Il vino più antico del mondo è anche il più trascurato

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Esiste una stagionalità nel consumo di vino ed esiste una stagionalità degli articoli sul vino. I due flussi sono in genere sincronizzati, ma talvolta viaggiano ognuno per conto proprio. In estate si bevono bianchi e si scrive sui bianchi, sotto le feste natalizie si bevono vini effervescenti e si scrive sui vini effervescenti.
Ma quando si bevono i rosati? E soprattutto, quando se ne scrive? A parte un paio di colleghi da tempo attenti al sottoinsieme, il resto della critica – me compreso – ha sempre una certa riluttanza ad affrontare il tema.

Il vino rosato accomuna infatti i neofiti e gli enofili in un’unica proscrizione. Il bevitore comune si trascina dietro stancamente due o tre luoghi comuni sul rosato (“a me non dice nulla, non è né carne né pesce”, “di solito non sono buoni, sono vini di risulta”). L’enofilo, non avendo bottiglie di culto cui fare riferimento per una regolamentare adorazione dell’etichetta – non esiste l’equivalente in rosé di Yquem o di Romanée Conti -, lo liquida con cliché collaudati (“li fanno con le saignée dei rossi aziendali”, “a parte due o tre cose in Anjou o nel Salento, etc”) .

Eppure il rosato è il tipo di vino più antico della storia umana. Così riassume Ophélie Neiman, autrice di uno dei più fortunati libri di divulgazione sul vino venduti in Francia negli ultimi anni (Le vin n’est pas sorcier, 2013):

Il rosato non è solo un vino alla moda inventato cinquant’anni fa. Nell’antichità, le tecniche di vinificazione non erano le stesse di oggi: la macerazione prolungata dell’uva, che dà il colore ai vini rossi, era molto raramente praticata, o addirittura sconosciuta in certe aree produttive. I vini ottenuti da uve nere erano quindi già rosati! In seguito la popolarità del rosato è cresciuta. Nel Medioevo, tra il XIII e il XVIII secolo, il vino di Bordeaux era sempre di colore rosa: il Bordeaux all’epoca era chiamato infatti “clairet”, chiaretto. Lo stesso vale per lo Champagne, che all’epoca non aveva “bollicine”. Fu solo più tardi che il vino rosso invase le tavole e che il vino rosato divenne di moda, soprattutto sotto Napoleone.”

Il vino più antico del mondo e anche il più negletto, a quanto pare. Per i suoi (non molti) sostenitori, assomma le virtù dei bianchi in termini di freschezza e leggerezza e dei rossi in termini di presa al palato per i tannini. Per i suoi detrattori non è fresco e leggero quanto un bianco e neanche pieno e saporito come un rosso.

È ovvio che questo schema dicotomico sia troppo rozzo per restituire efficacemente la complessità del reale. Esiste infatti una notevole palette di esiti stilistici che possono essere catalogati nella generica definizione di “vino rosato”: dal tenuemente macerativo all’acquerello appena venato di rosa, dal rosato da uve rosate (ad esempio da pinot grigio) al rosato/acqua di mare, tutto sale e iodio, fino al rosato inoffensivo, fruttatino, dolciastro. Una possibile classificazione dei vini rosati segue infatti questa linea progressiva:

Verso il lato sinistro della suddetta linea progressiva, ma non al suo limite estremo, si può agevolmente collocare la Rosa di Pertinello, vino ricco di stile e di presa la palato prodotto dall’omonima azienda romagnola. Ho scritto “presa” al palato e non “morsa”: i rosati super salati mancano infatti di una nota o almeno di una pennellata di frutto, di dolcezza di frutto. Ciò che invece è percettibile nella Rosa di Pertinello. Il quale è certo più un rosato gastronomico, salino, tenace, che morbido; ma che tuttavia fa lampeggiare, dopo la deglutizione, un delicato timbro floreale e fruttato.
Il 2019, bevuto in questi giorni, corrisponde in pieno a questa silhouette, ed è quindi molto raccomandato per accompagnare quasi ogni alimento, preparazione, ricetta, singolo ingrediente.

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Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

1 COMMENT

  1. Grazie del chiarimento. Si, è vero e lo dico per esperienza personale anche se non antica.
    In primis, i vini di Bordeaux sono ancora chiamati clarets nella perfida Albione, che ne é anche il maggior consumatore.
    La prima volta che feci del del vino, era il 1961 o ‘62, feci esattamente quello che tutti quelli prima di me avevano fatto, pigiatura (non con i piedi anche se forse 10 anni prima avevo davvero visto questa procedura), grappoli passati attraverso una rudimentale diraspatrice, temperatura ambiente ancora estiva, fermentazione selvaggia in una vasca aperta, ecc. ecc.
    Non un vino per Parker ma bevibile anzi piacevole, scarico di colore non rosato ma forse come i clarets sono stati per tanti secoli…
    Forse il problema del rosato è che troppi non fanno altro che prendere un vino bianco con una personalità piccola piccola e lo riciclano con una battezzatura di rosso.
    Un buon rosato deve essere come gli ibridi ben riusciti che prendono il megli delle loro diverse origini.
    Invece, nella stragrande maggioranza dei casi, ereditano il peggio.
    Ma la colpa è dell’ibridatore.

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