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Castelli di Jesi Verdicchio: si amplia la DOCG

Articolo  di  Vincenzo Tosi

Il 12 aprile all’interno della 54esima edizione del Vinitaly, la prima dallo scoppio della pandemia di Covid, si è svolta una degustazione di presentazione della nuova denominazione “Castelli di Jesi Verdicchio”.

Come ha spiegato il nuovo presidente dell’Istituto Marchigiano di tutela vini Michele Bernetti non si tratta di una nuova DOCG ma di un ampliamento dell’attuale DOCG “Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva” che andrà ad includere anche la tipologia “Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore” che oggi è tutelata con la DOC, portando così i vini tutelati a DOCG da 1000 a 20000 hl. La modifica dei disciplinari di produzione avvenuta, da parte dei produttori, all’unanimità nel maggio 2021 non ha ancora concluso l’iter autorizzativo da parte di Ministero e UE, ma c’è la speranza che entri in vigore già con la vendemmia 2022.

Questa modifica, secondo il direttore dell’Istituto Marchigiano di tutela vini Alberto Mazzoni, porterà ad aumentare la DOCG permettendo così alla denominazione di essere presente sui mercati in volumi congrui. Ha ribadito inoltre che nel nuovo nome, frutto dell’inversione del vecchio “Verdicchio Castelli di Jesi” sì è voluto mettere al centro il territorio, comprendente i 25 “Castelli”, comuni che storicamente hanno gravitato nell’area di influenza economico-politica di Jesi. Tuttavia, è stato mantenuto anche il nome del vitigno, perché vi è la convinzione di uno stretto connubio tra territorio e vitigno, nonostante dalle conoscenze attuali difficilmente si possa definire originario dell’area.

immagine tratta da Lavinium.it

La storia di questo vitigno, infatti, è assai peculiare: la sua discesa nelle Marche sarebbe dovuta ad alcuni coloni veneti che giunsero nella regione nel quindicesimo secolo per ripopolarla a seguito di una pestilenza. Tale ricostruzione trova conferma nell’analisi del DNA, che è stato fatto corrispondere al Trebbiano di Soave, noto anche come Trebbiano di Lugana, vitigno complementare dell’omonimo vino bianco veneto.

Nonostante l’origine alloctona è nelle Marche che ha trovato la sua fortuna e la sua fama che, soprattutto in tempi passati, era identificata con l’iconica bottiglia ad anfora introdotta da Fazi Battaglia nel 1953. Nel 1968 è nata la denominazione Verdicchio dei Castelli di Jesi, che ne è ha sancito il riconoscimento legislativo di questo legame tra il territorio marchigiano e il Verdicchio.

Gli undici vini portati in degustazione afferivano tutti alla categoria Classico Superiore. Per chi non è molto pratico delle tipologie previste dal disciplinare del Verdicchio per Classico Superiore si intende vini prodotti della sottozona Classico della denominazione che pressappoco coincide con l’area compresa tra il fiume Misa e il fiume Musone, che rispondano a requisiti minimi (indicati dal disciplinare di produzione) sia dal punto di vista di produzione che di caratteristiche dei vini e che appunto andranno, al termine dell’iter di approvazione, a confluire nella nuova DOCG. Il criterio scelto per la degustazione dei vini si è basato sul riconoscimento della critica, di questi vini, che negli ultimi anni hanno tutti ricevuto un premio dalle principali guide enoiche.

A Marco Sabellico, tra i curatori della guida del Gambero Rosso, è stata affidata la guida della degustazione. Di seguito i vini presentati:

Doroverde 2020 Tombolini: si presenta nella tradizionale bottiglia ad anfora. Alla vista è caratterizzato da un giallo paglierino con riflessi verdognoli, forse il più “verde” tra i verdicchi in degustazione. Il naso è caratterizzato da note fruttate (soprattutto albicocca), si hanno poi di contorno una piacevole nota agrumata e un’appena accennata nota di macchia mediterranea. In bocca mostra grande freschezza e sapidità, con una leggera chiusura amarognola.

Masaccio 2019 Tenute San Sisto – Angelini Wines and Estates: ottenuto con un 10-15% di uve raccolte tardivamente con una leggera presenza di muffa nobile alla vista non presenta riflessi verdognoli, ma tende più al dorato. Al naso presenta note di mela, frutta matura, anice e anche un leggero accenno allo zafferano, marker tipico della muffa nobile. In bocca si ha una certa morbidezza e ampiezza, quasi grassezza, con un ritorno retronasale più netto dello zafferano.

Podium 2019 Casa vinicola Garofoli: giallo paglierino, brillante. Al naso è caratterizzato da una certa complessità si fondono note floreali (ginestra), fruttate (albicocca), di erbe aromatiche (anice, timo) e anche note tioliche (pietra focaia). In bocca caratterizzato da una certa grassezza, rinforzata da una certa alcolicità, la chiusura anche in questo caso è leggermente mandorlata.

Dominè 2019 Pievalta: ottenuto in parte da uve che hanno subito macerazione sulle bucce, che conferisce riflessi dorati. Si ritrovano al naso note di timo, rosmarino e in un secondo momento di anice. Il riflesso della macerazione porta in bocca anche una leggera sensazione tannica, con minore acidità rispetto ai vini precedenti e una chiusura mandorlata.

Ylice 2019 Poderi Mattioli: ottenuto da uve provenienti in parte da vendemmia anticipata e in parte da completa maturazione e vinificato in riduzione, mostra anch’esso riflessi dorati. Il quadro aromatico è caratterizzato da frutta a polpa gialla, leggermente agrumato. Come nel vino precedente le note gustative sono caratterizzate da morbidezza e ampiezza, con anche in questo caso una chiusura mandorlata.

Stefano Antonucci 2019 Santa Barbara: vino che si differenzia dai precedenti per l’utilizzo del legno, con maturazione in parte in tonneaux e in parte in barriques (ma non di primo passaggio). Il risultato è il viraggio verso aromi di frutta esotica (ananas e cocco) oltre che note agrumate e di melone. Le note conferite dal legno ritornano anche in bocca conferendo complessità, ma non pesantezza.

Ghiffa 2019 Tenuta Musone: si ritorna su un vino maturato in acciaio, anche se mostra ugualmente una complessità olfattiva che va dall’albicocca alla ginestra passando per le erbe aromatiche. In bocca spicca in freschezza e sapidità mantenendo la distintiva chiusura mandorlata.

L’Insolito del Pozzo Buono 2019 Vicari: giallo paglierino, con leggeri riflessi verdognoli, olfattivamente molto ampio presenta note che vanno dal pompelmo alla frutta tropicale, fino a un accennato sentore di kiwi. Equilibrato in bocca: l’ottima acidità controbilancia il consistente tenore alcolico (14% vol.).

Ergo 2019 Montecappone: vendemmia tardiva con vinificazione con lieviti indigeni e maturazione sulle fecce fini di cui una parte in anfora. Tutto ciò contribuisce a fornire dei riflessi dorati. I profumi sono caratterizzati da note di miele, frutta secca, in particolare noce, e erbe aromatiche. In bocca si ha una spiccata sapidità quasi salino.

Balciana 2019 Sartarelli: ottenuto da vendemmia tardiva con un leggero contributo della muffa nobile, è forse il vino che si distacca di più dagli altri. Alla vista è dorato, al naso si percepiscono note di miele, fichi secchi, zafferano. La bocca molto ampia, forse anche un leggero residuo zuccherino, riequilibrata però da un’acidità presente.

Gaiospino 2018 Fattoria Coroncino: l’ultimo vino in degustazione, l’unico dell’annata 2018. Alla vista si caratterizza anch’esso per i riflessi dorati ma meno marcati del precedente, le note olfattive sono tra il balsamico e lo speziato, con erbe aromatiche, anice, chiodi di garofano. In bocca presenta una certa struttura ma contemporaneamente una certa freschezza.

Al termine della degustazione è stata anticipata anche una delle prospettive di sviluppo future, la creazione di 4-6 UGA (ancora non è definito il numero), ovvero le unità geografiche aggiuntive, su base dello spettro aromatico, anziché come altre denominazioni su base storico-geografica. La proposta è alquanto interessante e senz’altro innovativa, tuttavia personalmente ho delle perplessità: è vero che anche in questa degustazione ho notato una notevole identità aromatica, ma l’impatto che ha il cambiamento climatico sulla viticoltura è anche legato allo stravolgimento del quadro aromatico, e quindi effettuare la zonazione sul momento attuale rischia di non avere molto significato in futuro.

Quello che è venuto fuori al termine della presentazione della nuova DOCG, o meglio della modifica dell’esistente, fa ben sperare per uno dei bianchi più importanti d’Italia, che anche in questo caso ha mostrato un suo carattere identitario e quello stretto connubio tra vitigno e territorio, che nelle denominazioni di origine si vuole tutelare.

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