caluso Docg 2019. Ilaria Salvetti – Caluso (To)

Famiglia presente in Caluso già da tre generazioni, l’Azienda Agricola Ilaria Salvetti nasce nel 2012, proseguendo l’attività avviata dal padre , attraverso la ristrutturazione di vecchi vigneti e l’acquisto di nuovi, per una superficie totale vitata di quattro ettari. E’ un territorio da sempre vocato, caratterizzato dalle colline moreniche di Caluso. L’azienda ottiene la Certificazione Biologica dall’ente Icea nel 2016. Mi ha colpito molto l’Erbaluce di Caluso 2019, naso freschissimo, vitalità spinta ai massimi da ricordi di agrume dolce, biancospino, erba appena falciata, calcare e un finale che sa di acacia e lieve smalto. Succoso, coerente nei ritorni agrumati, totale assenza d’alcol e un finale sapido e ben allineato alla freschezza del sorso, caratteristica – quest’ultima – che lo rende particolarmente beverino. Ottimo l’abbinamento con un crudo di gamberi rossi di Mazara del Vallo.

Canavese Doc Bianco 2020 Mezzavilla. Terre Sparse – Chiaverano (To)

Matteo Trompetto, giovane titolare dell’Azienda Agricola Terre Sparse di Chiaverano (To), appare ai miei occhi motivato e proattivo sin dal primo sguardo. Queste le sue parole: “Esaltare il territorio e valorizzare le uve autoctone che lo caratterizzano, cercando di rispettare il più possibile la natura, vero patrimonio da difendere ad ogni costo.” Il suo Canavese Doc Bianco 2020 Mezzavilla, erbaluce da piante che hanno oltre settant’anni, colpisce sin dalla trama cromatica, un paglierino chiaro con riflessi algidi, molto elegante. Il timbro olfattivo è notevole, spigliato: tanta pietra calda al sole, agrume stimolante – tra il cedro e il pompelmo –, erbe aromatiche dolci e un finale di mandorla tostata. In bocca si sente la materia nobile, estratto da vendere e freschezza in leggero ritardo sulla sapidità. A mio avviso è ancora giovane, necessita di qualche anno per stemperare la potenza del terreno di cui è figlio. Perfetto in abbinamento a un coniglio fritto.

Bramaterra Doc 2018. Crus – Masserano (Bi)

Da vigne in Masserano (BI) sopravvissute a un destino legato all’avanzamento boschivo, grazie all’impegno di questa nuovissima realtà del territorio, nasce questo Bramaterra 2018 da terre particolarmente rocciose, ripide, siamo ai limiti della viticultura eroica. Naso sulle prime sottile, restio a concedersi, ma il passare dei minuti è fondamentale perché rivela un frutto croccantissimo, dolce-acido: ribes, lampone, arancia rossa sanguinella, pepe nero ed erbe officinali da grande amaro; il finale è caratterizzato da effluvi terrosi di rara complessità. Palato teso, vibrante, l’acidità detta il ritmo, tannino serico e presente. La grande mineralità del terreno non può che amplificare la persistenza del sorso, grazie ad una sapidità importante e protagonista che ne assicura la longevità. Grande vino da seguire nei prossimi anni, abbinato ad un risotto al Bramaterra darà grandi soddisfazioni.

Coste della Sesia Doc Druma 2019. Montana – Mottalciata (Bi)

Un totale di 3 ettari di vigna, di cui mezzo ettaro ha 70 anni, costituiscono il patrimonio di Giovanni Reggiani in Cascina Piana a Mottalciata (Bi); vengono coltivati rigorosamente in regime d’agricoltura biologica. La particolare formazione del terreno argilloso e sabbioso, il processo interamente manuale e l’attenzione scrupolosa in vigna – oltre all’esposizione Sud/Sud-Ovest – rappresentano il punto di forza di questa Cantina. Il Coste della Sesia Druma 2019, esclusivamente affinato in acciaio, dopo aver riposato per circa 8 mesi in bottiglia rivela un colore rubino squillante con riflessi granati caldi. Si distingue per la dolcezza del frutto, a tratti sembra richiamare note classiche da vini bianchi/rosati: pesca nettarina, fragolina di bosco, violetta, lunga scia salmastra che ricorda la sabbia bagnata e il pepe rosa, liquirizia dolce sul finale e chiodo di garofano. In bocca è slanciato, succoso – non certo un gigante – ma è la sua forza, si fa bere e ribere senza eccessivo impegno; tuttavia la persistenza è notevole e particolarmente indicata a contrastare un buon piatto di tagliatelle ai funghi cardoncelli.

Vino del Sorriso, Gianni Moggio. Candelo (Bi)

Nobile progetto portato avanti da Gianni Moggio e dall’associazione “Ti aiuto io Onlus” di Candelo (Bi), che si occupa di importanti tematiche che riguardano principalmente la disabilità. Varia di anno in anno a livello di percentuali, solitamente viene impiegato un blend di uve autoctone quali: vespolina, croatina, montanera, freisa in prevalenza e un 5% totale tra chatus, barbera e neretto duro. Un vigneto di circa 2000 mq. che cresce su terreni con ph sub-acido molto basso (5.5), composti da limo in prevalenza (66%), sabbia e argilla, un territorio storicamente vocato che appartiene all’Alto Piemonte vitivinicolo. L’affinamento è svolto in vasche di vetroresina più un ulteriore anno di bottiglia. Ne deriva un color rubino vivace, e al di là della parte descrittiva – che in questo caso trovo fuori luogo – è un vino che riempie il cuore di gioia: acquistarlo significa bere un sorso d’Alto Piemonte e fare del bene, grazie a un progetto nobile che deve andare avanti e acquisire sempre maggior consenso. Bravo Gianni!

Vino Rosso Bastian. Andrea Manfrinati. Roppolo (Bi)

E’ la seconda volta che recensisco il Bastian di Andrea Manfrinati, viticultore in Roppolo (BI), tra gli organizzatori storici di questa rassegna. Anche l’annata 2019 è composta da 100% slarina, antico vitigno piemontese, allevato a Vigliano biellese in sperimentazione biodinamica e vinificato con lieviti indigeni e senza solfiti aggiunti. Rubino con unghia granato, naso freschissimo, virtuoso, ricorda il pompelmo rosa e il lampone alternati ritmicamente a viola e rosa; guizzi speziati a suggellare l’insieme che, soprattutto a circa venti minuti dalla mescita, s’ingentilisce sempre più. Il sorso è un fuoriclasse in quanto a slancio e freschezza, s’avverte una sapidità che riconduce fortemente al terreno d’origine, non ostenta muscoli né struttura, fa salivare rilasciando pian piano percezioni agrumate/speziate coerenti e di grande fascino. L’ abbinamento con un risotto carnaroli mantecato a dovere – all’onda s’intende – è quanto di più azzeccato.

Barbera del Monferrato Superiore Docg 2014. Vinicea – Ottiglio (Al)

Acronimo di Vitivinicola Caire e Angelino, ubicata ad Ottiglio (Al), piccolo borgo arroccato su una collina del Basso Monferrato. Queste le parole dei protagonisti: “La nostra è una consolidata convinzione che l’attenzione a quello che ci circonda, e a quello di cui ci nutriamo, sia doverosa e fondamentale per una migliore e più sana qualità della vita, tutto ciò porta ad avere una propria identità biologica”. Il Barbera del Monferrato Superiore Docg 2014, esempio paradigmatico riguardo le capacità d’affinamento del celebre vitigno autoctono piemontose, mostra un altro aspetto importante, ovvero lo stato di grazia di un’annata troppo spesso mortificata a priori. Rubino squillante, unghia granata, mostra consistenza e buon estratto. Confettura di amarene e pepe nero, liquirizia e mentolo, refoli balsamici ancor più complessi con aumento di temperatura e lenta ossigenazione. In bocca è strepitoso, la freschezza domina il sorso, il tannino è seta che gioca ad imitare la stoffa, profondità notevole e lunga scia sapida in chiusura: un vino immortale. Perfetto su una guancia di manzo brasata a dovere.

Coste della Sesia DOC Nebbiolo Vallelonga 2018. Fabio Zambolin – Cossato (Bi)

Fabio Zambolin avvia la sua piccola realtà nel 2010 in quel di Cossato, piccolo paese di circa 15 mila abitanti situato 12 km ad est di Biella. Sguardo fiero e sorridente, le sue parole sono chiare e inequivocabili: “La mia filosofia in vigna e in cantina si concentra tutta nell’amore per la natura e nell’accettazione di tempi e ritmi su cui l’uomo non può imporre il proprio controllo.” Sorseggiando il suo Coste della Sesia Nebbiolo “Vallelonga” 2018 si evince che il nostro protagonista sia riuscito, anno dopo anno, a produrre un Nebbiolo in purezza che rispecchi fedelmente il fascino dei terreni del biellese, composti prevalentemente da argilla, sabbia, ciottoli di granito e porfido. Un mix di frutti rossi dolci e croccanti, tra cui ribes e lampone, lasciano presto spazio a una sottile vena minerale che richiama il metallo caldo, la sabbia bagnata, alleggeriti da pennellate floreali di violetta e un finale agrumato dolce. Il vino in bocca danza letteralmente: tannino elegante, freschezza spinta ai massimi da una salivazione continua che lascia in bocca un ricordo di frutti rossi e tanto sale. Grande vino davvero, ma ormai Fabio lo conosco bene e meravigliarmi di tutto ciò ha ben poco senso. Abbinato solo ed unicamente al bicchiere successivo o a un buon piatto di lasagne al ragù bianco di coniglio.

Coste della Sesia DOC Nebbiolo Villa Era 2018. Villa Era – Vigliano Biellese (Bi)

Piccola e storica realtà di Vigliano Biellese (BI), con sede in una delle più eleganti residenze di fine ‘800 ad opera dell’ingegnere Petitti di Torino, è una vera e propria chicca della sponda biellese dell’Alto Piemonte. Piccole produzioni, una storia antichissima, esistono bottiglie di fine Ottocento. Nebbiolo 100%, lunga macerazione in acciaio, affinamento in legno di rovere, metodo di coltivazione naturale, libero da pesticidi. Granato vivace attraversato da riflessi rubino, media consistenza, tonalità elegante; al naso mostra sin dal principio spunti floreali: boccioli di rosa e violette, arancia rossa sanguinella e una spezia fine e cangiante resa ancor più complessa da rimandi terrosi di sabbia bagnata e calcare. Sorso non privo di rotondità e succo, il tannino ha grana fine, tuttavia è presente, dolce, coeso, il vino danza in bocca regalando una tessitura elegante e una grande sinergia tra durezze e morbidezze. Lunghissimo, dotato di grazia più che muscoli, ma è la sua virtù. Abbinato a una zuppa valdostana è semplicemente perfetto.

Vino Bianco Saurì. Maciot – Cocconato (At)

Giovane realtà di Cocconato (At), i terreni e le vigne sono situati prevalentemente nel suddetto comune, ma anche in Piovà Massaia e alcune proprietà di eredità paterna nel comune di Montiglio Monferrato. Tutte le colture di questa azienda seguono il regolamento CEE 834/2007 biologico, con conseguente rispetto della biodiversità. Produzioni ottenute con sostanze e procedimenti naturali, e di conseguenza negazione dell’uso di anticrittogamici e concimi chimici. Come se non bastasse, dal 2010 Maciot ha iniziato un percorso di biodinamica che nel 2013 l’ha portata ad ottenere la certificazione Demeter, dunque sovescio, cumulo con preparati biodinamici e soprattutto con un ascolto continuo e attento di quello che la natura suggerisce. Il Vino Bianco Saurì, sauvignon in purezza, porta con sé tutto fuorché gli stereotipi legati al vitigno e alla biodinamica in generale. Naso espressivo, frutti freschi, dolci, stimolanti: kiwi, mela Granny Smith, lime e miele millefiori; con lenta ossigenazione il tutto si complica – nell’accezione nobile del termine – dunque smalto, calcare, iodio e pepe bianco. In bocca la sapidità è vibrante, sorretta da una freschezza che tuttavia fatica ad imporsi; in post deglutizione il frutto dolce-acido lascia un ricordo piacevole, di estrema pulizia. Consigliato in abbinamento a un piatto di gnocchi alla bava.

Dolcetto di Ovada Doc 2017 Spessiàri Rocca Rondinaria – Rocca Grimalda (Al)

L’azienda nasce nel 2004, l’attività a quei tempi era legata all’allevamento di cavalli e piccoli animali da cortile, alla fienagione, alla coltura dello zafferano, su un territorio appenninico di circa 12 ettari nella Valle Scrivia,in provincia di Alessandria. Successivamente l’acquisto di vigneti nel Monferrato, per la precisione al castello di Rocca Grimalda, ha fatto sì che Lucesio, Giovanna e i loro figli si dedicassero anima e corpo alla viticoltura, con particolare attenzione alla valorizzazione dell’uva dolcetto, che a mio avviso nell’areale vitivinicolo di Ovada offre grandissime potenzialità. Le pratiche colturali sono dettate dalla ricerca del massimo rispetto ambientale: limitato utilizzo del trattore, nulle le cimature, concimazione organica attraverso la tecnica del sovescio, rispetto dei calendari cosmici, utilizzo di trattamenti biodinamici  e vendemmia a mano in ceste. Il Dolcetto di Ovada 2017 affina 12 mesi in tonneau di terzo passaggio, si veste di una trama rubino intensa, profonda, luminosa. Dopo lenta ossigenazione i frutti rossi spremuti prendono il sopravvento: ciliegia matura, susina, mela Gala e un soffio balsamico molto elegante di eucalipto su tabacco e pepe nero. In bocca si distingue per freschezza e rotondità, in piena coerenza con quanto percepito al naso e con una profondità di tutto rispetto, che non vuole saturare il palato – anche grazie ad un alcol ben integrato alla materia – semmai vuole lasciare un ricordo di frutto e spezie del tutto particolari. Coniglio in umido con maggiorana, cipolle e olive taggiasche: un piatto azzeccato in abbinamento, non c’è che dire.

Reitemp 2016. Rocco di Carpeneto – Carpeneto (Al)

Rocco di Carpeneto è un’azienda vitivinicola che ha sede a Carpeneto (Al), in un pianalto posto tra le dolci colline dell’Alto Monferrato. La produzione si è concentrata su soli vitigni autoctoni quali dolcetto, cortese, nebbiolo, albarossa e barbera. E’ proprio quest’ultima varietà ad avermi colpito, in un’annata indubbiamente “piena di grazia”. Il Reitemp 2016 ha subito una fermentazione in acciaio ad opera di lieviti indigeni con 52 giorni di macerazione sulle bucce; lungo affinamento, 37 mesi in botti grandi, è un vino naturale senza solfiti aggiunti e certificato biologico. Ne deriva un calice rubino squillante, dai riflessi violacei e di grande consistenza/estratto. Il naso è spiazzante, francamente mi sarei aspettato un frutto esasperato, dolce, fin troppo maturo; al contrario la ciliegia è vivace, intensa, suadente, il pepe nero le fa eco e un elegante ricordo balsamico conquista la scena, qua e là contornato da effluvi terrosi e da un floreale che ritorna magistralmente con l’ossigenzione. Il vino in bocca segue lo stesso protocollo, indubbiamente rotondo, morbido, la parte glicerica è in primo piano, presto vivacizzata da lampi sapidi e freschezza di tutto rispetto; profondità notevole e un finale che sa di liquirizia e mandorla. Uno spezzatino d’agnello con cipolla, uova e zafferano – alla sarda per intenderci – è quanto di più azzeccato.

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Crediti fotografici di Danila Atzeni

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