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I vini del mese e le libere parole. Dicembre 2021

Champagne Le Bois de Binson – Taillet Champagne

Nei vini spumante, in genere, quel che faccio fatica a trovarci è la cifra distintiva, il non detto che travalichi il formalismo, l’approfondimento aldilà della didattica.  E quel sotteso di complessità che li trasporti lontano dai deja vu.

E’ un mio limite, beninteso, anche se chirurgia & governo tecnico, con il grimaldello dell’effervescenza e delle fresche temperature di servizio, sortiscono agevolmente il risultato di accontentare tutti, consentendo a quei vini di conquistare il traguardo della bevibilità senza sforzo, salvo poi non farsi ricordare più, in quanto maledettamente simili – pizzico di zuccheri in più, pizzico di zuccheri in meno-  a tante altre espressioni del genere.

Non facile per me scrollarmi di dosso il pregiudizio di trovarci di fronte a una delle tipologie di vino più tecniche mai create dall’uomo. Eppure di pregiudizio trattasi, ed è proprio quando viene scalzato dall’evidenza che la meraviglia si fa più forte. Perché non te l’aspetti, ecco, e invece c’è.

In questo caso sarà stata la vigna del ’56 (“vigna del ’56” è di un evocativo che non vi dico), o il fatto di provenire dalla Vallée de la Marne, che non è propriamente una vallée a caso, o forse di contemplare solo pinot meunier, o ancora di trarre vantaggio dalla mescolanza di vendemmie diverse ( 2014 e 2015)… non lo so, ma qualcosa c’è, perché l’ho sempre stampigliato in testa questo Bois de Binson.

Disegna una traiettoria a sè, ecco, e non si risolve nella sfocata immagine riflessa di qualcun altro. C’è chi lo chiama carattere. Tu prova un po’ a spiegarlo, cos’è, il carattere. Beh, io però qui vado sul sicuro: è un segno indelebile impresso nell’anima.

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Greco di Tufo Riserva Miniere 2019 – Cantine dell’Angelo

Non cede niente all’esteriorità, mostrando solo ciò che sta sotto, o dentro, o nelle intimità. Un vino dell’anima, perché all’anima lui si rivolge, non ad altri. Il concetto di mineralità trova qui nuovi paradigmi, mentre la dinamica è come un volo, con la vena acida infiltrante e agrumata, la dote sapida che è sale in bocca, la persistenza che sembra non morire mai. Il tutto sotto l’egida di un mirabile equilibrio alcolico e di una peculiare timbrica sulfurea.

Il bianco dell’anno (o siamo lì) nasce sotto, o dentro, o nelle intimità di una miniera di zolfo.

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Vipavska Dolina Retro Selection 2018 – Guerila

Da dove provenga tutta questa forza espressiva io non lo so, ma il fatto che sia un vino senza lacci lo senti per davvero e lo apprezzi, e forse la risposta sta proprio lì.

Il fatto è che niente e nessuno lo limita o lo comprime, e lui si diffonde, penetra, affonda il colpo, e lo fa con invidiabile disinvoltura. Un bianco di struttura e saldezza, questo qua, con una presa sul palato avvincente, una coloritura speziata a dir poco ammaliante (che assoceresti alla costituzione varietale più che ai legni di affinamento) e poi quelle asprezze buone, e quella grinta…

Alla base ci stanno un’agricoltura pulita, i suoli marnosi e arenacei dell’entroterra di Vipacco, le fermentazioni spontanee, le macerazioni sulle bucce (per niente invasive), gli affinamenti sui propri lieviti in botti di legno da 1000 litri, livelli di solforosa bassissimi. Ma c’è di più, alla base ci stanno certi antichi vitigni sloveni come pinela, zelen, rebula e malvazija. Da tutto questo coacervo di gesti e di modi ne discende probabilmente il nome del vino, che di “Retro”, o di retrò,  ha giusto il nome.

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Chianti Classico Ama 2019  – Castello di Ama

Per bere i vini di Ama devo essere preparato. Non li posso affrontare così, con nonchalance, come se nulla fosse. Quel che so è che ogni volta che decido di farlo siamo (e saremo) sempre in due. Perciò devo (e dovrò) prepararmi al dialogo.

Ad Ama mi ci portò mio padre ai tempi in cui direttore commerciale dell’ambaradan era un giovane Silvano Formigli. Sono trascorsi quasi 40 anni. Continuò a farlo per un po’. Non si accorse che così facendo si stava allevando in casa “un mostro”. Ma questa è un’altra storia. Mi inculcò l’idea che quei vini fossero pervasi da una speciale nobiltà, e che per tale ragione fossero diversi dagli altri. Al punto che ho sempre guardato ai vini di Ama con riverenza. O meglio, con un misto di attrazione e distanza, distanza rispettosa, di quelle che si riservano a un blasone.

Stasera ho deciso di stappare Ama, per stare un po’ con mio padre, ora che non c’è più. Quanto alla nobiltà, come sempre, aveva ragione lui.

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Suisogni 2019 – Casagori

Se le parole sono evocazione, anche un vino può esserlo. Io non so se Matteo Gori ne sia pienamente consapevole, di aver creato un vino così, mettendo in un sol calderone Giulio Gambelli, Bruno Giacosa, Chambolle Musigny e …Pienza (da dove proviene), mischiandoli a dovere come un mago della mixology e uscendosene fuori con un incantesimo.

E sono interdetto, sì, interdetto. Se ammettere senza pentimento di aver incontrato (ma ne ero rimasto scosso già qualche mese fa) uno dei Sangiovese più emozionanti degli ultimi anni, oppure trattenermi, riflettere, ponderare, e realizzare che forse….

Facciamo così, ritorno alle parole come evocazione: questo vino oggi non si chiama più Suisogni, ma Fraisogni.

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Sancaba 2019 – Vini Franchetti

Che il miglior Pinot Nero italiano nascesse a San Casciano dei Bagni, alle falde del monte Cetona, in un lembo di terra che è sempre Toscana ma anche un po’ Umbria e quasi Lazio, lo avreste detto mai?

Ovviamente manco io lo dico. Non amo le classificazioni assolutiste, ci mancherebbero anche quelle, adesso. Posso solo confessare di non averne bevuti di migliori, ecco, quello sì, anche se il mio sentire poco conta, se non per il mero conforto di bevitore.

Quel che più conta è la temerarietà di una visione, che ha portato qualcuno ad investire in un luogo così, al quale non sapresti neanche associare un tempo. Ti sembra che ci sia sempre stato, perché trattiene in sé qualcosa di primordiale. Anzi, è un “qualcosa” che il tempo lo genera, non lo subisce: un generatore di tempo. La luce è immensa.

Però le quote sono elevate, le escursioni termiche notevoli, i suoli scistosi-galestrosi, i venti di montagna. Hai visto mai? Il fatto che tale visione appartenga a una genìa di persone che di nome fan Franchetti (Trinoro, Passopisciaro..) ci  riporta lesti lesti alla normalità. “Ah beh, solo loro potevano pensare una cosa così…”, ti verrebbe da dire.

Ma Sancaba 2019 non lo dimentico, eh no.

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Aglianico del Vulture Calice 2018 – Donato D’Angelo

Ci sono vini che ti toccano dentro e non sai bene il perché. O meglio, lo sai ma non lo sai spiegare. O meglio ancora, lo sapresti anche spiegare ma non ti importa niente di farlo perché tu vuoi così. Forse perché nell’assecondare quella inspiegabile esigenza di intimità ti illudi di poterli sentire più tuoi, di sentirli più forte.

Ora, fin dai tempi in cui il bere è diventato un atto per così dire “consapevole”, qualsiasi vino che porta stampigliato in etichetta il nome D’Angelo, con me ha sempre avuto gioco facile. Vattelappesca perché.

Ritrovo oggi, dopo anni, un vino di Donato D’Angelo e Filomena “Filena” Ruppi, e l’Aglianico del Vulture Calice 2018 rinnova la magia, quella di toccarmi dentro senza farmi sentire l’esigenza di spiegare il perché.

Parrà strano, per uno scribacchino, ma vorrei vivere di vini così.

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La Costa 2016 – Fattoria Ruschi Noceti

L’umoralità ne ha sempre segnato le sorti, nel bene o nel male. Discendenza diretta di una manifattura artigianale, a tratti arcaica, genuinamente arcaica. Sono i vini di Francesco Ruschi Noceti, ultimo erede di una storica famiglia della Lunigiana che coltiva vigne da circa 600 anni in questo lembo di terra defilato dell’Alta Val di Magra, nei pressi di Pontremoli, che geograficamente è ancora Toscana, ma sostanzialmente è frontiera.

Oggi però a indirizzare le sorti di questo La Costa 2016 c’è una grazia inattesa, e una speciale levità. E dodici gradi (e mezzo) di candore, con la pòllera a guidare le danze, poi non so che altro. Mi verrebbe da pensare anche ad uve bianche: l’acidità è ficcante, il tannino come un soffio.

Un piccolo miracolo di equilibrio dal corpo lieve, che sembra reggersi su zampe di uccello, più portate per il volo che a toccare terra per restarci.

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Brunello di Montalcino 2008 – Il Colle

Qui non hai il cesello, hai la veracità. Qui non hai svolazzi, hai la visceralità. Un sorso che sembra provenire direttamente dalla terra. Nel senso letterale, intendo, da che è terra divelta dentro un bicchiere. Humus, bacca selvatica, alloro, catrame, menta, liquirizia, grafite, terriccio, radici, spezie.

Non possiede l’ordito accurato dei signorini, ma ha una dote che i signorini posseggono a stento: IL SAPORE. E con il sapore la concretezza, la tenacità, l’ardore.

La sua trama vive di contrasti e fa ruggire il tannino, forte di una freschezza di fondo da vino d’altura. Un Brunello vecchio stampo in compagnia del quale ti sentirai maledettamente a proprio agio.

Più vero del vero.

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Pommard 1er cru Grands Epenots 1999 – Domaine Michel Gaunoux

Che bello non sapere niente di lui e starci bene assieme. Dicono che il produttore sia uno della vecchia scuola. Quanto al vino, il tempo ne ha sterzato gli appigli varietali più classici; il Pinot Nero lo potresti riconoscere dalla tattilità gentile, dalla delicatezza e dalla modulazione nei toni, o forse per via di quello sbuffo di rosa che emerge lì per lì, prima di essere risucchiato in un vortice suadente che contempla la bacca, la menta, la ciliegia confit e l’affumicato.

I modi restano garbati, il vino cambia molto all’aria. Nella mia incompletezza conoscitiva lo avrei accomunato volentieri a un Volnay. Non è così, è un Grands Epenots. E’ un Pommard. Ma forse sta in quella incorruttibile tenacità di fondo la traccia più chiara di un’appartenenza, ed è a quella che sembra aggrapparsi per raccontarti senza ritrosie la sua vitalità.

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Barbaresco Riserva Moccagatta 1989 – Produttori del Barbaresco

Nella prima mezzora dalla stappatura i cromatismi e il fraseggio aromatico ti incantano di premure lievi e di una purezza linda, e io a quella nudità non so resistere. Salvo poi cambiare all’aria e incresparsi, confondersi, arruffarsi. I profumi si fanno terrosi, crepuscolari, iodati, mentre è in bocca che – straordinariamente – continua a pompare vita.

E’ una salinità minuta, pervasiva, grondante, con riflessi di agrume e un’acidità che non molla. E un portamento la cui austerità reclama ancora compostezza e signorilità.

Il vecchio Muncagota ’89 dei Produttori del Barbaresco getta il cuore oltre l’ostacolo; il tempo lo ha colpito ai fianchi, lui pesca nel profondo la forza residua.

La sua zoppìa è struggente.

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Moscadello di Montalcino Vendemmia Tardiva Pascèna 2015 – Col d’Orcia

Non so cosa sia stato, se la particolare vendemmia, o gli estri, o il fatto che non tocchi più legno (piccolo) nel suo percorso evolutivo; fatto sta che Pascèna ’15 illumina di una luce nuova, sciorinando tutto il potenziale di dettaglio e di leggiadria aromatica del moscato bianco nelle terre di Montalcino, senza necessità alcuna di cornici ossidative o asserzioni di materia.

Così, con una fluidità che è solo slancio, grazie a una freschezza étonnante e a un “maaaraviglioso” equilibrio alcolico, oggi come oggi panacea di tutti i mali. Al punto che lo puoi bere con desìo a qualsivoglia temperatura di servizio, dalle artiche alle tropicali.

Di più, per quella sua fragranza buona, incontro amoroso di frutto, spezia e fiore, e per quelle desinenze gradevolmente rotì e safrané (come direbbero a Pavullo sul Frignano), avvicina maledettamente bene le traiettorie espressive di un Sauternes. Anzi no: avvicina maledettamente bene le traiettorie espressive di un GRANDE Sauternes.

Non mi stanco di berlo.

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Orcia Vin Santo del Castello di Ripa d’Orcia 2006Castello di Ripa d’Orcia

Qui è dove a un certo punto l’uomo nulla può, e l’accezione “artigianale” assume pieno senso. Ci si affida ad altro, e l’altro non si governa.

Forse è per questo motivo che quando escon fuori delle meraviglie, la meraviglia è doppia. A volte anche tripla, come in questo caso.

Impressionante profondità, impressionante contrasto: il “dolce non dolce” di veronelliana memoria come sublimato all’ennesima potenza.

Vedi un po’ te, la Val d’Orcia!

 

Immagine di copertina: Eduard Manet, ” Il bar delle Folies Bergère” (1881)

One Comment

  • Marco B. ha detto:

    Complimenti al Pardini,dotato di tocco commovente che mi fa amare anche vini a cui non do del tu.

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