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L’enobastian contrario e i bianchi sardi

Il parlante italico di qualche decennio fa lo chiamava bastian contrario. Per uno psicologo è una figura che è “sempre in disaccordo per partito preso, in modo nevrotizzato”, e contraddice sistematicamente perché questa attitudine “può far sentire più forti, mentre dare ragione all’altro è vissuto come una sottomissione o l’ammissione di una dipendenza che fa paura”.
Tutti abbiamo purtroppo a che fare con soggetti simili. La loro versione nel mondo degli enofili è temibile in speciale misura. Qualunque sia l’assunto di base, e per quanto possa essere universalmente condiviso, l’enobastian contrario sconfina nel ridicolo pur di non accoglierlo:

– “Ciao Astolfo, hai portato il pane? Io ho messo nel secchiello del ghiaccio il Verdicchio”

– “Seh, ancora con questa fesseria del bianco da bere freddo. Un buon Verdicchio si gusta sui 60 gradi, meglio ancora se lo fai bollire in una pentola per qualche minuto prima di servirlo”

oppure:

– “Ieri mi hanno offerto un Richebourg della Romanée Conti 1999. Un grande regalo, mi è sembrato un vino angelico”

– “Come tutti ti sei bevuto l’etichetta. È un vinaccio. Prova a degustarlo alla cieca con a fianco uno Zinfandel Big Fat della Barossa Valley, gli fa un culo così”

L’enobastian contrario ha in speciale odio i cosiddetti critici, che mette al rogo tutti indistintamente, dal più serio al più marchettaro. Ha tratti in comune con l’enopuntualizzatore, ma quest’ultimo se ne discosta per la capacità residuale di rilassarsi e di bere in compagnia dopo aver puntualizzato. Mentre l’enobastian contrario non si rilassa mai e non apprezza nulla (se non di nascosto).

In una redazione in cui lavoravo molto tempo fa, uno di questi figuri era soprannominato mentreinvece. A qualsiasi affermazione uno facesse, anche la più incontrovertibile, egli replicava esordendo immancabilmente: “tu credi che le cose stiano così, mentre invece…”
Buffa in modo particolare fu la sua performance durante una degustazione verticale di un rosso toscano presso un noto produttore del Chianti. A vent’anni dalla prima vendemmia, tutti gli osservatori dotati di un minimo di palato concordavano sul fatto che di quel vino le maggiori riuscite fossero – cambio le annate di proposito – il 1985, il 1990 e il 1993. Opinione universalmente condivisa, che l’assaggio di quel giorno difatti confermò in pieno. Per quasi tutti. Perché per mentreinvece le cose stavano diversamente: “siete tutti d’accordo che il 1990 sia una grande annata, mentre invece è solo media. Riprovate il 1989, questo sì che è un conseguimento eccellente”.
Quasi inutile rimarcare che l’89 di quel rosso è una delle edizioni meno felici.

Un giorno mentreinvece se ne uscì con un’altra sentenza: “tutti a dire che i bianchi sardi sono in crescita, mentre invece è chiaro che quell’isola nel vino parla rosso e basta”. A quel tenero personaggio ripensavo bevendo il Melavaxìa, un bianco sardo prodotto dalle Cantine di Neoneli. Siamo nel cuore del cuore del cuore del cuore della Sardegna, nella zona del Barigadu, in provincia di Oristano. Melavaxìa è il nome locale dell’uva nuragus. Il vino, ottenuto da vecchie piante ad alberello poste alla rispettabile altitudine di 450/550 metri sul livello del mare, è prodotto – a quanto recita il sito internet aziendale  – da quattro soci (tre uomini e un sogno).

Il terreno, da disfacimento granitico, è verosimilmente il responsabile dei sentori sapidissimi del gusto, giocati tra la salgemma, il sale inglese, il sale francese e il sale turco. Poco alcolico, ha spettro aromatico ancora in via di formazione e un sapore deciso, incisivo, epperò armonico, senza strappi nell’erogazione, capace di ripulire bene il palato anche dopo un boccone di cinghiale al lardo fuso. Il finale perde un po’ di slancio per una percettibile vena amarognola.

Rimane tuttavia un bianco raccomandabile, checché ne pensino mentreinvece e i suoi sodali eno bastiancontrari.

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