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Contro le bollicine

Ho preso accordi con la Einaudi, pubblicherò un libello dal titolo “Contro la parola bollicine”. Non si tratta della storica casa editrice Luigi Einaudi, ma della meno nota Rino Einaudi Editore di Enna. Ho già scritto l’introduzione, di cui trascrivo di seguito la parte iniziale:

Negli ultimi decenni il termine ‘bollicine’ si è diffuso come una pianta infestante in ogni piega del parlato – e degli scritti – nel nostro paese. Non si è trovato di meglio per definire onnicomprensivamente l’ampia categoria di vini che contengono anidride carbonica. Considerato un ferrovecchio, è stato buttato a mare il tradizionale ‘spumanti’. Reietto pure ‘frizzanti’, troppo imparentabile all’acqua minerale e comunque ritenuto volgare per definire un Franciacorta o un TrentoDoc. Anche il più aridamente tecnico ‘vini mossi’ ha in sostanza solo detrattori e pressoché nessun sostenitore.
“Bollicine” regna quindi incontrastato, sebbene sia chiaro a chiunque abbia un minimo di gusto e di senso musicale quanto sia:

  • lezioso
  • stucchevole
  • affettato (non nel senso degli insaccati)
  • pretenzioso
  • fintamente colloquiale
  • impronunciabile in un contesto serio (locuzioni quali “stasera porto delle bollicine buonissime”, “cosa stappiamo come bollicine iniziali”, e simili, sono un insulto all’antica confraternita degli enosnob)

Vabbè, ma se rinunciamo anche a “bollicine” – e all’altrettanto cacofonico “bolle” – che si fa? mica si possono usare giri di parole quali “per il cenone del 31 porto due bottiglie di vini che contengono anidride carbonica”.

Non ho soluzioni soddisfacenti da offrire. Ci vorrebbe un nuovo D’Annunzio capace di sfornare un neologismo evocativo, come a suo tempo La Rinascente o tramezzino. In attesa di un Vate salvifico che ci tragga d’impaccio propongo, come faccio da anni, di rispolverare il classico “spumante”. Suonerà un po’ ammuffito ai giovani leoni del cavatappi, ma almeno non è un termine ridicolo.

E a proposito di spumanti, due note di assaggio dalle ultime stappature di fine anno: un precisissimo PN VZ 15 Bollinger e un altrettanto raffinato Ferrari Perlé 2007. Il primo dovrebbe essere una nuova etichetta della celebre maison, che “esprime la visione singolare di Bollinger sul pinot nero”. Scrivo dovrebbe perché non sono uno specialista della Champagne e magari è una selezione esistente da anni (ma non mi risulta).
La controetichetta recita: annata principale 2015, annata più vecchia 2009, cru principale Verzenay. Puntiforme nella grana carbonica, ancora relativamente poco formato nei profumi, dal sapore netto, di rara definizione, particolarmente tenace nella persistenza (non molla il palato se non dopo un paio d’ore).

Ruben Larentis, enologo di casa Ferrari

In un contesto stilistico completamente differente, da un territorio del tutto diverso, secondo logiche produttive ampiamente non coincidenti (aggiungere altre frasi a scelta come messa di mani avanti per non far nemmeno remotamente lampeggiare un confronto Champagne/Spumanti Italici), il Perlé 2007 si è dimostrato niente di meno che un capolavoro. Ancora più micrometrico nella fusione tra  ̶b̶o̶l̶l̶i̶c̶i̶n̶e̶  carbonica e vino, inebriante nello spettro aromatico, maturo e insieme salino al palato, ha fatto un figurone davanti ad alcuni enomaniaci da combattimento che erano pronti a sfoderare tutto il regolamentare scetticismo verso le realizzazioni italiche in materia.

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