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La Masera e l’Erbaluce di Piverone e Settimo Rottaro

L’incontro con Alessandro Comotto, titolare assieme ad altri 4 soci – Gian Carlo, Davide, Sergio e Marco – della cantina La Masera, di Piverone (To), mi ha permesso di (ri)scoprire un fazzoletto di terra canavesana indubbiamente ricco di potenziale, lo stesso riguarda da sempre uno tra i vitigni a bacca bianca più nobili del Piemonte, l’erbaluce. Ma non solo, a mio avviso.

Questo territorio è stato spesso oggetto di miei specifici approfondimenti; è un’area indubbiamente vasta che abbraccia più province: Torino, Biella e Vercelli. Questa volta l’inquadratura si apre sulle colline dell’Anfiteatro Morenico di Ivrea (To), un angolo di Nord Piemonte che vanta una storia antica e affascinante. La Masera deriva da “masere”, termine che viene usato localmente per indicare i grossi muri in pietra che demarcano i campi; questo elemento fa presagire di già l’attaccamento dei titolari nei confronti del territorio e delle sue tradizioni.

Avendo visitato l’azienda una delle primissime cose che mi ha colpito è stata per l’appunto la masera che sostiene nel suo terrazzamento uno tra i primi appezzamenti acquistati ancor prima del 2005, epoca in cui la cantina finalmente è sul mercato. Le parole di Alessandro a riguardo mi hanno colpito: “Da bambini, in quell’età in cui ci si immagina astronauti o calciatori, noi ci confidavamo che sarebbe stato bello, un giorno, poter produrre l’Erbaluce Passito, questo prodotto “magico” che faceva parte della nostra tradizione popolare e che, nelle sere d’autunno, i nostri nonni e i nostri genitori ci portavano a vedere ed assaggiare.”

A mio avviso, soprattutto nei luoghi di provincia, spesso lontani dalle luci della ribalta, alcune tradizioni rimangono tali grazie a persone così ambiziose; spesso, per realizzare progetti del genere, viene sacrificato gran parte del tempo libero, se non tutto. Altresì importante è considerare che i soggetti coinvolti, nella la maggior parte dei casi, svolgono altri lavori, spesso in altri contesti. Sembra la storia dei nostri protagonisti.

Alessandro racconta: “Sono passati molti anni, ognuno di noi ha compiuto il suo percorso, sia di vita familiare che professionale, ma un giorno ci siamo ritrovati a parlare di nuovo del nostro sogno: come se il tempo non fosse passato, con la stessa spensieratezza con cui, tanti anni prima, parlavamo dei nostri progetti. E abbiamo capito che il tempo per realizzare quel sogno era finalmente arrivato. E allora, con passione, tenacia, impegno e molta allegria, abbiamo costruito La Masera. E ci piace pensare che un po’ di questa passione e di questa energia si ritrovino nel nostro prodotto, e che qualche traccia del nostro sogno possa arrivare anche a chi sceglie di degustare i nostri vini. Vedevamo i nostri nonni attendere un intero anno con l’ansia che un temporale estivo avrebbe potuto vanificare l’intero raccolto, ma poi gli ultimi raggi di un’estate ormai finita consegnavano al rituale della vendemmia gli amati grappoli di quel vitigno autoctono e tenace, l’Erbaluce, o Albaluce, come lo chiamavano gli antichi. Oggi come allora, con il nostro progetto proviamo a ripercorrere quei gesti antichi, per ridare vita a quel prodigio di gusto e di ricerca interiore che prende vita da un bicchiere di Erbaluce Passito di Settimo Rottaro”.

Oggi La Masera conta una superficie vitata di circa 5,5 ettari per una produzione annua che si aggira sulle 27.000 bottiglie. Le vigne sono perlopiù ubicate nel comune di Settimo Rottaro (To), salvo un appezzamento storico situato appena sopra la cantina di Piverone. La produzione è ben articolata, 12 etichette dove l’uva erbaluce è protagonista indiscussa, sia nella versione in bianco che passita, oltre a vini rossi e rosati prodotti con uve del territorio quali barbera, freisa e nebbiolo.

Dal 2011 l’azienda ha iniziato a far parlare di sé per la produzione di Metodo Classico, tipologia in grado di esaltare il sopracitato vitigno a bacca bianca. Con una storia d’amore col territorio che si perde nella notte dei tempi, l’erbaluce è una vera e propria icona di queste ripide pendici collinari che caratterizzano in parte l’Anfiteatro Morenico di Ivrea, la nota cittadina al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta che nel 2018 è stata insignita del riconoscimento UNESCO di “Città industriale del XX secolo”.

Si parla di erbaluce già dall’anno Mille, a quei tempi la richiesta era a favore di vini ricchi di alcol, dolci e piuttosto aromatici, i cosiddetti “vini greci”; fu così che i vignaioli piemontesi iniziarono ad allevare cultivar con tali caratteristiche, tra cui spicca la nostra protagonista. Altrettanto storica fu l’affermazione di G.B. Croce, gioielliere di Sua Altezza Duca Carlo Emanuele I: “Elbalus è uva bianca così detta, come albaluce, perché biancheggiando risplende: fa li grani rotondi, folti e copiosi, ha il guscio, o sia, la scorza dura: matura diviene rostita, e colorita, e si mantiene in su la pianta assai: è buona da mangiare, e a questo fine si conserva: fa i vini buoni, e stomacali.

Facendo un passo avanti c’è da segnalare che l’Erbaluce è stato il primo bianco piemontese ad ottenere la Doc nel 1967, poi Docg dal 2010. Il Canavese, in dialetto “Canavèis”, risale al Quaternario e deve la sua conformazione al ghiacciaio Balteo disceso dalla Valle d’Aosta; attraverso svariate glaciazioni quest’ultimo ha dato origine all’Anfiteatro Morenico di Ivrea, inoltre ha trascinato con sé di tutto e di più: foreste, limo, rocce e detriti – verso la piana eporediese – creando ai bordi un’imponente “barriera” collinare, la cosiddetta Serra Morenica d’Ivrea. In questo spettacolo della natura albergano le vigne de La Masera, con il Lago di Viverone a far da sfondo, con lo stesso a fungere da termoregolatore di umidità e temperature per le uve che in questo modo crescono sane e rigogliose. Durante le fasi di vegetazione e vendemmia elementi quali nebbie mattutine, frescura notturna e insoleggiamento giornaliero contribuiscono a rendere i vini interessanti sotto il profilo aromatico e gustativo. L’azienda è particolarmente sensibile a temi quali salvaguardia del territorio e rispetto dell’ambiente, interviene il meno possibile ed esclusivamente al fine di salvaguardare il sano sviluppo della pianta, applica principi di lotta antiparassitaria integrata a basso impatto.

La degustazione effettuata presso la cantina in compagnia di Alessandro Comotto e Caterina Andorno (quest’ultima impegnata da sempre nella promozione del territorio canavesano a 360°), è stata interessante ed esaustiva. Di seguito le mie impressioni.

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Erbaluce di Caluso Spumante Millesimato 2017 Masilé Brut

Metodo Classico prodotto con uve erbaluce, nella categoria brut il “Masilé” rivela una trama paglierino chiaro con bollicine particolarmente minute e regolari. Al naso erbe aromatiche dal profilo dolce e un frutto croccante che sa di scorza di limone e susina gialla, frolla e calcare; in chiusura un tocco di smalto a impreziosire il tutto. In bocca gode di una certa vitalità grazie alla buona freschezza, supportata da una lunga scia sapida.

Erbaluce di Caluso Spumante 2017 Masilé Pas Dosé

Nella versione Pas Dosé il “Masilé” offre un frutto ancor più espressivo dal carattere dolce-acido: cedro e susina gialla, mandorla tostata e yogurt ai cereali, calcare e maggiorana; con lenta ossigenazione smalto e pepe bianco in un crescendo di complessità. Convince appieno per la consueta freschezza, in questo caso ancor più enfatizzata dalla tipologia, una freschezza che fa da contraltare a un frutto adeguatamente maturo e a un tratto gustativo dai lineamenti sinuosi.

Erbaluce di Caluso Anima 2020

“Anima” è un Erbaluce 100% vinificato in acciaio. Paglierino chiaro, in controluce svela riflessi beige-verdolini. Naso austero, misurato, per nulla esuberante. Convince il mix di fiori e frutto incentrato su melone d’inverno, pesca bianca e glicine, ginestra e timo limone, in chiusura calcare e foraggio di malga. Piacevole al palato grazie a una buona sinergia tra parti sapide e acide; alcol ben digerito, coerenza fruttata, finale lungo ed appagante.

Erbaluce di Caluso Anima d’Annata 2019

“Anima dAnnata”, curioso gioco di parole, segue lo stesso profilo dell’etichetta precedente, salvo un 3% della massa che affina in legno per 10 mesi. Paglierino leggermente più caldo, timbro olfattivo che ostenta grazia e non certo sfacciataggine. Frutta a polpa bianca tra cui pesca noce e melone d’inverno, ben presto la parta erbacea si scontra con un flebile accento speziato: fieno secco e timo limone, pepe bianco e yogurt alla vaniglia; molto espressivo. Questa volta la sapidità è in netto vantaggio sulla freschezza, a mio avviso è un vino ancora giovane che necessita di tempo per stemperare l’irruenza di un terreno ricco di mineralità come quello del Canavese; un moderato affinamento in bottiglia non potrà che giovare all’insieme che tuttavia risulta soddisfacente, soprattutto in abbinamento a primi piatti della tradizione canavesana.

Canavese Rosso Paribun 2019

Blend di barbera (70%), freisa e vespolina (30%), vinificazione in acciaio. Rubino squillante con riflessi porpora, medio estratto. Naso “goloso”, il frutto appare nitido e non privo di una dolcezza che convince perché sostenuta da una speziatura fine e da effluvi balsamici. In bocca è snello, slanciato, per nulla banale e di medio corpo, la beva compulsiva lo rende il classico “vino da merenda primaverile”: indubbiamente la bottiglia finisce in un battibaleno.

Canavese Barbera Monte Gerbido 2019

Un vino che mi ha davvero colpito, 100% barbera, con il 50% della massa ad affinare in serbatoi di acciaio inox, la restante parte in piccole botti di rovere per un periodo che va dai 6 ai 10 mesi; successivamente le due partite vengono assemblate e il vino viene imbottigliato dopo una blanda filtrazione. Rubino vibrante, unghia porpora, estratto da vendere e una certa densità. Timbro austero intenso e non privo di grazia: amarena, liquirizia, pepe nero e terriccio bagnato su sfondo balsamico che sa di eucalipto e un risvolto di grafite e noce moscata. In bocca danza letteralmente tra rotondità e frutto, verticalità e tannino ricamato; ciò che conquista è la progressione e la profondità del sorso. Grande scoperta.

Canavese Nebbiolo 2018

Nebbiolo 100% allevato tra gli impervi pendii canavesani, affina 18-22 mesi in tonneaux di rovere (50% nuovi e 50% di secondo passaggio). Tra il rubino e il granata a vantaggio di quest’ultimo con l’invecchiamento, mostra un profilo ancora leggermente dominato dalla tostatura del legno; dopo opportuna ossigenazione si apre a percezioni di frutti maturi quali amarena e susina nera, pepe verde e liquirizia, eucalipto e grafite. In bocca prevale la morbidezza, il tannino è piuttosto incisivo ma in linea con un corpo moderato; di media sapidità, sfuma un po’ sul finale, tuttavia è un vino molto gastronomico che sposa alla perfezione i secondi piatti della tradizione canavesana.

Erbaluce di Caluso Passito Riserva Venanzia 2013

Concludiamo in bellezza, anzi in dolcezza, ma nemmeno poi tanto: ciò che amo maggiormente dell’Erbaluce di Caluso Passito è la sua capacità di mantenere freschezza a fronte di una tendenza dolce incredibilmente misurata, e tutto ciò nonostante il residuo zuccherino. Venanzia 2013 non fa eccezione. Paglierino-oro al calice, tonalità vibrante, buona consistenza, al naso offre note di smalto e frutta secca frammiste ad un floreale acre, con quest’ultimo a impreziore l’insieme in un crescendo di suggestioni minerali dal tono leggermente salmastro-iodato. Palato dolce-acido, sinuoso, accattivante; la proverbiale sapidità si avverte sulla punta della lingua e il finale è nettamente a vantaggio della freschezza, una dote che lo rende irresistibile.

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