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Vinitaly 2022: la nuova forma della fiera veronese, prima parte

Che dire: il Vinitaly come il Prowein? Forse, o forse no. Certo è che la forte riduzione del numero delle presenze dovuta sia al Covid ma soprattutto a una politica degli accessi e dei biglietti molto restrittiva,  avrà fatto felici molti stand notoriamente super affollati ma certo non sarà piaciuta a chi nell’arco dei 4 giorni ha raccolto magari trenta presenze al proprio stand.

Sicuramente la qualità del pubblico è migliorata, così come la qualità dei contatti per le aziende, si è persa però la sensazione di vivere un evento mediatico importante e forse, più correttamente , si è passati a una fiera molto più professionale. Se era questo l’intento, il risultato è stato raggiunto. È vero che la domenica si è avuta una buona affluenza, ma il lunedì e martedì, giorni in cui siamo stati presenti, si è avuta una vivibilità elevata in tutti i padiglioni della fiera.

La sensazione che avremmo vissuto un Vinitaly diverso lo abbiamo già avuto all’arrivo a  Verona: all’uscita dell’autostrada nessuna coda e autobus navetta per niente affollato hanno dato subito la sensazione di una nuova forma.  All’interno pochi assembramenti nei padiglioni e piena vivibilità agli stand, con alcune eccezioni veramente contenute. In alcune regioni molti espositori soli nei propri stand o in attesa di appuntamenti prefissati: insomma, un’altra storia rispetto a 3-4 anni fa.

La cantina di Toblino nasce negli anni ’60 del secolo scorso a seguito dell’unione dei viticoltori della Valle dei  Laghi in una cooperativa nata per  far fronte alle mutate esigenze del mercato vitivinicolo.

Oggi, dopo un’evoluzione che negli anni ha portato ad aggiornamenti tecnici e  gestionali,  l’azienda si compone di due strutture distinte ma pienamente cooperanti: l’azienda  agricola Toblino Srl, che gestisce 40 ettari in regime di agricoltura biologica, e la Cantina Toblino,  dove conferiscono più di 600 soci per una superficie totale di oltre 850 ettari. Da queste due realtà nascono i vini della cantina Toblino, che ha fatto di due tipicità del territorio i suoi maggiori successi: la Nosiola e il Vino Santo Trentino. 

Eccoci quindi alla degustazione su appuntamento del Vino Santo della cantina Toblino. Bisogna subito dire che il prodotto come lo conosciamo oggi in passato era diffuso in diverse tipologie , anche come vino liquoroso, ma che oggi è ritornato alle sue origini: vitigno nosiola in purezza, appassimento su graticci ed estrazione del mosto a Pasqua; nella fase di appassimento le uve, attaccate da muffa nobile si concentrano in rese che scendono spesso sotto il 35%.  L’affinamento in legno deve durare almeno 50  mesi ma spesso le aziende escono dopo 10 anni di affinamento. La resa finale all’imbottigliamento non deve essere superiore al 30%. In degustazione avevamo tre annate che ci hanno portato indietro nel tempo proprio a dimostrazione della grande longevità di questo vino. Percorrendo a ritroso negli anni i vini in degustazione troviamo il più giovane  Vino Santo 2004 che al colore ricorda  l’oro rosso e il miele di castagno ma al naso esprime note di frutta sciroppata, albicocca appassita, miele e papaia candita. Il gusto è avvolgente e il residui zuccherino che si aggira sui 160 gr/l non diviene mai invadente ben bilanciato dalla caratteristica acidità.  Il Vino Santo 2000 pare non sentire nel colore il passaggio del tempo e si presenta di colore ambrato , limpido, denso; al naso rimane sulla linea del precedente con note in questo caso più floreali ma sempre sulla tavolozza della frutta secca e del miele  con una aggiunta di erbe aromatiche. In bocca è molto dritto, immediato, nell’esprimere freschezza e dolcezza che permangono a lungo.

L’annata 1995 riporta sulla etichetta al denominazione PURO perché in quegli anni era in uso produrre anche un  tipo di Vino Santo liquoroso e dunque per distinguerlo si aggiungeva la dicitura Puro. Qui la quasi trentennale distanza dalla vendemmia porta nuovi aromi di evoluzione e di complessità che ci portano a riconoscere note balsamiche , anice, incenso, fico secco; in bocca dimostra una bella struttura e una finale vellutato.

 

Gli appuntamenti si susseguono , e questo è un risultato della nuovo corso, senza affollamenti e con precisione. Così incontriamo nel pomeriggio l’azienda Tenuta Mazzolino. Importante realtà dell’Oltrepò Pavese, ha un taglio prettamente borgognone sia nella scelta dei vitigni che nello stile dei vini. Di questa azienda avevamo già parlato nel 2019 qui. Nell’incontro con l’azienda abbiamo avuto l’occasione di assaggiare il nuovo Terrazze Alte 2020, un pinot nero nato dalla zona più elevata del vigneti Santa Maria, Aurora, Fontana che già originavano il cru Terrazze. Qui la nota cura con cui vengono gestiti i vigneti e i vini si accentua ancora dando un prodotto che, se pur nella sua giovinezza, esprime appieno le caratteristiche di un Pinot Nero di razza. Colore rosso rubino medio, profumi di frutta rossa, spezia, violetta e lieve tabacco ci guidano a una bocca fresca con tannini eleganti ma presenti e un finale che acquista volume e finezza.

Molto interessante anche il metodo classico osato da pinot nero Cruasé, che coi i suoi 60 mesi di permanenza in bottiglia si presenta a noi elegante fruttato con una vena acida equilibrata e una sapidità che accompagna la degustazione. Ottimo negli abbinamenti gastronomici per la sua fine effervescenza  e la persistenza gustativa.

Altra visita interessante è quella con la Cantina di San Paolo in provincia di Bolzano. Fondata nel 1907 e avente a d oggi oltre 200 soci, la cantina di San Paolo si è conquistata un posto di rilievo tra le varie realtà cooperative e non dell’Alto Adige.  I terreni dei soci sono situati nelle località San Paolo, Missiano, Appiano e Riva di Sotto.  La lavorazione delle uve avviene oramai con moderne attrezzature in parte ancora nella struttura originaria. Della ampia gamma di vini prodotti dalla Cantina abbiamo particolarmente apprezzato il Perclarus Brut, un metodo classico da uve chardonnay affinato 40 mesi in un bunker dalla seconda guerra mondiale (oggi convertito in cantina di affinamento).  Alla vista appare brillante con colore dorato, aromi caratteristici dello Chardonnay quali la frutta bianca, le note di albicocca e la nocciola tostata; in bocca è fresco con perlage fine e persistente; i 5 grammi di zucchero dichiarati danno solo morbidezza al vino al suo ingresso in bocca.

L’altro vino interessante e direi inconsueto è l’Aurie, un petit manseng da vendemmia tardiva che non ti aspetteresti in Alto Adige dove per i vini dolci si preferiscono i Traminer Aromatici o i Moscati (gialli o rosa). In questo caso il vino sorprende proprio per la tavolozza aromatica, che è ben distinta dagli altri vini dolci della zona: qui si apprezzano le note di mango, miele, mela cotogna , anice in un connubio che evolve nel tempo. Si rimane sopresi come i quasi 100 grammi per litro di zuccheri vengano amalgamati in maniera totale dall’acidità per dare in bocca una fine piacevolezza.

Terminata le degustazioni  della prima giornata ci apprestiamo ad uscire dalla fiera come eravamo entrati: con calma e senza ingorghi

(fine prima parte)

 

 

 

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