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La prospettiva del bufalo. Vini fuori dal coro. Toscana/3

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MALGIACCA – Malgiacca Bianco 2020 ( trebbiano (50%), malvasia e vermentino (30%), grechetto, moscato, colombana, altri; 13 €)

Uno spalto bellissimo di mezza collina protetto dall’altipiano delle Pizzorne, al cui interno sono disseminati vecchi vigneti promiscui dal contenuto non sempre conosciuto, in luoghi che si chiamano Malgiacca, Gragnano, Tofori, Sant’Andrea….

Ecco, è per recuperarne la voce che è nata una scommessa nuova sulle colline lucchesi. Fondata quattro anni fa da un gruppo di amici guidati dalla competenza tecnica di Saverio Petrilli, enologo visionario della Tenuta di Valgiano, Malgiacca ha adottato una agronomia pulita – a partire dalla rivitalizzazione dei suoli e del loro potere traspirante-  e una enologia basica, e i risultati si stanno coagulando attorno a una serie di etichette (poche) accomunate da spontaneità e naturalezza espressiva, dove ad oggi sembra sia il gioco di squadra, più che l’acuto da singola varietà o da singolo appezzamento, a sortire i risultati più identitari.

Coinvolgente, a tal proposito, Malgiacca Bianco 2020, che alla veracità e alla franchezza dei profumi associa una tattilità carnosa e levigata, ma soprattutto una leggerezza gustativa che fa leva su una corrente sapida rinfrescante.

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VILLA PATRIZIA – Sciamareti 2020 (malvasia, procanico; 11 €)

Sciamareti è una delle etichette storiche di Villa Patrizia, il loro bianco per eccellenza, approdato alla sua trentesima vendemmia (o giù di lì). Ottenuto dalle vigne quarantenni di Cana, nel comune di Roccalbegna, in una zona assolutamente collinare della Maremma grossetana (450 mt), assume un profilo caratteriale perché, sotto una apparenza ossidativa e un punto di giallo che vira al dorato, mostra una tensione, un cambio di passo e una grinta che non scherzano.

Da vino di bocca quale egli è, sprizza territorio da tutti i pori: è fibroso, saporito, e il suo naso intriso di sentori cerealicoli e di frutti a polpa bianca ne sancisce con orgoglio il portamento serioso.

“Trebbianeggia”, ecco quello che fa, e lo fa maledettamente bene.

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ORNINA – Ornina 2017 (sangiovese, canaiolo; 19 € )

Nel Casentino profondo di Castel Focognano, ad altimetrie importanti, Marco Biagioli produce, fra gli altri, l’Ornina, da vigne piantate nel 1973 da suo padre. Lo fa con gesti puliti, impiegando basse dosi di solforosa, e lui, l’Ornina, in questo caso discendente dall’annata 2017, fin da subito ti coinvolge per grazia e garbo espositivo. E per il tratto stilizzato, senza che alcol o tannini facciano la voce grossa.

Anzi, in questi posti di sabbia e calcare il tannino adorna più che incidere, e scorta con gentilezza una trama floreal-balsamica che sembra fatta apposta per le rarefazioni, sostenuta da un provvidenziale alito di freschezza.

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PODERE IL BALZO – Chianti Rufina 2018 (sangiovese, canaiolo, colorino, malvasia nera; 9 €)

Mi piace immaginare che il “balzo”, oltre che una presumibile morfologia paesaggistica, voglia sottolineare il cambiamento, o meglio la volontà di cambiamento, quella che ha portato un boscaiolo a diventare anche vignaiolo.

Sono storie contadine senza “compagnie cantanti” alle spalle, queste qua, e per tale ragione portatrici sane di autenticità, la stessa autenticità che traspare -fin dalle prime edizioni- dai Chianti Rufina di Paolo Ponticelli.

Il Chianti Rufina 2018, per esempio, punta dritto al cuore: è elegante, ben disegnato, e coniuga densità e finezza in sintesi armonica. Con la tensione aromatica a dar voce alla terra e alla florealità, possiede un gran nerbo e una spalla acida portante, lastricando di bellezza il futuro della Rufina ad un prezzo che smuove la commozione.

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PODERE IL CASTELLACCIO – Valente 2018 (sangiovese, pugnitello, foglia tonda; 17 €)

La Bolgheri del Castellaccio non è propriamente quella fissata nell’immaginario collettivo (qui ci sono colline, e boschi, e uliveti, proprio dietro il borgo di Castagneto Carducci), e così l’idea pazza di Alessandro Scappini è stata quella di mettere a frutto le vecchie vigne piantate dal nonno negli anni Cinquanta con uve tradizionali toscane, e di farlo proprio in un contesto così, nel frattempo diventato stracelebre (e celebrato) per la dominante francese dei vitigni coltivati e per i conseguenti vini di ispirazione bordolese. Un percorso in salita, potremmo dire, coraggioso, ma quel che più conta distintivo.

E se oggi Alessandro si è convinto a piantare pure lui cabernet franc, per approdare al Bolgheri doc (il nuovo 2018 Superiore fa aguzzare le papille, fra l’altro), una nota di particolare merito va a Valente 2018, che si distingue per la connaturata “disattitudine” alla omologazione. Ne apprezzerai difatti la diversità organolettica, che a suo vantaggio può contare su un bel grado di contrasto, sulla  sostanziale eleganza e su una pregevole misura.

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MURALIA – Maremma Toscana Sangiovese Altana 2019 (sangiovese; 13 €)

Alla cieca potrebbe ricordare un bel Sangiovese chiantigiano: profilatura, giustezza, freschezza, assenza di sbrodolature alcoliche o tanniche…; e invece proviene da un lembo selvaggio e luminoso di Maremma, dove Stefano Casali ha deciso un giorno di fermarsi per vivere una nuova vita. In realtà due sono i contesti produttivi, uno lì al Poggiarello di Roccastrada, luogo di luce e calore, l’altro a Sassofortino, in cui altimetrie e suoli (di matrice vulcanica) propiziano ben altre traiettorie espressive.

In Altana ’19 hai ampiezza, ariosità, e una leggerezza inattesa fatta di sfumature gentili, supportata in questo da una estrazione super calibrata.

Sottende sincerità, e una mano attenta a non calcare i toni.

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TIBERINI – Rosso di Montepulciano Sabrèo 2019 (sangiovese, canaiolo nero; 12 €)

Ecco un Rosso di Montepulciano davvero brillante ed espressivo. Soprattutto simpatico a pelle, per via della scioltezza e della naturalezza nell’eloquio. Note ferrose e officinali annunciano un corredo aromatico fruttato e succoso, dove è l’istinto a prevalere sulla complessità.

Ma ecco soprattutto una cantina (familiare da sempre) che sta apportando una brezza fresca e nuova all’interno della storica denominazione poliziana. Lo sta facendo nel nome delle autoctonie e della essenzialità, nei gesti e nei modi.

E poi, a uno che si decide a produrre un pulcinculo in purezza, non puoi non volergli bene!

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PODERE ERICA – La Ghiandaia 2019 (sangiovese, canaiolo; 14 €)

Non credo proprio che di un vino lo si possa sostenere, ma a istinto sarei portato a dire di lui che si presenta a noi in una veste incorrotta, con la stessa purezza dell’acqua di roccia.
Da un lato una bevibilità straordinaria, dall’altro un portamento signorile, e tu non sai che scegliere.
E poi ancora compostezza, integrità, naturalezza espressiva….
Un conseguimento raro, un’autentica sorpresa, una vertigine di levità e profondità.

Sentimentale se ce n’é uno, si avvantaggia di un terroir evidentemente all’altezza (Olena, Barberino-Tavarnelle, Chianti classico, Italia, mondo), di una dimensione d’impresa piccolina e di una mano angelica.

Un tuffo al cuore: da oggi, una necessità.

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