I vini bianchi di alta quota: lo spazio vuoto che modella il mondo

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I vini che vengono da zone liminali, ovvero all’estremo della possibilità di sopravvivenza della vite, richiedono spesso una disposizione percettiva diversa da quella con la quale si bevono gli altri vini. Le aree di confine sono ricchissime di fenomeni nascosti e misteriosi, tuttavia non di rado perfettamente entro i limiti di campo attivo del nostro apparato sensoriale.

I vini che vengono da zone liminali in altitudine, ovvero da vigne poste ad altezze prossime o addirittura superiori ai mille metri sul livello del mare, sono in speciale misura sfidanti. E questo, si badi, al netto delle variabili noiose ma purtroppo presenti nei cataloghi fisici e mentali dei tecnici, ovvero suoli, giaciture, microclimi, portainesti, distinguo, precisazioni, puntualizzazioni e altre simili quisquilie insignificanti, delle quali si nutre il burocrate.

Prendiamo il bianco di Salvo Foti chiamato Aurora, dell’annata 2019. Viene da una parcella a “soli” 800 metri sull’Etna. Il suo assetto è simile, a una visione iniziale, a quello di molti bianchi ritenuti “leggeri”, o anche “vuoti”. Ma c’è vuoto e vuoto. Invito ad approfondire: c’è un vuoto vuoto, e un vuoto pieno.

Come scrive parlando dell’energia del vuoto il fisico premio Nobel Frank Wilczek nel suo La leggerezza dell’essere. La massa, l’etere e l’unificazione delle forze (Einaudi, 2009) – un’opera straordinaria, che mi ha colpito profondamente, anche se non l’ho ancora letta – “ciò che noi percepiamo come spazio vuoto è un mezzo potente la cui attività modella il mondo.(…) Lo spazio ed il tempo sono riempiti da un ingrediente primario che brulica di attività quantistica”.

Il bianco Aurora 2019 non è dunque un bianco vuoto, anzi riempie il palato. Non di materia solida, ma di energia cinetica e direi anche, soprattutto, di luce. Il bianco Aurora 2019 è equiparabile a una camera a scintillazione (strumento inventato negli anni Cinquanta, al pari della camera a bolle e alla più antica camera a nebbia), ovvero a uno scintillatore: cioè a “un materiale capace di emettere impulsi di luce in genere visibile, quando viene attraversato da fotoni di alta energia o da particelle cariche”.

Quindi occorre accettare che con vini simili il palato venga colpito da una considerevole energia di particelle cariche. Ciò che richiede, in altre parole, una rotazione delle capacità di percezione, che hanno da passare da una chiamiamola papillarità di base, a livello del mare, a una papillarità di alta quota.
Ma poi basta berlo.

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Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

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