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La prospettiva del bufalo. Vini fuori dal coro. Toscana/1

Torna “la prospettiva”, con il suo storico cappello introduttivo. Eccolo.

Inutile negarlo, la girandola degli assaggi “guidaioli” mi stordisce. Mi stordisce straniandomi. Le migliaia di vini sorseggiati e commentati diventano sogno e ossessione, catapultandomi in una strana dimensione psicofisica, a metà strada fra il disincanto e l’ardore agonistico. Ci vuole tempo per digerire il tutto, e per risalire all’aria dopo la lunga apnea enoica. Ci vuole tempo per elaborare e raccogliere i segni buoni per approdare a una scrittura che possa considerarsi arricchita, maggiormente consapevole o addirittura ispirata; per ritrovare il senso di un lavoro tanto maniacale quanto straniante.

Di certo un aspetto molto stimolante è quello che riguarda il lato oscuro della ribalta, tutto ciò che sta in penombra. Quella fitta rete di vignaioli e di piccoli-grandi vini che per una ragione o per l’altra non hanno ancora i riflettori della notorietà puntati addosso. Perché sono ancora troppo pochi coloro che li riconoscono per quanto valgono, perché magari trattasi di realtà recenti, perché la comunicazione è quella che è, perché la diffusione è quella che è. Perché dei riflettori, forse, potrebbe fregargliene il giusto.

Insomma, non si vive di soli nomi noti, ecco. Una consapevolezza, questa, che mi aiuta a riemergere dal cono d’ombra tipico del criticone, costellato di pedisseque puntualizzazioni notarili, quasi a tarpare le ali alla spontaneità e al trasporto emozionale.

Ed è per questo che invariabilmente mi prende la voglia di parlare dei vini fuori dal coro, dei vini obliqui, dei vini che non ti aspetti, di quelli che non conoscevi, di quelli che scartano di lato (come il bufalo, direbbe De Gregori), di quelli che- indipendentemente dal tasso di complessità- disegnano traiettorie con le quali è bello averci a che fare. Di quelli che ti attraggono e non sai perché. O forse lo sai ma non ti importa di spiegarne i motivi.

Questi piccoli pezzi, quasi degli schizzi impressionisti, sono dedicati a quei vignaioli lì, a quei vini lì. Con la speranza di instillare un briciolo di curiosità in più nei coraggiosi lettori. O di poter diventare tutti un po’ più bufali.

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ARNALDO ROSSI – Cibino 2018 (trebbiano, canaiolo bianco, malvasia; € 25)

Arnaldo è un oste affermato in quel di Cortona (Taverna Pane e Vino), e già da tempo cuore e impegno si dividono fra l’osteria e la vitivinicoltura, con quest’ultima stimolata da passione, ricerca di essenzialità e gesti puliti.

Dalle 200 viti maritate all’acero campestre rintracciate a Cozzano, nella campagna di Castiglion Fiorentino, alcune delle quali vecchie di cent’anni, provengono le uve di questo sorprendente Cibino, la cui impronta macerativa non si piega ai risaputi cliché per andare semmai ad agevolare brillantezza e spessore gustativo. Erbe campestri, mentuccia, macchia mediterranea, frutti a polpa gialla dinamizzano il quadro dei profumi, e poi c’è quella bocca ampia, ariosa, avvolgente, tesa e salina a tal punto che potresti definirla slanciata.

Un macerativo slanciato, pensa te. E con i crismi della compiutezza, aripensa te!

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CALAFATA – Gronda 2019 (vermentino, malvasia, moscato, trebbiano; € 20 )

Un progetto ammirevole alle porte di Lucca, dove l’agricoltura (viticoltura, d’accordo, ma anche orticoltura e servizi conto terzi) si fortifica grazie alla dichiarata valenza sociale, per recuperare all’etica del lavoro e alla  normalità della vita situazioni di disagio e marginalità. Due i principali versanti in gioco, Maulina alta e Mulerna, nel Morianese. Ed è in quest’ultimo avamposto, segnato da giaciture fresche e vigne promiscue, che nascono i bianchi della casa, le cui traiettorie espressive sposano schiettezza e spontaneità.

Prendi Gronda ’19, ad esempio, che alla scorza verace contrappone un sapore dinamico e tutto men che rustico: è un vino concreto, salino, e l’ariosità ne giustifica la fragranza e la naturalezza.

Nobilmente contadino, questo è, ed è la meglio cosa.

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FONTUCCIA – Fontuccia (Senti oh!) 2020 ( ansonica; 32 €)

Vino “di costa” se ce n’è uno, anzi isolano, dacché “sente” il mare come pochi, questa Ansonica proviene dai terrazzamenti di sabbie e granito dell’Isola del Giglio. I fratelli Rossi potrebbero sembrare oltremodo ironici nello sbandierare in ogni loro etichetta un canzonatorio “senti oh!”, ma quanto a sostanza qui non si scherza.

L’ansonica, vero focus aziendale, è declinata nel verso del cru e del metodo di produzione in una serie di etichette appaganti e stilisticamente connotate. In primis Fontuccia 2020, dalla vigna omonima da cui tutto è partito, che sfodera tensione, sapore e salsedine in una trama scattante e articolata, trama che rinfresca.

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AMPELEIA – Alicante 2019  (alicante bouschet; € 21)

La ricerca dell’anima mediterranea, ad Ampeleia, si è fatta ragion d’essere e principio ispiratore. Abita in vini che nascono da contesti ambientali particolari come Roccatederighi e Roccastrada, angoli incontaminati e selvaggi di una Maremma felicemente collinare, e si concretizza qui in un Alicante paradigmatico, di grande spinta minerale. E’ un rosso succoso, sfumato, tanto da rendere manifesto il sotteso più che la presenza scenica. Bello e individuo, disegna una traiettoria a sé e non ti stanchi di berlo.

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CASANUOVA-THILO BESANÇON – Altoreggi 2018 (sangiovese; € 16)

Qui è dove il macigno del Chianti incontra le argille sabbiose di matrice lacustre del Valdarno, e qui è dove Thilo Bensançon, agronomo tropicalista, va trasmettendo i giusti impulsi all’impresa di famiglia per fare le cose “ammodo”, nel segno della bevibilità e di una espressione fedelmente territoriale.

Sorprendente questo Sangiovese di Figline Valdarno: aggraziato, fragrante, tutto in sfumare, dal sentimento “pinotteggiante”, una sorpresa che non scordi.

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CASTELLINUZZA E PIUCA – Chianti Classico 2019 (sangiovese, canaiolo; € 12)

A Castellinuzza, alle porte di Lamole, vi respiri un’atmosfera di altri tempi e il Chianti si riappropria della sua autenticità, alimentata qui da pragmatismo, umiltà e gesti semplici. Giuliano e Simone Coccia, padre e figlio, guidano una delle più piccole realtà imbottigliatrici del Chianti Classico, unendo alla viticoltura un piccolo allevamento di vacche di razza chianina. Dall’amato cemento prendono forma vini schietti, gastronomici, portati per loro natura alle sfumature di sapore, longilinei più che ampi, umorali quanto basta a sancirne la matrice artigianale.

Il Chianti Classico ’19 è una ispirata accordatura di frutto e fiore. Molto naturale nello sviluppo, si offre con il giusto grado di dettaglio e con un andamento tonico e disinvolto, chiosato da un tannino gradevolmente increspato e ingentilito dai ritorni agrumati.

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FATTORIA CIGLIANO DI SOPRA – Chianti Classico 2019 (sangiovese, canaiolo;  € 20)

Realtà recentissima sulla via di Cigliano, nel comune di San Casciano Val di Pesa, fondata e guidata dalla giovane enologa Maddalena Fucile, fin dai primi imbottigliamenti ha fatto drizzare le papille grazie a vini dal profilo garbato, classici negli accenti, portati d’istinto al dettaglio sottile.

Solo un paio di etichette, per adesso, declinate nel segno del sangiovese e concepite per possedere connotati di territorialità, tra cui spicca un Chianti Classico ’19 di disinvolta eleganza, che si racconta in un gusto spigliato, sapido e bellamente nervoso, di ottima personalità.

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FATTORIA DEL PINO – VinValé 2017 (sangiovese, € 13)

Jessica Pellegrini, montalcinese doc, vive in vigna e lo fa con dedizione assoluta. Fa tutto da sola alla Fattoria del Pino, nata una dozzina di anni fa per una sorta di ricongiungimento ideale con un affetto perduto. I suoi vini, Brunello in testa, traducono fedelmente le sollecitazioni del terroir e lo fanno con ineludibile forza espressiva, nel solco della ortodossia stilistica dei luoghi.

Fra questi spicca VinValé, esclusiva dedica al fratello, che in barba all’annata infìda è un rosso vivo, fragrante, coeso, contrastato, luminosamente centrato e incredibilmente accordato.

Un bel viatico per il futuro.

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Continua…..

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