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Una questione irrisolta

Giulio e Lucia Barzanò

Nel mondo del vino del ventunesimo secolo – terzo millennio dell’era volgare – è merce quotidiana la discussione su questioni che sembrano fondamentali il lunedì e sono poi derubricate a cazzatelle il martedì.
Lunedì: “Hai visto il produttore xy? pare che abbia messo del cabernet nel suo qz anche se è vietato dal disciplinare. Incredibile, da denuncia.” Seguono a ruota polemiche/frasi roventi/tweet indignati/denunce facebookiane/abiure/scomuniche/etc.
Martedì: “beh vabbè, lo fanno tutti, e poi in quel rosso rachitico un po’ di cabernet ce sta bene”. Fine.

In questo cielo di stelle cadenti esistono e persistono parallelamente questioni da sempre irrisolte, immutabili come il sole e la luna.
Se ne parla da anni o decenni e stanno sempre lì. Hai voglia a dire “eh, bisogna aspettare che la cultura del vino si diffonda”, “eh, prima o poi il bevitore medio capirà che mischiare il bianco con il rosso non fa peggio che bere la stessa quantità di bianco o di rosso.”

Niente. L’errore continua. La cattiva abitudine continua. L’autolesionismo continua. Perché di errore, cattiva abitudine, autolesionismo si deve parlare, quando ad esempio si arriva all’annosa faccenda del consumo troppo precoce dei vini bianchi.

Garantisco che è storia vera. Un paio di mesi fa un amico (non uno sprovveduto, una persona colta, che ricopre un ruolo istituzionale importante) mi chiede dei suggerimenti per acquistare un discreta quantità di vini. Gli passo alcuni consigli. Qualche tempo dopo gli chiedo cosa ha poi acquistato. Mi risponde candidamente: “quasi tutte le tue dritte, tranne i bianchi. Sai, la mia compagna dice che prendere bianchi del 2017 e 2018 è un rischio inutile. Abbiamo preso dei bianchi del 2020.” Questo è lo stato dell’arte, Anno Domini 2021 (quasi 22).

Ora, a tutto questo pensavo rimanendo ammirato dalla bellezza del Franciacorta EBB 2010 de Il Mosnel, tirato in pochi esemplari e proposto ai conoscitori dopo una sosta di oltre un decennio sui lieviti. Un vino di particolare intensità aromatica, iridescente, ricchissimo di sfumature. Tanto da far immaginare che derivi da un taglio di chardonnay (70%) e tartufo bianco (20%), più un saldo di decine di altri testimoni olfattivi.

È una delle mille riprove che ho avuto sull’opportunità – e spesso la necessità – di attendere una bottiglia di bianco per diversi anni.
Specificamente un bianco spumante, a dirla tutta. Una tecnica consolidata che uso da tempo è di acquistare un ottimo non millesimato – quella che si definisce sbrigativamente una cuvée di base – e di tenerla in cantina per almeno tre o quattro anni. Di solito, anche se non esiste una certezza matematica come in tutto ciò che riguarda il vino, alla fine stappo un vino che avvicina la complessità di una molto più costosa cuvée de prestige. La terziarizzazione aggiunge note nocciolate e tartufate, l’acidità affilata della gioventù rimane presente, ma viene smussata da una pseudo-dolcezza (non compro spumanti troppo dosati) derivata dalle prime sfumature ossidative.

Suggerisco a chi non l’ha sperimentato di fare una prova comprando, per dire, un Roederer. 35/40 euro non sono pochi, certo. Ma un millesimato o un Cristal costano molto di più. Dopo qualche anno di maturazione la differenza con le selezioni di vertice certo rimane, ma si assottiglia grandemente.
Arriveremo un giorno su Marte? Il teletrasporto sarà una realtà? Il cosiddetto ‘grande pubblico’ capirà in un lontano futuro che il vino bianco non scade come il latte?

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