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In tutta franchezza

Se ne discute da molti anni e non si arriva a una conclusione condivisa: ma insomma, i vini ottenuti da viti non sovrainnestate, ovverossia franche di piede, sono più buoni o no?

Ne ri-ri-ri-ri-ri-riparlavo qualche settimana fa con un bravissimo viticoltore langarolo, che non nomino per questo, questo e quest’altro motivo. Il suo giudizio è stato abbastanza perentorio: “non credo che sia facile definire con grande precisione cosa apporta in più o in meno una vite su piede franco. È una valutazione vincolata a troppe variabili e soprattutto il giudizio finale sui vini è troppo soggettivo. Secondo me su questo c’è molto marketing, si cavalca una moda.”

Sì, eh? personalmente non sarei così tranchant. Nella mia esperienza degustativa ho trovato – o creduto di trovare, autosuggestionandomi – un quid, un qualcosa di più profondo e complesso. Un qualcosa che è elusivo, difficile o impossibile da descrivere, e insieme evidente come il disco solare a mezzogiorno (quando non ci sono sistemi nuvolosi compatti o una manifestazione di palloni aerostatici come il Ferrara Balloons Festival, l’evento mongolfieristico più importante d’Italia).

Per fortuna non sono l’unico eccentrico ad avere questa percezione. E di sicuro non l’unico a nutrire dei dubbi. È più di un secolo che la faccenda lascia perplessi e divide gli addetti ai lavori. Come riporta Jacky Rigaux, ai primi del Novecento un viticoltore siciliano, tale de Salvo, scriveva da Riposto (Catania): “posso assicurarvi che il vino della vite innestata  è molto meno buono di quello delle viti franche di piede: soltanto i ciechi non possono riconoscerlo” (16 febbraio 1903). Sempre Rigaux cita un ricercatore della stessa epoca, un non meglio identificato M. Jallabert, il quale sul un numero della Revue viticole del 1904 constata che: “le variazioni dovute ai cambiamenti generati nella nutrizione generale della vite – sia a causa di un cattivo adattamento, sia per mancanza di affinità – non mi sembrano più contestabili. Essi sono caratterizzati da modificazioni nella dimensione degli organi della pianta e nella sua vigoria; e anche da modificazioni sia nella qualità e dimensioni dei frutti, sia nella loro quantità. Le osservazioni svolte su vasta scala dalla ricostruzione del vigneto francese, in particolare nelle regioni meridionali, non lasciano sussistere alcun dubbio a questo riguardo. Direi lo stesso circa le variazioni constatate nella composizione chimica dei mosti delle nostre diverse varietà, in base al fatto che siano o meno innestate su questo o quel portainnsesto.”

Ancora. Nel trattato del 1908 La question phylloxérique, Lucien Louis Daniel approfondisce (tradotto in modo grossolano): “Si può dire che l’innesto cambia il gusto della frutta, e la vite non fa eccezione. Dopo la fillossera, alcuni viticoltori furono costretti a  ricostituire in tutta fretta i loro vigneti con viti innestate, perché non era possibile fare altrimenti. Ma altri, i cui vigneti avrebbero potuto ospitare la vite franca di piede, questa fu comunque abbandonata, perché l’innesto avrebbe aumento il volume della produzione, a scapito della qualità. Nessun esperimento fu fatto sull’influenza dell’innesto sul gusto, e così il gusto originale della vite francese è scomparso per sempre.

Solo una coltivazione su piede franco permette di farlo riapparire oggi: ciò consente di liberare il vero “vino della terra”, poiché la vite si nutre direttamente dalle proprie radici con gli elementi di cui ha bisogno, mentre con un portainnesto ha accesso solo a ciò che il portainnesto gli mette a disposizione. Inoltre, il ciclo vegetativo è diverso. La vite su piede franco evolve nel suo ciclo naturale senza vincoli; su un portainnesto, è anche sotto l’influenza del ciclo vegetativo di quest’ultimo, il che costituisce una differenza fondamentale.

Oggi, quando un viticoltore sceglie un portainnesto da un catalogo, privilegia la “fabbricazione” di vini con della struttura, con cicli più brevi o più lunghi, ecc.: di fatto, fabbrica un vino in funzione della domanda con la stessa struttura del portainnesto. Mentre su piede franco, nel luogo dove è nata nel corso dei secoli, darà perfettamente il vino del luogo in cui è nata. La composizione di oligoelementi, polifenoli e altri elementi minerali è completamente diversa.”

Infine, risalendo per li rami della storia, sempre Rigaux cita il celebre orticoltore anglo e sassone Thomas Andrew Knight (1759-1838): “nel suo giardino Knight possedeva due arbusti di pesco della stessa varietà Acton Scott, coltivati nelle stesse condizioni e nello stesso punto: uno era franco di piede, l’altro innestato su un pruno. Ora, il gusto e l’aroma delle pesche dalla pianta sovrainnestata erano talmente inferiori al sapore e ai profumi dei frutti – più piccoli – del pesco franco di piede, che Knight avrebbe dubitato di essere in presenza della stessa varietà, se non avesse effettuato lui stesso l’innesto in precedenza.

Queste testimonianze non sono altro che testimonianze. Non costituiscono prove palmari né men che meno evidenze scientifiche. Però puntano il dito – parecchie dita, direi – nella stessa direzione. Per parte mia quando incontro un vino da viti su piede franco non me lo faccio sfuggire: come ad esempio il formidabile Barolo Pié Franco 2011 di Cappellano, che da un’annata non proprio monumentale sa trarre un transatlantico di profumi e un arco gustativo grande quanto il Monte Rosa.

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One Comment

  • Angelo bertacchini ha detto:

    Certo che si trascura un fatto fondamentale. Il primo è che spesso si è obbligati all’uso del portainnesto a causa della fillossera. Il secondo non meno importante, che spesso i vigneti innestati presentano una uniformità genetica enorme e che anche la cattiva esecuzione degli scassi, origina un peggioramento della qualità delle uve. L’impiego nel vigneto, di una variabilità genetica elevata, migliora di molto la complessità dei vini

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