Marco Ferrero, Marengo Marenda e la custodia del fuoco

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L’aforisma di Gustav Mahler sulla tradizione è un attrezzo dialettico molto utile quando si viene trascinati in discussioni circa la storia del vino italiano dell’ultimo mezzo secolo. Personalmente lo tengo sempre pronto in tasca, come un coltellino svizzero multiuso. Mi serve se viene celebrata la “modernità” contrapposta a un passato fatto di esitazioni e vini mediocri. Mi serve, simmetricamente, quando si esalta il “vino di una volta”, disprezzando la produzione attuale. L’aforisma recita:

La tradizione è custodia del fuoco, non adorazione delle ceneri

Su questo tema spinoso ho scritto di recente un contributo torrentizio, che rivede criticamente gli snodi principali del passaggio dalla “vecchia enologia” a quella “rinascimentale”, per rimanere alla terminologia convenzionale. Nel suddetto testo parlo di testimoni cartacei – i lari domestici Monelli/Soldati/Veronelli – e di testimoni liquidi, cioè a dire le vecchie bottiglie che si trascinano a questo ventennio del nuovo secolo per dirci ancora qualcosa.

Esistono però a tutt’oggi alcuni – pochi – testimoni ben più preziosi: i testimoni in carne e ossa. Gli uomini e le donne che coltivavano la vigna e facevano vino negli anni prerinascimentali, vale a dire grosso modo tra il 1970 e il 1985. Ho avuto il privilegio di fare una chiacchierata con Marco Ferrero, un personaggio di rara discrezione e perciò stesso poco o per nulla noto agli enofili. Si tratta nei fatti di uno dei più sensibili e abili interpreti italiani del secondo dopoguerra. Non mi sto allargando, dico le cose come stanno.

Piemontese di Alba, classe 1945, Ferrero ha cominciato a fare vino in Langa negli anni Sessanta, presso il solo e unico nucleo aziendale di cui seguirà le sorti enoiche per decenni*. Tale nucleo, conosciuto agli inizi come Tenuta Cerequio (per il celebre cru di Barolo del quale possedeva poco meno di una decina di ettari), dopo il divieto di indicare nella ragione aziendale il nome dei singoli vigneti è passato per un breve periodo a chiamarsi Vinicola Piemontese, per poi approdare al marchio – mitologico per gli enomaniaci più attenti – di Marengo Marenda**.

Chi ha avuto la fortuna di bere un Barolo Marengo Marenda sa di cosa parlo. Nel mio ricordo il 1989 rimane una delle bottiglie più prodigiose mai prodotte in terra italica. Tutti i caratteri migliori del Barolo classico – potenza, intensità, complessità, allungo –miracolosamente integrati a una inaspettata capacità di stacco dal suolo palatale, di galleggiamento in volo librato, di leggerezza sospesa.

Come nasceva un Barolo così? “Nella maniera più comune e tradizionale”, mi ha risposto Ferrero. “Nessuna ricetta particolare, niente di speciale. Attento lavoro in vigna, ovviamente, poi fermentazioni e macerazioni lunghe, almeno un mese, e affinamento in botti grandi”.

Va bene. Mi sembra di ripercorrere i primi passi dell’intervista al nume Henri Jayer, dove sulle prime non riuscivo a rintracciare alcun elemento originale. Tutto sentito, tutto senza segreti. Anche in questo caso non il diavolo, ma l’angelo, sta nei dettagli. Vediamo… teneva per caso una percentuale di raspi in fermentazione?
Beh sì, ma non sempre, solo nelle annate in cui i raspi erano buoni. Ho usato per molti anni una macchina diraspatrice che aveva una leva laterale azionando la quale facevo passare un po’ di raspi”. Ah beh, ecco, ci siamo. E i vini venivano filtrati prima dell’imbottigliamento? “No. Non ce n’era bisogno”. Ah beh, ecco. Ho fatto molte altre domande, ma – purtroppo per chi legge – non ho preso appunti scritti e sono bastati pochi giorni perché la mia memoria declinante disperdesse nel vuoto pneumatico le relative risposte.

Rimangono alcuni fatti. I Barolo Marengo Marenda 1971, 1974, 1982, 1989 – per citare solo alcune delle vendemmie più scintillanti – costituiscono un patrimonio di grande importanza nella storia del vino italiano. E se si riesce a ripescarne una bottiglia, evenienza rarissima, anche un patrimonio attivo: a significare che sono, ove ben conservate, tuttora perfettamente bevibili. Ferrero li ha firmati fino al 1994. Il figlio Federico commenta, con amarezza mista a legittimo orgoglio: “mio padre poteva accettare una delle tante offerte ricevute, poteva fare il consulente. Niente. È rimasto là tutta la vita, in una cantina non sua, a fare del gran vino mentre i suoi datori di lavoro non si rendevano conto di nulla”. L’azienda Marengo Marenda è stata poi venduta a un commerciante del posto, che in seguito non ha nemmeno lontanamente avvicinato la qualità dei vini originari.

Marco Ferrero è andato in pensione nel 2003, e da allora non ha smesso di dare preziosissimi consigli a diversi produttori della zona. Non si svela nulla di inopportuno se si annota che il suo parere è stato molto apprezzato da Beppe Rinaldi, e lo è tuttora dalla figlia Marta. A proposito del ruolo – discreto ma significativo – del padre nelle terre del Barolo, Federico si toglie un sassolino dalle scarpe: “Produttori di Barolo lo chiamano ancora oggi a fargli assaggiare i vini, perché hanno fiducia totale in lui. Ne ricordo uno… quando lo conobbi nei primi anni Novanta, gli avevo fatto assaggiare una bottiglia di mio padre e mi aveva guardato con quella faccia di compassione, come dire: Madonna santa, c’è ancora gente che fa vini così antichi?

C’è bisogno del fervorino finale? non è ovvio? Esaltare acriticamente il vino ancestrale, buono o cattivo che sia, è adorazione delle ceneri. Fare vino come il Barolo Marengo Marenda è custodia del fuoco.

___§___

* se escludiamo un infinitesimo passaggio da Fontanafredda durato un paio di mesi (settembre/novembre 1967)

** a voler essere fiscali i passaggi sono stati cinque: Società Produttori Barolo Classico, Barolo Cerequio, Tenuta Cerequio, Vinicola Piemontese, Poderi e Cantine Marengo Marenda

Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

1 COMMENT

  1. Adoro Fazzio Ribari da quando ho cominciato a leggerlo. Adoro i vini come quello descritto, senza filtri, trucchi, magheggi tecnologici o esoterismi. E adoro Mahler, con l’unico rammarico di poterlo, per lo più, solo ascoltare, ché per piano non ha quasi scritto…
    Non conoscevo Marco Ferrero, né i suoi Barolo, che temo di essermi perso per sempre. Peccato, e comunque grazie per il bell’articolo! L’intelligenza non è acqua. Che sia vino?…

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