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La severità come valore critico irreperibile

No, non mi sono rincoglionito vagheggiando il ritorno del patriarcato o dei maestri di scuola del libro Cuore. Non mi sono rincoglionito sulla nostalgia del passato; o almeno, non del tutto. Generalizzando brutalmente, la nostra contemporaneità ci consegna un ricco armamentario di stimoli sociali – per vie convenzionali o negli spazi digitali -, dai quali vengono estromessi o fortemente marginalizzati valori considerati anacronistici quali la serietà e lo studio, o caratteri quali la timidezza, la discrezione, la severità. Anche solo a leggerli, termini simili, pare di trovarsi in una pagina di Giosué Carducci. Erano già impolverati quando ero ragazzo io, nella Roma dello Stato Pontificio, figuriamoci oggi.
La severità che rimpiango qui è nella fattispecie la severità del buon critico di vino. Un fondamento della professione che solo gli stolti confondono con la stronzaggine capricciosa del cattivo critico.

Il cattivo critico è ondivago, si basa su simpatie e antipatie personali, dà giudizi a capocchia, e/o – se connivente con il mercato – dà solo valutazioni lusinghiere, anche a vini lungi dal meritarlo. Il buon critico sa essere severo, se necessario.

Come annota il saggio collega Carlo Macchi QUI, nella stampa specializzata italica e non le valutazioni dei vini – di solito espresse in scala centesimale – sono oggi sempre più compresse verso l’alto. Per un giornalista americano attribuire un punteggio di 90/100 è paradossalmente una forma di scarso apprezzamento: velato, implicito, ma purtuttavia scarso apprezzamento. Sono irreperibili commenti severi, che facciano lampeggiare al lettore la scarsa qualità reale di un vino magari famoso e costoso. Prevalgono la lode e la lusinga. Tutti i vini vengono premiati, nella logica del todos caballeros.

Ne ha scritto QUI Ernesto Gentili, con il quale condivido una lunga militanza di lavoro. Non entro nell’analisi delle cause, peraltro ovvie nella loro banalità: le pubblicazioni di settore, quale più quale meno, sono vincolate al mondo della produzione per tirare a campare. Mi interessa invece, come fenomeno antropologico, la riluttanza del giovane “scrittore” del vino moderno di esporre una qualsiasi osservazione critica su una data bottiglia. La scusa di fondo, “non scrivo male perché mancherei di rispetto verso il produttore e verso il suo lavoro”, è manifestamente debolissima. Tanto per cominciare perché, in linea almeno teorica, non si scrive per il produttore ma per il lettore. Poi perché, abdicando alla naturale vocazione del buon critico di dire le cose come stanno – con i toni di rispetto dovuti, ci mancherebbe, senza compiacimenti sprezzanti -, lo stesso mondo della produzione, nemmeno tanto alla lunga, ne soffre.

Oggi i produttori di vino più stolidi sono felici che sia defunta la critica con la c maiuscola, che faceva le bucce ai loro vini e cercava con onestà di fotografare la realtà: sottolineandone i pregi, ove presenti, e non facendo sconti quando si trattava di mostrare i loro eventuali limiti.
Oggi le loro bottiglie hanno solo recensioni positive, ed essi credono di vivere nel migliore dei mondi possibili. Non si accorgono che, senza la sorveglianza attiva del buon critico, si spegne progressivamente la coscienza di ciò che è buono e ciò che è meno buono. E che in prospettiva si perde un punto di riferimento decisivo. Come scriveva Wilhelm Steinitz, scacchista austriaco dell’800 e primo campione del mondo della disciplina, “sfortunatamente molti guardano al critico come a un nemico, anziché vederlo come una guida alla verità”.

 

 

 

 

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