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Merano Wine Festival 2022, tra crisi climatica e nuove sfide

Merano anche quest’anno si è presentata con temperature miti e un aspetto poco autunnale agli occhi dei visitatori che sono affluiti alla celebre manifestazione enologica novembrina. Le foglie non sono ancora completamente cadute, e la neve da pochissimo ha fatto la sua comparsa oltre i duemila metri. Segno dei tempi, come lo è stato la volontà di focalizzare l’evento proprio su cambiamenti climatici e il futuro della viticoltura, con una serie di conferenze che si sono avvicendante durante la manifestazione.

Come nelle ultime edizioni, si è assistito all’alternanza delle aziende vinicole suddivise in due gruppi che si sono succeduti nei quattro giorni, rispettivamente nelle sequenze venerdì e sabato, per il primo gruppo, e domenica e lunedì per il secondo. Solo alcuni partecipanti, perlopiù provenienti dall’estero, sono stati presenti in tutti e quattro i giorni.

Poiché la nostra presenza si è concentrata alla domenica e al lunedì ci è impossibile dare conto dei produttori appartenenti al primo gruppo. In generale comunque la partecipazione è stata come sempre molto qualificata e non priva di sorprese. In particolare erano presenti produttori provenienti dalla Georgia, molti dei quali hanno presentato i loro prodotti per la prima volta al Merano Wine Festival.  Interessanti poi le presenze anche del settore gastronomico e culinario, pregevole comprimario della manifestazione.

Entrando nel vivo delle degustazioni, abbiamo per primi approcciato appunto i vini georgiani, forti della loro tradizione legata alla vinificazione e conservazione in anfora, e ai loro particolari vitigni. Sulla tradizione della vinificazione in anfora interrata Slow Food ha costituito un apposito presidio, data la rarità e la particolarità di tale pratica. Quello che appare dalle degustazioni è che la particolarità dei vitigni e la peculiarità della tecnica di vinificazione (che può essere con o senza bucce, a seconda delle zone) impartiscono a questi vini aromi e caratteristiche singolari che affascinano il degustatore e incuriosiscono il consumatore.

Proprio questa unicità costituisce a mio avviso anche un limite, dato che molti di questi aromi e sensazioni sono associati, in altri contesti, a giudizi negativi o poco convincenti. Quindi, se all’assaggio di questi vini si rimane a volte incerti sul loro reale valore o sulla loro qualità intrinseca, dipende innanzitutto dall’approccio culturale del degustatore e dal contesto della degustazione.

A onor del vero, bisogna però sottolineare che le stesse aziende sono consapevoli della difficoltà culturale che questi vini possono incontrare nei mercati internazionali, tanto che alla linea tradizionale (Qvevri) affiancano spesso una linea vinificata con metodi “moderni”, che enfatizza il vitigno e la tecnica enologica.

Passando alle degustazioni, abbiamo assaggiato alcuni vini della cantina Chelti della famiglia Mirianashvili, che in località Shilda conduce un’azienda di 80 ettari.  Il primo vino degustato è stato un Qvevri della varietà Khikhvi, anno 2020. Di un colore ambrato tendente al caramello, al naso propone sentori di idrocarburo, miele, kaki e cotognata, mentre in bocca la fresca acidità e i sentori speziati colorano il finale di bocca, dove fa la sua comparsa una nota mentolata.

Il secondo vino, un rosso affinato in legno, è il Saperavi 2019, sempre di Chelti: dal colore rosso rubino tendente al porpora, offre sentori balsamici e di frutto maturo (ribes e mirtillo); in bocca mostra una certa tannicità, è fresco, lievemente metallico, e comunque interessante e convincente.
Il rosso maturato in anfora, Saperavi Qvervi 2019, sempre di Chelti, è invece frutto di una fermentazione spontanea e di un affinamento di 9 mesi; si presenta di bella consistenza e di un colore rosso rubino scuro, proponendo sentori di frutti rossi selvatici, spezie, prugna e lattico; in bocca è ruvido ma ampio.

Sempre in ambito di vini georgiani, della azienda Tbilvino, ecco il Mtsvani 2021 Special Reserve della zona di Shashiani, un bianco giovane e fresco dagli aromi agrumati e con una nota vanigliata dovuta al passaggio in barrique; la bocca è sapida, di buona morbidezza e lunghezza, per un vino in stile internazionale.

Sullo stesso registro, ma di qualità a nostro avviso superiore, Kisi 2020 Special Reserve, che deriva dai vigneti nella regione di Kakheti, e che si presenta di un colore giallo dorato chiaro con sentori di frutti bianchi e fiori, agrumi e lieve nota erbacea. In bocca è fresco, scattante, dal bel finale leggermente rugoso che sostiene la persistenza.

Lasciando i vini georgiani, passiamo alla degustazione dei vini di Castello di Spessa, premiati nel corso della manifestazione. Il primo è il Metodo Classico Brut  Amadeus 2016, che deriva da uve chardonnay in maggioranza, con una percentuale minoritaria di pinot nero (87 chardonnay/13 pinot noir). Trova la sua origine nelle terre del Collio goriziano, da cui trae stile ed eleganza. Cristallino, lievemente dorato, acquista dai sui 40 mesi sui lieviti sentori fruttati e agrumati con lievi note di nocciola; in bocca il tenore carbonico è ben imbrigliato da cremosità e sapidità.

L’altro vino il Pinot Nero Casanova 2019: di un bel colore rubino medio e buona fluidità, offre profumi eleganti e fruttati con note speziate, una buona tensione al gusto e tannini presenti ma mai invadenti, in un finale fresco e lungo.

Ci spostiamo al piano superiore per incontrare i vini dell’azienda Podernuovo a Palazzone. L’azienda, situata in prossimità di San Casciano dei Bagni, località assurta alla ribalta della cronaca per la eccezionale scoperta archeologica di poche settimane fa, si estende su 50 ettari, di cui 26 vitati. La piattaforma ampelografica comprende sia vitigni toscani che d’oltralpe, con qualche incursione nella vicina Umbria.

In sintonia con la lotta al cambiamento climatico, la cantina dell’azienda trae la propri energia da impianti geotermici e fotovoltaici, riducendo così drasticamente l’impronta di carbonio della tenuta. Tra i vari vini presentati abbiamo particolarmente apprezzato il NicoLeo 2020, un bianco da uve chardonnay e grechetto con un bel colore giallo dai riflessi verdognoli, dalla chiara impronta fruttata di mela e pesca, dal commento floreale e da una bella mandorla finale che accompagna la freschezza del vino fino a un finale minerale.

L’altro vino che ci ha colpito è l’Argirio 2018, un Cabernet Franc dai colori intensi e profondi e dalle note fruttate e balsamiche brillantemente espresse. Un corpo pieno e ampio, oltre alle buone doti di freschezza e di sapidità, ne completa il profilo.

Una delle note interessanti del Festival è stata la presenza anche di produttori di Sidro. Tra questi segnaliamo l’azienda Floribunda con sede a Salorno, in Alto Adige al confine con il Trentino. L’azienda coltiva varietà resistenti alla ticchiolatura e le trasforma in sidro anche nelle tipologie alla mela cotogna o al ginger. Pregevoli i profumi e la bolla di questa antica bevanda fermentata, che nei paesi del nord Europa ha sempre avuto un posto di riguardo nella tradizione delle bevande fermentate.

Passando alla sezione Culinaria del Festival, abbiamo sperimentato in anteprima i “DESIDERI“,  biscotti inventati dai pasticceri bresciani in onore del Re Desiderio. I biscotti, di pregevole fattura, vengono elaborati con farina di castagne e burro di prima qualità: un vero e proprio “dulcis in fundo“.

Un altro prodotto di particolare pregio di questa sezione è il Grana Padano 36 mesi derivante dal latte prodotto da vacche allevate con solo fieno di prati stabili. Un ritorno al passato che però conferma la scelta di filiera controllata, e di qualità, fatta dalla Latteria San Pietro di Goito, nel Mantovano. Un ottimo Grana padano da ricordare.

Si conclude qui la nostra esperienza meranese, con segnali importanti di cambiamento nella filosofia produttiva di molte aziende e il tentativo, speriamo fruttuoso, di contenere i cambiamenti climatici.

 

 

 

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