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Barbera d’Asti Superiore Litina 2017 50° Anniversario, Cascina Castlèt

La storia di Mariuccia Borio, oggigiorno al timone di Cascina Castlèt, inizia attorno al 1970 ed è molto interessante, soprattutto per quanto concerne la determinazione che la contraddistingue. Ci troviamo a Costigliole d’Asti: 31 ettari che circondano l’azienda e colline dai dolci pendii che custodiscono filari dove le uve, ben esposte e baciate dal sole, vengono allevate a circa trecento metri sul livello del mare. E’ terra di barbera, straordinario vitigno autoctono piemontese che alla stregua del dolcetto non ha mai raggiunto traguardi impressionanti in termini di notorietà o moda – cosa che ad esempio sta accadendo in questi anni al nebbiolo – tuttavia, il suddetto varietale – allevato da mani esperte – è da considerarsi quale vero e proprio monumento al valor civile del ber bene, patrimonio del popolo che da sempre abita queste terre e lo consuma quotidianamente. Ha ispirato poeti, scrittori, cantanti: un bicchiere di Barbera è da sempre sinonimo di piemontesità autentica; spero con tutto il cuore che i consumatori di vino, oggigiorno sempre più numerosi, attenti e pretenziosi, comprendano il potenziale e la versatilità di questo varietale.

Torniamo a Mariuccia, la nostra protagonista, che dopo la scomparsa del padre eredita parte di Cascina Castlèt, circa 5 ettari. Queste le sue parole: “In totale erano 20 ettari che il nonno aveva diviso tra i 4 figli maschi. Le donne erano escluse dall’eredità della terra, la portavano solo in dote. Per me, figlia unica, non c’era altra soluzione ma a questo non ho pensato sono partita senza pregiudizi.” A 23 anni, dunque, torna a Costigliole d’Asti, dopo aver trascorso qualche anno a Torino al bancone della bottiglieria di famiglia, esperienza che le ha dato molto, soprattutto in termini di visione d’insieme. «Sono tornata con una visione nuova del Barbera – spiega Mariuccia – all’epoca era il vino che si vendeva sfuso e ho subito fatto una scelta importante: vendere vino solo in bottiglia scegliendo il packaging adatto. Ho impiantato nuovi vigneti e ho voluto in cantina le professionalità: enologo e agronomo. Amo la mia terra, ce l’ho nel Dna, ho scommesso sulla terra e sui vitigni del luogo: barbera, moscato, uvalino, chardonnay e cabernet, che fin dall’ottocento sono presenti nel nostro territorio”. Tuttavia quale altro vitigno, se non la barbera, poteva celebrare al meglio il premio ricevuto al Genuss Film Festival di Zug – Svizzera – per le sue 50 vendemmie. Nella motivazione si legge “per quello che nella vita ha fatto per il vino”.

Un gradito riconoscimento che ha dato vita ad un’edizione speciale di Barbera d’Asti Superiore Litina, vino di punta dell’azienda, che nella vendemmia 2017 – con un’etichetta dedicata e 20 mila bottiglie – racconta la realizzazione di un sogno divenuto realtà. Il nome deriva dalla vigna che portò in dote zia Litina, proprio accanto a Cascina Castlèt, e il vino è dedicato a lei. Considerate la circostanze, trovo doveroso lasciare nuovamente la parola alla nostra protagonista: “La Barbera è il vitigno che meglio esprime questo territorio ed è il primo vino che ho imbottigliato. La prima vinificazione l’abbiamo fatta nella cantina sotto casa, in piccole vasche di cemento, è normale che per me sia il vino del cuore. È l’unico che propone in etichetta le tre C, iniziali di Cascina Castlèt Costigliole. È il simbolo dell’innovazione nel rispetto delle tradizioni e della generosità delle nostre famiglie rurali, dell’amore per la coltura della terra”.

Veniamo al Litina 2017 50° Anniversario, frutto di una vendemmia manuale e selezionata svolta durante la prima quindicina di ottobre. Le uve barbera provengono da un solo vigneto ben esposto, soleggiato, e con viti che hanno oltre un secolo. L’annata 2017 è stata indubbiamente tra le più problematiche degli ultimi anni a causa di siccità e stress idrico: solo chi ha seguito pedissequamente l’intero ciclo di vegetazione della pianta – soprattutto durante la fase principale della maturazione dell’uva – è stato in grado di portare a casa grappoli sani e con livelli d’acidità adeguati. Mariuccia è tra queste persone: vive in simbiosi con le proprie vigne da oltre cinquant’anni, rispetta il loro equilibrio, non le esaspera con tecniche d’allevamento incentrate su un eccessivo utilizzo di prodotti di sintesi.

Lo facevano i nostri vecchi – spiega Mariuccia – continuiamo a farlo noi con i mezzi più moderni, pronti a scendere, a toccare con mano la terra, le foglie, i grappoli”. Ogni ettaro ha una densità di impianto di circa 5.000 ceppi, con una produzione media di 70 quintali di uva. Riguardo la vinificazione si parte con la fermentazione del mosto a contatto delle bucce per una durata di circa 12 giorni, la temperatura è controllata (circa 28°), lo scopo è quello di ottenere la massima estrazione delle sostanze coloranti e tanniche. Successivamente svolge la fermentazione malolattica, per concludere il ciclo con l’affinamento in botti di rovere di media capacità per circa otto mesi e oltre un anno in bottiglia.

Versato all’interno del calice rivela una trama cromatica profonda, intensa, rubino caldo che con il passare degli anni acquisirà sfumature granato. Al naso è da subito un profluvio di frutta in confettura, tra ciliegia e marasca, che ben presto cede il passo a frutti di bosco maturi in grado di alleggerire il tono, coadiuvati da un ricordo floreale di geranio selvatico e rosa rossa; la spezia è dolce, così come il continuo richiamo al cacao amaro, rosmarino, tabacco in foglie e liquirizia in caramella. Chiude, ad oltre mezz’ora dalla mescita, su note boschive a tratti balsamiche, gran bella evoluzione non c’è che dire.

In bocca vi è sinergia tra rotondità e verticalità, la prima è data dal frutto opportunamente maturo, la seconda dalla grande esperienza di Mariuccia e dalle potenzialità di una vigna realmente vocata. La spezia rincorre la parte balsamica in una gara che fatica a concludersi, così come la profondità del sorso; il tutto in un’atmosfera di leggiadria e ariosità ragguardevoli. In due, a cena, bottiglia finita ancor prima di aver terminato il secondo piatto, ovvero uno stracotto di guancia di manzo con funghi porcini, abbinamento notevole e stagionale.

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Crediti fotografici di Cascina Castlet e Danila Atzeni

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