Abbazia di Novacella: Orchestra e 6234, astri nascenti della linea Insolitus

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Credits Georg Bulher

Ripensare all’Abbazia di Novacella non significa soltanto ricordare attimi splendidi vissuti in Valle d’Isarco, meta ambita di ogni grande appassionato di vini bianchi – e non solo –, ma soprattutto mi permette di rivivere attimi spensierati trascorsi nella vicina Val Pusteria, durante la classica settimana bianca dedicata allo sci di fondo, altra mia grande passione.

Al contempo tutto ciò mi rattrista lievemente e il motivo è molto semplice: ormai da qualche anno, per un motivo o per un altro, non riesco più a organizzare tour in loco dedicati al vino e allo sport, e il bello è che l’ho fatto per oltre dieci anni consecutivi; tuttavia è mia ferma intenzione ricominciare proprio dal 2023.

La cantina dell’Abbazia di Novacella, situata nel comune di Varna, in provincia di Bolzano, è un pezzo di storia altoatesina; c’è chi la considera tra le più antiche al mondo, e stiamo parlando di oltre mille anni di attività. Già all’epoca della sua fondazione la proprietà comprendeva diversi masi e vigne, e fu Reginbert di Sabiona ad occuparsene. Successivamente, nel 1177, papa Alessandro III riconobbe al monastero l’intero possesso dei vigneti situati nelle vicinanze. La proprietà si estese notevolmente attraverso fondazioni, donazioni, scambi e acquisti, soprattutto in tema di vigneti, che oggi la circondano completamente.

Credits Florian Andergassen

Da vero e proprio spettacolo della natura, che cambia colori e sfumature ad ogni stagione, è l’autunno, tuttavia, con il suo foliage, a renderla impareggiabile a livello estetico. Ci troviamo a circa 600 metri sul livello del mare, e dal fondovalle i filari si elevano su ripidi pendii fino a 900. La cosiddetta secolarizzazione, avvenuta durante i primi dell’Ottocento, fece perdere al monastero una parte dei vigneti; nonostante ciò i vari contadini ancor oggi conferiscono la maggior parte delle uve all’Abbazia. Diversi reperti archeologici testimoniano che la vite in Valle d’Isarco viene allevata da oltre 2500 anni, inoltre lo spettacolo dei muretti a secco è una prova inconfutabile di quanta fatica la gente del posto abbia impiegato per far di necessità virtù, strappando alle rocce delle montagne fazzoletti di terra importanti per il proprio sostentamento.

Ricordiamo che in quegli anni il vino veniva considerato fonte di alimentazione al pari del pane, calorie necessarie ad affrontare il duro lavoro quotidiano ben lontano dagli standard odierni di vita sedentaria. Abbazia di Novacella è tra le cantine più note e affermate della Valle d’Isarco, ed è importante anche a livello di numeri: vengono prodotte ogni anno circa 750.000 bottiglie suddivise in diverse linee: Classica, Praepositus e Insolitus.

Quest’ultima è la protagonista dell’articolo, una linea ideata per uscire un po’ fuori dagli schemi abitudinari del territorio pur traendo ispirazione dalla tradizione e con un occhio sempre rivolto al futuro. Degusto regolarmente da oltre 15 anni un po’ tutti i vini di Novacella, e ogni qualvolta esce un nuovo prodotto le aspettative sono sempre alte: ad oggi devo riconoscere che poche volte le stesse sono state deluse. Veniamo dunque ai due nuovi astri nascenti: Orchestra e 6234.

Orchestra Uvaggio Bianco Mitterberg IGT 2021

Indubbiamente la Valle d’Isarco è nota per i vini bianchi da monocultivar, vinificati e imbottigliati in purezza, tuttavia da tempo Novacella meditava l’idea di produrre un uvaggio da varietà a bacca bianca di grande caratura: chi ha mai detto che il risultato non possa allinearsi al resto della gamma?

Nasce così Orchestra Uvaggio Bianco Mitterberg IGT 2021, da uve sylvaner, pinot grigio, kerner, riesling e gewürztraminer; le vigne circondano la proprietà con esposizione sud-ovest e insistono su  terreni composti da depositi morenici permeabili. Si inizia con una vendemmia ai primi d’ottobre, fermentazione dell’intera massa in serbatoi di acciaio e affinamento per circa 8 mesi prima di essere imbottigliate, ulteriore riposo di un mese prima della vendita.

Tinge il calice con una tinta paglierino dai riflessi oro antico; roteando il vino indubbiamente la sua consistenza non passa inosservata. Avvicinando il naso, dopo lenta ossigenazione, il comparto lievemente aromatico – dato in gran parte da gewürztraminer e pinot grigio – cede il passo a svariati frutti croccanti dal tono estivo quali pesca nettarina e albicocca, ma anche kiwi e melone d’inverno, il tutto avvolto in una coltre balsamica e di piccoli fiori di malga; ad impreziosire l’insieme lieve smalto e calcare in chiusura. In bocca il vino ha spalle larghe, rotondità e buon corpo, ma è continuamente attraversato da lampi acidi che rinfrescano notevolmente il quadro gustativo, che culmina in un crescendo di sapidità richiamando fortemente il territorio d’appartenenza. Sconta indubbiamente la giovane età, tuttavia è un vino già piuttosto equilibrato che ben si abbina ad un piatto di Spätzle di spinaci spadellati con burro di malga e speck.

6234 Pinot Nero Riserva 2018 Alto Adige DOC

Arrivati a questo punto ci allontaniamo dalle vigne che circondano l’Abbazia di Novacella, e non di poco (55 km), perché indubbiamente quando si parla di grandi pinot nero altoatesini il ricordo vola tra le vigne di Cornaiano e zone limitrofe, fazzoletto di terra dove la cultivar originaria della Borgogna ha saputo trovare una culla felice e in grado di competere ad armi pari con tutte le altre etichette del bel Paese.

L’Alto Adige DOC 6234 Pinot Nero Riserva 2018 prende il nome da una singola particella di pinot nero situata a 450 metri di altitudine nel podere Marklhof all’interno del comune sopracitato, dove Abbazia di Novacella possiede alcune delle sue vigne. La particolarità di questo cru risiede nella sua esposizione leggermente rivolta a nord, inoltre il terreno è composto da depositi morenici permeabili su una base nettamente porfirica. Le uve, vendemmiate nella prima decade di settembre, vengono vinificate in acciaio, il vino ottenuto affina per 36 mesi per 2/3 in barrique e per 1/3 in anfora, più altri 10 mesi in bottiglia prima della messa in vendita. Il 6234, inoltre, è il primo vino dell’Abbazia di Novacella a provenire da un singolo vigneto.

Tra il granato e il rubino a seconda dell’inclinazione del bicchiere, anche in questo caso la consistenza non manca. Il timbro olfattivo è ricco e le sfumature non tardano ad arrivare: ribes rosso, mirtillo nero e liquirizia in caramella su toni boschivi e autunnali che si traducono in pino mugo, terriccio umido, grafite e legna arsa. Con lenta ossigenazione allenta un po’ la presa, i toni divengono ancor più gentili sino a tornare al comparto floreale e fruttato unito a qualche nota di cosmesi, rossetto in primis; gran bella evoluzione anche a 24 ore dalla mescita. In bocca la materia c’è e si sente tutta, la giovane età si traduce in una sapidità ancora un po’ troppo sopra le righe – idem tannino e lieve spinta alcolica – la freschezza non latita affatto, anzi tiene testa; sono sciuro che qualche anno di ulteriore riposo in cantina servirà ad accordare un’orchestra composta da soli talenti. Abbinato ad una guancia di manzo brasata con funghi porcini aggiunti a fine cottura è un buon modo di accogliere l’autunno, la mia stagione preferita.

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Contributi fotografici dell’azienda.

Le foto delle bottiglie sono di Danila Atzeni

 

Andrea Li Calzi

Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in cantina e serate dedicate all’enogastronomia. frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla sua compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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