L’Enantio di Roeno. Una verticale

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Enantio, chi è costui?”, verrebbe da dire, parafrasando quel famoso passo manzoniano. È il nome di un antico vitigno la cui radice etimologica latina risale indietro nel tempo fino alla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, l’enciclopedia del sapere del I secolo della nostra era, dove è scritto: «Fit e labrusca, hoc est, vitis silvestris, quod vocatur oenanthium», ovvero “Fassi di labrusca, che è una vite selvatica chiamata enantio”.

Nel Dizionario Latino Italiano di Ferruccio Calonghi che usavo al liceo il lemma oenanthium ha come significato: «essenza di oenanthe, grappolo di vite selvatica». Siamo davanti alle radici ancestrali della viticoltura moderna: l’enantio potrebbe essere considerato il discendente contemporaneo dalla Vitis vinifera silvestris, l’antica labrusca, tanto che il suo sinonimo è “lambrusco a foglia frastagliata” (per distinguerlo dalla casetta, il “lambrusco a foglia tonda” o foja tonda), senza che ci siano però parentele con il lambrusco emiliano. Quella più prossima è infatti con l’uva “ambrusca”, senza la “l” iniziale: un’elisione che contestualizza le origini di questo autoctono nella Valdadige Terra dei Forti (nome che le deriva dalla presenza sul territorio di diversi castelli medievali), denominazione di confine compresa tra Brentino Belluno, Dolcè e Rivoli Veronese in provincia di Verona, e Avio in quella di Trento.

I terreni sabbiosi adiacenti al corso dell’Adige, ricchi di componenti silicee a scaglie taglienti, hanno salvato alla fine dell’Ottocento i ceppi dell’enantio dal flagello della fillossera, garantendo oggi la sopravvivenza di una serie di piante secolari a piede franco. Quelle che appartengono all’azienda Roeno ricadono nel comune di Brentino Belluno (mappali: foglio 9 particella 00138, foglio 13 particella 00032), risalgono al 1865 circa e si allungano per un ettaro e 2.000 metri quadri – sui circa 13 dell’intera area – per un totale di 1.600 piante (circa 1.200 all’ettaro), impianti a doppia pergola trentina con 6 metri di distanza tra un filare e l’altro.

La famiglia Fugatti, oggi rappresentata dai fratelli Cristina, Roberta e Giuseppe, ha una storia altrettanto secolare. Gli avi sono stati mezzadri presso la tenuta San Leonardo di Borghetto all’Adige dal 1826, quando la proprietà era ancora della famiglia de Gresti (sarebbe passata ai Marchesi Guerrieri Gonzaga nel 1894 con il matrimonio tra Gemma de Gresti e Tullo Guerrieri Gonzaga), con il capostipite Angelo (diversi Fugatti sono stati sepolti lì), fino al 1926, quando, con i soldi inviati a casa da Fruttuoso Fugatti, emigrato nel 1914 in California, viene costituito il primo nucleo della futura azienda agricola a Belluno Veronese.

Esistono documenti di compravendita della fine dell’Ottocento e una fitta corrispondenza familiare tra l’America e l’Italia dal 1914 al 1935, tutti riportati nel libro Terre di (non) confine. Narrazioni dal 1800 al 2019, che racconta la storia dei Fugatti lungo duecento anni di storia. Nel 1927 Albino Fugatti inizia l’attività di vivaista. Nel 1952 i figli Lodovico, Carletto e Adolfo fondano la prima cantina a Rivalta Veronese. Dal 1962 al 1965 Adolfo e i figli costruiscono quella di Belluno Veronese, ponendo le prime fondamenta della futura Roeno. Rolando, il padre degli attuali titolari, amplia e diversifica l’attività e nel 1984 imbottiglia con il proprio nome. Nel 1997 nasce l’azienda Roeno, acronimo di Rolando ed Eno, scelto da Roberta, Cristina e Giuseppe per sancire lo stretto legame che unisce il vino del territorio alla storia della famiglia.

L’enantio è vitigno rustico, caparbio, selvatico. Ha tanta parte legnosa e non va potato stretto. Ha buccia spessa, forte carica polifenolica (sia negli antociani sia nei tannini) ma soffre di acinellatura. È precoce nella parte vegetativa quanto tardivo nella maturazione: viene vendemmiato tra la metà e la fine di ottobre.

Il 9 novembre di un’uggiosa giornata milanese si è tenuta al ristorante Moebius, in presenza di Cristina Fugatti, della nipote Martina Centa e dell’enologo Alessandro Corazzola, una verticale del Valdadige Terra dei Forti Enantio Riserva 1865 Pre-fillossera. Nel primo biennio (2008-2009) della sua breve quanto significativa storia le sue uve sono state raccolte in avanzato stadio di maturazione con un appassimento in pianta, e il vino ha fatto barrique e botte grande: il modello di riferimento era l’Amarone della Valpolicella.

Dal 2010 al 2013 il vino, oggetto di ripensamenti, non è uscito sul mercato, mentre nel 2014 non è stato prodotto. Dal 2015 la vendemmia è tradizionale, il vino matura in tonneau (di cui il 50% nuovi) e il suo profilo risulta più autentico e territoriale: selvatico, aspro, verticale (i suoi pH variano da 3,55 a 3,60). Dopo la pigiadiraspatura, fermenta con lieviti selezionati in acciaio con vasca chiusa, sfruttando la formazione di anidride carbonica per evitare le ossidazioni e muovendo il cappello in modo da produrre macerazioni lente e dolci per evitare la sovraestrazione.

Il 2017 ha colore porpora intenso dai bordi brillanti, un colore che tornerà anche nei precedenti millesimi e successivi assaggi. Profumi di erbe mediche, di elementi erbacei, di sentori medicinali, boschivo nel carattere, selvatico nel midollo. Il palato ha pienezza, freschezza acida, sviluppo flessuoso e guizzante, su note di china calissaia e rabarbaro, con finale di ariosità erbacea e balsamica.

Il 2016 ha olfatto similare, con dovizia di bacche di bosco, amarena ancestrale, toni speziati e officinali. La bocca è cremosa, intensa, con sensazioni di mora di gelso e di rovo, erbe medicinali, tannino che taglia e insaporisce, acidità che rinfresca.

Il 2015 ha un naso più rilassato, assorto, quasi etereo, e un sorso denso quanto scorrevole, dinamico e pimpante, di bel sapore, con l’acidità che si lega al tannino in un finale lungo, sanguigno.

I 2017-2016-2015 compongono un trittico omogeneo, disciplinato, di coerenza stilistica e caratteriale.

Con il 2009 ci si affaccia a uno stile più “sforzato”, di maggiore intensità tannica, ma l’identità del vino è simile alle annate che verranno dal punto di vista aromatico (erbe, spezie, chine), strutturale e acido.

Il 2008 si presenta come un organismo cangiante, dalle iniziali note olivose, mediterranee, avvolgenti che sembrano in taluni momenti sfrangiarsi in rivoli ossidativi che comunque non sottraggono solidità e pienezza.

Oltre al Trentodoc Brut Nature Dèkatos 2012 (10 anni sui lieviti, 2.500 bottiglie, nuova etichetta aziendale) e al Terradeiforti Pinot Grigio Rivoli (che si distanzia sensibilmente dai modelli anemici di tanto nord-est nostrano), sono stati serviti durante il pranzo (il cremino allo squacquerone e porcini, la calamarata all’amatriciana, il rollé di pollo in salsa dello chef e spinaci erano piatti degni di menzione) i due cavalli di razza dell’azienda, quelli che diversi anni fa mi hanno fatto conoscere Roeno, al tempo una semisconosciuta cantina di una zona semisconosciuta del Veneto: il Riesling e la Vendemmia Tardiva.

Del primo erano in realtà presenti al Moebius due annate della Riserva di Famiglia e non il Precipuus, il primo Riesling prodotto da Roeno a partire dal millesimo 2009, che nella tarda estate del 2007 avevo assaggiato nelle sessioni di degustazione per la Guida Vini dell’Espresso, rimanendo addirittura “stregato” qualche anno dopo dal millesimo 2011, e da allora l’incanto dei loro Riesling non si è più fermato.

A differenza del Precipuus (in latino “individuale”, “particolare”, “speciale”), che fa solo acciaio, la Riserva di Famiglia – presenti un 2017 di laminata espressione e un 2015 dall’allure nordica – trascorre un anno e mezzo in botte grande più tre anni in bottiglia. La Vendemmia Tardiva Cristina è un rigoglio di uve (pinot grigio, gewürztraminer, sauvignon, chardonnay) e sentimenti baciati da un’elegante muffa nobile e da un profilo che coniuga brillantemente aromaticità, densità e contrasto.

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Massimo Zanichelli

Milanese di nascita, apolide per formazione, voleva diventare uno storico dell’arte (si è laureato con una tesi sull’anticlassicismo pittorico rinascimentale), ma il virus del vino contratto più di una ventina d’anni fa tra Piemonte e Toscana lo ha convertito ad un’altra causa, quella del wine writer, del degustatore professionista e del documentarista del vino. Ha firmato la guida I Vini d’Italia dell’Espresso fin dalla sua nascita (2002-2016) e la rubrica sul vino del settimanale l’Espresso per molti anni. Ha curato le pubblicazioni di Go Wine, ha scritto per le riviste «Ex Vinis», «Grand Gourmet» e «Mood», redatto il Nuovo repertorio Veronelli dei vini italiani (2005) e I grandi cru del Soave (2008). Di recente ha pubblicato “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” (Bietti, 2017) e ” Il grande libro dei vini dolci italiani” (Giunti, 2018). Tra i suoi documentari: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Il volto di Milano (2016), Nel nome del Dogliani (2017).

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