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Tignanello e i suoi fratelli. Essere (e sentirsi) Supertuscan. Gli sviluppi e le nuove annate in 50 vini. Prima parte

Vien da chiedersi: ma di fronte al meritatissimo ritorno alla ribalta dei vini di territorio ricadenti nei vari disciplinari di produzione (vedi il Chianti Classico), al punto da riconquistarsi i mercati del mondo e il cuore degli appassionati, che fine avranno fatto i famigerati/amati/osannati/chiacchierati Supertuscan? O meglio, che posto vanno occupando, oggi, nell’immaginario collettivo? La domanda contiene volutamente un’ingenuità di fondo, dacché la risposta è: “ma chi li ammazza, quelli lì!”

E ci mancherebbe altro. Numeri e bicchieri alla mano, la tipologia è ancora ben nutrita, e pure assistita da valide argomentazioni, se stiamo al potenziale qualitativo espresso. Non è forse un caso se le “ambizioni più ambiziose” di un’azienda vinicola continuano a essere riposte in quei vini lì, in grado di scontare prezzi sul mercato superiori rispetto a quelli di norma ottenibili restandosene buoni buoni entro i limiti di un disciplinare di produzione, anche se qualche flessione di immagine, certi Supertuscan, l’hanno pure patita.

Che poi non è soltanto questione di tornaconti economici, ma il fatto che certe etichette sono divenute dei brand, e un brand è una sorta di vessillo che sventola, e nel suo nome (e in quello dell’azienda) ci stanno dentro l’identità e la distinzione, ancor più del territorio che lo ha generato, e il viticoltore difficilmente è propenso a ritornare sui propri passi per ricollocare quel vino nella Doc o Docg di pertinenza, nonostante vi siano i requisiti, continuando a preferirgli il fregio di una onnicomprensiva Igt Toscana.

Una tendenza, questa, che sta resistendo anche in un momento storico così, in cui sono venuti a mancare di fatto i presupposti di un tempo, quelli che portarono molti viticoltori toscani a forzare la mano alla tradizione e a rompere, anche polemicamente, con l’istituzione della Doc, per tentare strade che avessero ad orizzonte esclusivo una qualità senza compromessi, elaborando vini che potessero confrontarsi da pari a pari coi vini del mondo, scegliendo i vitigni più funzionali allo scopo, facendo leva su un canovaccio stilistico più libero dai lacci e distinguendosi in tal modo dal mainstream di medio(cre) cabotaggio rappresentato allora dalle Doc, soggette di per sé a frequenti appannamenti di nomea.

Il repertorio che segue è focalizzato sul territorio del Chianti (Classico), ovvero sul distretto dei Supertuscan per antonomasia (anche se non esclusivo), dove i principali elementi costitutivi – al netto dei metodi di vinificazione e di affinamento, oggi assai più variati rispetto a un tempo – restano i classici tre:

– blend o monovarietale da vitigni internazionali
– blend di vitigni locali -in primis sangiovese- con vitigni internazionali
– sangiovese in purezza, oppure sangiovese con saldo di altri vitigni locali (canaiolo, malvasia nera, colorino e via discorrendo)

Su queste direttrici varietali si apre un mondo, un mondo che può innescare riflessioni interessanti alla luce dei tempi che cambiano, alla luce di una rivisitazione stilistica in corso, alla luce di una piena rivalutazione dei vitigni autoctoni, alla luce delle predilezioni di un mercato fattosi più adulto (quantomeno quello a cui questi vini sono indirizzati) e, soprattutto, alla luce di una reale esigenza di distinzione, che oggi non può che fondarsi sulla trasparenza espressiva, ossia su quanto quel vino sia in grado di dire riguardo alla terra da cui proviene. Su quanto cioè quel vino “sappia” di lei.

Nel caso dei blend o monovarietali internazionali (o internazionalizzati), quando ci troviamo di fronte a una perdurante latenza di personalità – ma ricordiamoci che in taluni casi  ‘sta genìa di vini qua è in grado di “parlare” prepotentemente della propria terra, e ciò indipendentemente dai vitigni in gioco -, c’è l’àncora di salvataggio della perizia tecnica, messa in campo con ampio dispiegamento di mezzi e risorse, offrendo magari il fianco a una possibile deriva omologatrice, d’accordo, o a un deficit di originalità, ma riuscendo comunque a soddisfare certi target e certi mercati tendenzialmente “anglofoni” (ma non solo), differenziandosi opportunamente dalle altre tipologie di vino in gamma, magari ricadenti sotto la Doc o Docg di turno, e quindi più attinenti alle tradizioni dei luoghi in termini di vitigni, metodi e caratteristiche sensoriali.

Quando invece si va sul “nostrano”, ovvero sul sangiovese, la questione si complica, perché quel vino si troverà a competere con tutti i vini targati Chianti Classico (siano essi annata, Riserva o Gran Selezione), e allora il consumatore medio potrebbe perdere i punti di riferimento, confondersi un po’.

Ora, sinceramente, in cuor mio auspicherei che tutti i Supertuscan a base sangiovese di quel territorio potessero confluire nella denominazione Chianti Classico, perché se c’è oggi un distretto che merita attenzioni e rispetto per quello che ha dimostrato di saper fare in termini di caratterizzazione, diversificazione, versatilità e godibilità dei propri vini, ebbene questi è il Chianti Classico. Ritrovarci dentro un Pergole Torte, un Cepparello, un Percarlo, un Flaccianello o un Fontalloro mi piacerebbe davvero, e costituirebbe un segnale fortissimo, magari con tanto di sottozona (o di vigna) stampigliata in etichetta.

Ma siccome non è così, e non sono poi tanto sicuro che lo sarà in futuro, prendiamo quel che viene e diamo atto che non mancano comunque i motivi per bearsi e sorprendersi, perché è indubbio che dimorino in questa categoria autentici fuoriclasse, lì dove le direttrici stilistiche – semplificando –  si dividono in due filoni principali: il primo legato al “vecchio stile moderno” dei Supertuscan ante litteram, in cui un’agronomia selettiva e un impiego generoso dei legni piccoli dà voce a rossi carnosi e intensi, nei quali l’estrazione, la piena maturità del frutto, la morbidezza e l’incidenza del rovere sono solite indirizzarne le trame; e l’altro in cui si assiste a una consapevole riscoperta della “retrotopìa”, segnata da una spontaneità scevra da sovrastrutture, nel tentativo di far esprimere i vini per quello che sono, senza vestirli di niente, doti di cui si fanno garanti un’agronomia attenta a preservare integrità e freschezza, un’enologia poco o niente interventista, vasi vinari tipo legno grande, cemento o terracotta. Ovviamente, certe etichette stanno in mezzo, pescando un po’ dall’uno un po’ dall’altro.

Quel che è certo, aldilà dei vitigni o della sottocategoria di appartenenza, è che rispetto al presenzialismo di un tempo sta conquistando maggiore spazio la misura, e una superiore esigenza di equilibrio e garbo espositivo, favoriti da una accresciuta e generalizzata sensibilità interpretativa. Da qui un rinnovato interesse verso questa categoria di vini, che a un certo punto della sua storia ha persino rischiato di essere tacciata per apolide.

Il repertorio che segue racconta e raccoglie 50 Supertuscan provenienti dal Chianti Classico, di storico blasone od emergenti, còlti nella loro ultima annata, quella attualmente in commercio. Sono stati disposti in stretto ordine alfabetico, con le predilezioni e i bemolle da cogliersi a seconda delle parole, ma anche dei silenzi. Ah, fra parentesi ho indicato i vitigni e il comune (o la sottozona) di provenienza: la presenza eventuale di un punto e virgola sottolinea la netta preminenza di un vitigno rispetto agli altri.

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ANTINORI – Tignanello 2018 (sangiovese; cabernet sauvignon, cabernet franc. Da San Casciano Val di Pesa)

Il rovere si infiltra limitandone la piena espressività, quantomeno ora. E’ robusto, concentrato, un po’ lento nella dinamica gustativa, con il frutto ad assumere cadenze mature (comunque integre) e il buon flusso energetico a scontrarsi con un’asciugatura finale che in cuor tuo vorresti si facesse latenza.

ANTINORI – Solaia 2018 (cabernet sauvignon, cabernet franc, sangiovese. Da San Casciano Val di Pesa)

Dalla collina più assolata della Tenuta Tignanello. Esprit bordolese in evidenza, nonostante qualche spunto lattico, con il peperone, le spezie, i frutti neri e il fondo balsamico a dar bella mostra di sé; lo stile sorvegliato non scuote i sensi sul piano emozionale, ma la sostanza è fresca, lo sviluppo tonico, le proporzioni rispettate. A suo modo ineccepibile.

BADIA A COLTIBUONO – Montebello 2016 (mammolo, ciliegiolo, pugnitello, colorino, Sanforte, malvasia nera, canaiolo, foglia tonda e sangiovese. Da Gaiole e Vagliagli)

Figlio di una ricerca “etnologico-sentimentale” svolta in azienda sugli antichi vitigni chiantigiani, fin da subito si rende intrigante grazie al profilo speziato dagli accenti orientaleggianti e alla solenne nota di incenso. Al gusto è complesso, articolato, sinuoso, appena caldo per l’alcol.

BERTINGA – Bertinga 2016 ( sangiovese, merlot. Da Gaiole)

Prima edizione di sempre. La dolcezza del frutto, l’apparenza materica, la cura formale e il rovere deluxe non ne incrinano la bevibilità, perché il nostro possiede una naturale forza espressiva e un bel risvolto sapido ad allungare -e a snellire- le trame. Insomma, c’è una seriosità di fondo in lui, che lascia trasparire limpidamente l’ascendente chiantigiano.

BINDI SERGARDI – Simbiosi 2016 (cabernet sauvignon, merlot. Da Castelnuovo Berardenga)

Una dolcezza “abbracciante” dai risvolti floreali annuncia un vino dall’incedere piacevole e rilassato. Come suol dirsi: “sul frutto”. Non presenta spigoli ma neanche sottotraccia: è educato, morbido, accomodante, senza particolari sussulti.

BORGO LA STELLA – Chirone 2018 (sangiovese; cabernet sauvignon, merlot. Da Radda)

L’impronta del sangiovese si sente, e imprime un timbro di confortevole chiantigianità al vino, grazie agli umori del sottobosco, alle erbe aromatiche, alle spezie. Reattivo e sanguigno, potente e dinamico al contempo, vive di asprezze, traendo beneficio dalla lunga chiosa salina. Molto buono.

BRANCAIA – Tre 2019 (sangiovese; merlot, cabernet sauvignon)

Le uve provengono dalle tre tenute di proprietà, distribuite fra Chianti Classico e Maremma. Elegante, felpato e carezzevole, a ben vedere gli vengono a mancare lo slancio e l’allungo decisivi. Ma se resta un po’ lì, nel placido conforto della sua trama setosa, ci resta con garbo.

BRANCAIA – Il Blu 2018 (merlot; sangiovese, cabernet sauvignon. Da Radda e Castellina)

Di calore e compressioni. Eppure, nonostante queste insidie legate alla prestanza, conserva una buona espressività aromatica, adornata da una spezia intrigante. Al gusto hai tutta la dolcezza e la sinuosità del merlot, con i tannini super fusi e il tratto super levigato. La percezione alcolica non è però banale.

BUONDONNO – Lèmme Lèmme 2019 (sangiovese; canaiolo, colorino, malvasia nera. Da Castellina)

Pressappoco strepitoso, conquista per nitore e naturalezza espressiva, sorretto da un profondo battito minerale, da una speziatura seducente e da un gran bel ritmo di beva. Incredibile per scioltezza e ariosità.

CANDIALLE – Mimas 2019 (sangiovese. Da Panzano)

E’ succoso, pieno, caldo, robusto. A suo favore giocano i contrasti, che potrebbero schiarirne la voce nel prossimo futuro, voce che al momento resta come arrochita da alcune screziature vegetali e da una certa affilatura tannica.

CAPANNELLE – Solare 2015 (sangiovese; malvasia nera. Da Gaiole)

Sapore e sentimento di fondo seriosissimi, a fronte di uno sviluppo non del tutto disteso, annunciato da un profilo aromatico scuro, terroso, maturo e certificato da un sapore ricco, avvolgente e mediamente fresco. Qualche freno tannico, e una certa dimestichezza con la sobrietà.

CAPARSA – Mimma 2018 (sangiovese. Da Radda)

Un bel tono acido lo fa librare, e una materia pregevole ne sancisce l’integrità. E’ sciolto, espressivo, contrastato, succoso, sapido e lunghissimo. Davvero eccellente.

CASA EMMA – Harenae 2019 (sangiovese. Da Barberino Tavarnelle)

Una seducente speziatura apre a una suggestione di frutto rosso del bosco maturo e fresco, che ti sembra di schiacciarlo sotto ai denti. A corollario, una nota mineral-grafitica. Davvero sontuosa la bocca, di elettiva dolcezza tannica, per un Sangiovese disegnato alla maniera bordolese ma dall’impeto chiantigiano.

CASA EMMA – Soloio 2017 (merlot. Da Barberino Tavarnelle)

Frutto in compressione e sbuffi di erbe, caffè e radici. La dinamica tutto sommato non è male, adombrata soltanto da una sensazione vegetale un po’ scabra, che fa pendant con il tannino. Non manca di carattere.

CASALOSTE – Don Vincenzo 2015 (sangiovese. Da Panzano)

Don Vincenzo lascia la Docg e declina nel verso giusto un’annata tanto generosa quanto insidiosa. Perché in fondo è la freschezza a dargli tono, al punto che il sorso se ne esce proporzionato, flessuoso, con un bel sapore da sangiovese e con un tratto caldo ma caratterizzato. Soprattutto, meno mediato dalla confezione rispetto al passato.

CASTELL’IN VILLA – Santacroce 2009 (cabernet sauvignon, sangiovese. Da Castelnuovo Berardenga)

Felicissima trasfigurazione di un Supertuscan, in cui è il territorio a prevalere. Lui cavalca il tempo con grande dignità e sentimento, corroborato da un sottofondo minerale, da una struttura salda e da una dinamica avvincente. Salino il finale, finale che non molla.

CASTELLO DEI RAMPOLLA – Sammarco 2016 (cabernet sauvignon, sangiovese. Da Panzano)

Di sontuosa fermezza e austera presenza scenica, con i suoi risvolti erbacei, balsamici e silvestri, ecco un rosso sanguigno, mineralissimo, fresco e teso, nato per guardare dritto in faccia il futuro.

CASTELLO DEI RAMPOLLA – Liù 2019 (merlot. Da Panzano)

Bella profondità balsamica e minerale, e bella freschezza. E’ elegante, innervato da un sentimento bordolese fatto di misura e compostezza. L’alcol (che c’è) lui se lo mangia.

CASTELLARE DI CASTELLINA – Poggio ai Merli 2019 (merlot. Da Castellina)

Frutto maturo (ma non esuberante), una speziatura quasi da franc, eppoi un disegno e una articolazione ancora di là da venire. Lo spessore e la sostanza ci sono, chiede solo tempo per allentare quanto basta il bavaglio del rovere e del tannino.

CASTELLARE DI CASTELLINA – Coniale 2017 (cabernet sauvignon. Da Castellina)

Materia salda, equilibrio, freschezza: un Cabernet dall’indole chiantigiana che “sente” il territorio, aldilà dell’ovatta offerta dal rovere.

CASTELLO DELLA PANERETTA – Terrine 2013 ( sangiovese, canaiolo. Da Barberino Tavarnelle)

Sia pur screziato da note aromatiche che si muovono fra la frutta esotica e il vegetale, si presenta ancora fresco, armonioso e calibrato nei toni, con tanto di finale in crescendo dai risvolti sapidi e agrumati. La personalità è distintiva, nonostante qualche residua briglia formale.

CASTELLO DI AMA – L’Apparita 2018 ( merlot. Da Gaiole)

Elegantissimo per tono e portamento, il suo carattere bordolese si esplicita su cadenze balsamiche ed ematico-ferrose, instradate da una acidità pervasiva sottocutanea e da un tratto sapido e propulsivo. E’ vino giovane, di prospettiva, ed è un ottimo conseguimento.

CASTELLO DI VOLPAIA – Balifìco 2018 (cabernet sauvignon. Da Radda)

Frutto rosso vivo e guizzante, bel coté balsamico/speziato e uno spessore gustativo che si alimenta di materia e freschezza. Ancora un po’ contratto nella dinamica, a dire il vero, per via delle intrusioni roverizzate, con una desinenza più liquiriziosa a rigarne il finale.

CIGLIANO DI SOPRA – Vigneto Branca 2019 (sangiovese. Da San Casciano Val di Pesa)

Prima apparizione sulle scene per questo Sangiovese dalle tirature confidenziali e dal fraseggio sottile. Ariosità, caratterizzazione, eleganza stanno di casa, con un bel sale sotto e appena un briciolo di calore in sopravanzo. Molto bene.

FATTORIA DELL’AIOLA – Rosso del Senatore 2018 (merlot, sangiovese. Da Vagliagli)

Il carattere non gira a mille, però la vena floreale dei suoi profumi risulta alquanto originale, tanto da ravvivare un quadro altrimenti indirizzato su una dolcezza fruttata piuttosto didattica, con una materia densa (ma non addensata) a costituire le fondamenta, e un alito di freschezza a tenerlo su.

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