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Vini “vivi” anzi vivissimi. Nomi curiosi, etichette originali e molti nonni a InCONFONdibile, il festival dei rifermentati in bottiglia

Con questo primo contributo principia la collaborazione di Damiano Perini con L’AcquaBuona. Damiano si descrive così, nel sito da lui creato bengodii.com, nel quale scrive di cultura ed altri piaceri: ” Poligrafo appassionato e incorreggibile, scrive di arte e artisti, di libri e scrittori, di vini e vignaioli. Cura cataloghi e mostre, degusta vini. Gli piace mangiare e bere bene. Cattolico, edonista, eclettico. Dall’Alto Garda bresciano.”

Cerca il buono e il bello, appassionatamente. E’ ciò che fa per noi. (ndr)

Si respira un’aria briosa, fresca e gioviale al Westin Palace di Milano, nelle giornate dedicate ai vini prodotti con fermentazione naturale in bottiglia. Dal 23 al 24 ottobre 2022 infatti si è svolta la terza edizione di InCONFONDibile, il festival nazionale che celebra i vini ancestrali e rifermentati in bottiglia, ossia sur lie (col fondo, sui lieviti), i loro produttori, “interpreti orgogliosi di presentare piccoli capolavori”, e le tante piccole, rustiche, familiari e bislacche storie che li riguardano.

Il festival è organizzato da Edimarca sas e gestito da Giampaolo Giacobbo e Massimo Zanichelli, tra i massimi esperti del settore (i quali hanno condotto anche le numerose masterclass suddivise nelle due giornate). Un evento eterogeneo, al contempo amichevole e istituzionale, formale e informale; un mix aulico-disimpegnato, solenne e confidenziale, accentuato dai modi schietti e rilassati di alcuni (produttori) e più formali di altri (sommelier di sala), un’ambivalenza interessante che riscopro nei vini che bevo. Un procedimento -da quello che capisco- piuttosto impegnativo (soprattutto in vigna), in grado di produrre un vino di qualità e genuinità altissime, dalla beva grandiosa, e di straordinaria semplicità, ma una semplicità peculiare, e forse solo apparente. È un vino, dunque, dotato di una sprezzatura come nessun altro.

Di vino ancestrale ne sapevo poco, e pochissimo ne capivo; poi ho letto il libro di Massimo Zanichelli, Effervescenze, storie e interpreti di vini vivi (ed. Bietti, 2017), e allora un po’ ho iniziato a comprendere (anche grazie alle sostanziali bevute). È qui che ho ‘conosciuto’ per la prima volta Lino Maga, e cominciato ad apprezzare veramente il Lambrusco e il Prosecco (o meglio, il Col Fondo).

Quella del metodo ancestrale è una tecnica caratterizzata dalla natura domestica, derivata da famiglie contadine (e quindi praticamente utilizzata da sempre) che dà dei vini frizzanti “la cui effervescenza è ottenuta attraverso una seconda fermentazione in bottiglia senza sboccatura”. È un vino quotidiano, “popolare, mutevole, spontaneo”; il sedimento contenuto nelle bottiglie di questi vini (“valore di genuinità, non un difetto”) è assolutamente tipico e ne rappresenta il segno distintivo: da una parte ne garantisce la vita per un arco lunghissimo di anni (da qui il sottotitolo del libro di Zanichelli), dall’altra restituisce la torbida velatura per i nostri occhi e la pastosa consistenza per il nostro palato, bilanciata in ogni caso dalla vibrante acidità e dalla piacevolissima carbonica.

A InCONFONDibile i banchi d’assaggio sono numerosi (una settantina), e numerosi sono i vini in degustazione (ne conto all’incirca centocinquanta, ma saranno anche di più), e per fortuna che gli ancestrali e i rifermentati in bottiglia sono vini dalla basso titolo alcolometrico (di media attorno all’11% in volume): alto il rischio che gli assaggi procedano spediti verso un effetto dionisiaco. Sono vini adatti alla convivialità questi, e meglio si esprimono attorno a un tavolo e se bevuti in compagnia; non fatico però a gustarmeli qui, oggi, soprattutto se raccontati in tempo reale da chi li ha prodotti.

Inutile vi dica che tra i produttori la presentazione classica inizi con parole o locuzioni del tipo “senza chimica”, “naturale”, “sostenibilità”, “oltre il biologico”, “lieviti indigeni”, etc.; insomma, lo si sapeva già. Degni di nota sono, per quanto mi riguarda, i piccoli aneddoti familiari (qui i produttori sono piccoli o piccolissimi, e tutto si svolge in famiglia; e tutto è piuttosto recente, le storie partono al massimo dal nonno: nessun racconto plurisecolare che nasce dalla particella dell’avo riscoperta dopo ricerche d’archivio nel catasto comunale et similia), ma anche l’originalità dei nomi assegnati ai vini, e– carattere distintivo – la creatività delle etichette. Di seguito riporto qualche appunto, chiaramente non esaustivo: segnalazioni, o meglio suggestioni, e niente più, che possono essere integrate a piacere dal lettore.

Nomi
Tra i nomi più originali e curiosi che mi sono divertito ad appuntare ci sono, per esempio, l’Axillo di Andrea Bruzzone (vermentino + bianchetta genovese), in cui ‘axillo’ sta a significare, in lingua genovese, un bambino vivace, energico, che non sta mai fermo. Di Bruzzone sono notevoli anche le etichette, caratterizzate da disegni fantasiosi e coloratissimi, e mi ricordano paradisi d’infanzia, fatti di gioia e spensieratezza.

L’azienda Bellenda di Vittorio Veneto (TV) recupera un nome pirandelliano, assegnando il nome Così è (Col Fondo) a un vino con doppia fermentazione prodotto da sole uve glera.

Di Lusvardi (San Martino in Rio, Reggio Emilia) bevo un grandioso Lambrusco salamino, la cui etichetta tra il pop e il fumetto mi ricorda Roy Lichtenstein. E’ dedicata a un caro amico, e il nome lunghissimo, “Qualcuno vuol essere Robin“, ha una valenza duplice: Robin è il personaggio secondario e incompiuto e “noi vogliamo essere incompiuti”, mi dichiara il vignaiolo, e l’altro significato rimanda alla canzone di Cesare Cremonini “Nessuno vuol essere Robin”.

Questo neanche riserba una curiosa quanto articolata storia da parte del produttore Monban (Valdobbiadene): c’entra suo fratello. ‘Questo non è’ è una glera vinificata ferma e da qui l’intenzione del titolo di suggerire “questo non è… prosecco”. Degna di nota è l’etichetta, un cappello nero simile al cappello-serpente del Piccolo Principe, che si staglia da una etichetta bianchissima e pulita, e dall’insieme della bottiglia essenziale.

L’azienda alessandrina Nebraie (Rocchetta Ligure) nomina Mec l’è un timorasso frizzante rifermentato con mosto. Mi spiega il vignaiolo che mec l’è è un po’ come dire ‘what’s up?’ (proprio in inglese mi è stata proposta la traduzione), indicandone la variabilità, il dubbio (ma il vino è buono, garantito!).

Di Padroggi la Piotta (Montalto Pavese) ammiro i due Misunderstanding (un bianco, riesling italico, e un rosa, croatina + riesling italico), indicante l’equivoco, la cui etichetta è un punto di domanda enorme ricavato per negativo, e da cui si può intravedere la torbidezza.

Il Gl’era ‘na volta è un nome evocativo e ben azzeccato, per il 100% glera prodotto con parziale macerazione sulle bucce da Terre Grosse (Zenson di Piave, Treviso).

 

Nonni

Chissà perché ma c’entrano molto. Sono tanti i nonni tirati in causa dai vignaioli. Roccat (Valdobbiadene) gli dedica il Toni Codel (glera + bianchetta) con tanto di cappello in etichetta. Primo (glera + bianchetta) è il nonno ispiratore di Montepiatti (Conegliano), ed è un vino caratterizzato da una etichetta che richiama il primitivo, il rustico. È un nonno anche Nino (glera + verdiso + perera), il Prosecco Superiore frizzante sui lieviti di Duca di Dolle. E molti altri ancora.

Etichette

A InCONFONdibile non mancano certo quelle ‘classiche’. Ma l’evento è pervaso dai colori sgargianti e dalle illustrazioni originalissime della maggior parte delle etichette proposte: la creatività conquista l’occhio, e trasforma l’evento in una bellissima gara di grafica: vintage, funky, minimal, psichedeliche, floreali, illustrate.

Un bellissimo quanto articolato ventaglio dove produttori, artisti e grafici ci divertono -e si divertono- con le loro intuizioni. Sono avvincenti le etichette dei vini di Corte dei Pieri (Lonigo, Vicenza), gesti atletici inquadrati in una cornice vintage che si rifanno a sport come il calcio (La Rovesciata), il tennis (Il Dritto) o le bocce (Sboccio), e che mi fanno tornare indietro ai tempi dell’oratorio.

Un’aria di spensieratezza e di nostalgia si avverte guardando l’etichetta di Un sol bianco, il leggiadro Col Fondo di Siro Merotto. I due frizzanti di Integrale, invece, Integrale bianco (glera) e Integrale rosato (raboso + merlot + moscato bianco), colpiscono per la loro esile tonalità pastello, sia dei vini che dell’illustrazione, quest’ultima una schematica rappresentazione della vite.

L’etichetta del Dardleina La XII Notte (barbera) di Maria Bortolotti (Zola Predosa, Bologna) è un’opera d’arte a tutti gli effetti, e per di più di notevole qualità. Tanto da farmi pensare alle pietre di Roger Caillois.

È degna di segnalazione la caricatura sintetica ma incisiva del Rustego de Clemente, del già menzionato Roccat. Una grandissima tavola imbandita, affollata, partecipata da tante persone affamate, ognuna di essa caratterizzata da un’espressione o da un atteggiamento. Mi ricorda Peter Bruegel, seppur ridefinito per prospettiva e disegno: un Bruegel per così dire contemporaneo. Tradizione vuole che l’azienda sia stata ‘fondata’ attorno al tavolo rappresentato in etichetta; perché il vino dapprima veniva servito (e degustato) da una damigiana, in totale convivialità.

Tenute Marino Abate (Marsala) spicca non solo perché è l’unica azienda a rappresentare il Sud del metodo ancestrale, non solo per una inusuale forma della bottiglia che richiama appunto quella del Marsala (anche se più bassa e tozza), ma anche e soprattutto per un’etichetta ritagliata sulla base di una maschera, sul cui sfondo si può intravedere in forma stilizzata e animata la città di Trapani. Il suo Inzolita poi (inzolia 100%, ovvio) è buono e saporito.

Asja Rigato è una giovanissima ragazza padovana (Bovolenta), e lanciatissime sono le etichette dei suoi due vini, il Raboseo (friularo, o raboso del Piave) e il Flower Power (moscato giallo + friularo); sull’etichetta del primo sono disposte le 4 assi di briscola, carte declinate al padovano, sulla seconda invece è rappresentato un inquietante occhio, su uno sfondo tra lo psichedelico e il beat.

Completamente opposta, eppure egualmente attraente, è l’etichetta del Selvadeg rosso (lambrusco salamino) e bianco (pignoletto) di Fangareggi (Correggio, Reggio Emilia), con una lepre nascosta nell’erba illuminata alle spalle da una grandissima luna piena.

E ancora surreale è l’illustrazione che copre l’intera etichetta del Vespaiò (vespaiolo macerato) de Il Moralizzatore (Breganze, Vicenza), una cantina di giovani ragazzi il cui nome è tutto dire.

Il disegno in etichetta, al contrario, del Portegai de Il Guscio d’Oro (Maser, Treviso) è una schietta, velocissima sferzata in cui i volti della famiglia di produttore sono esaltati da un rapidissimo gesto, tanto da ricordarmi un po’ Costantin Guys.

Dovrei parlare ancora delle etichette de L’antica Quercia (o meglio, riparlarne); vorrei poter scrivere della triade dell’Oltrepò PicchioniAvellinoBisi (la ‘triade’ certo è idealmente mia, appassionato rossista- frizzantista); e poi ne avrei da dire su Le vigne di Alice, forse la signora più elegante della giornata; e ancora sul Radice di Paltrinieri o su Claudio Plessi, per il quale ci vorrebbe forse un articolo intero. Altri ve ne sarebbero, ma il tempo è tiranno, e la degustazione a breve finirà.

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