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Nel primo numero dei “Quaderni” di Camillo Favaro il Domaine de la Romanée Conti e le sfide del cambiamento climatico

Con buona pace degli altri produttori planetari, il Domaine de la Romanée Conti è senza alcun dubbio la casa vinicola più prestigiosa del mondo. Per ammirarlo anche solo dall’esterno occorre un salvacondotto pontificio. Figuriamoci poi a entrarci: scordatevelo, se non vi chiamate Joe Biden o Carlo III d’Inghilterra. Ho anzi il sospetto – già esternato decenni fa – che nell’impenetrabile recinto della tenuta non entri proprio nessuno, nemmeno i proprietari stessi.

Il vino là si fa da solo. Miracolosamente. Le uve si spiccano dai tralci, trasvolano nelle cantine, si pigiano, si fermentano; e i vini così nati si svinano, si piazzano nelle pièces, si affinano, si imbottigliano, si tappano, si etichettano da soli. È quindi un fatto prodigioso che qualcuno come l’esimio Camillo Favaro – già autore insieme a Giampaolo Gravina del fortunato libro Vini e terre di Borgogna – sia riuscito non solo a varcare la soglia dei sacri locali, ma addirittura a parlare a lungo con il leggendario Aubert de Villaine, gérant per vari decenni della Romanée Conti (ora formalmente in pensione, ma nei fatti piuttosto presente, in vigna e in cantina).

Ne è nato così un volumetto agile e prezioso che contiene quella che a me risulta la più estesa intervista a De Villaine disponibile da sempre. L’opera è il primo numero della collana “Quaderni”, monografie dedicate alle migliori aziende borgognone e a un loro vino simbolo. La prefazione, lo dico con la giusta dose di fierezza, è a firma del sottoscritto: ciò che dovrebbe costituire un bonus irresistibile verso l’acquisto del libro.
Parte centrale, una disamina attenta di uno dei Grand Cru della tenuta, il rarefatto Romanée Saint Vivant (con tanto di note di degustazione).

Di seguito, per invogliare alla lettura, un paio di interessantissimi passaggi dell’intervista, laddove viene affrontato lo spinoso tema del cambiamento climatico.

Come è cambiata la Borgogna nel nuovo millennio? Come potrà essere tra 50 anni?

“Una cosa è certa ed è visibile: la storia ci dimostra che la Borgogna si è evoluta ma è sempre rimasta sempre fedele a un’idea, ovvero quella di terroir delimitato e di vitigno unico capace di prendere il carattere del luogo. L’idea che un grande vino esprima il luogo attraverso un vitigno unico è qualcosa che dura da mille anni, e che continuerà a durare. Certo, i cambiamenti climatici attuali portano delle sfide nuove, ma d’altronde la Borgogna ha sempre dovuto affrontare sfide nuove. Penso che ce la faremo, stiamo notando che la vigna comincia ad adattarsi. In un’estate calda come quella del 2020, per esempio, abbiamo osservato che le piante hanno reagito meglio rispetto al passato. Alcune piante non resistono e muoiono, ma tante altre si adattano. Trovo che sia straordinario. Tocca a noi trovare i mezzi per adattare la vigna, magari con delle potature più tardive, oltre che pensate in modo leggermente diverso”.

(…) Bisogna ammettere che, per adesso, il cambiamento climatico è stato molto benefico per noi. Nel 2018, 2019, 2020 abbiamo prodotto quelli che un tempo chiamavamo dei grands millesimes. Le grandi annate sono sempre più frequenti, almeno per ora”.

Le ultime annate stanno mettendo un inequivocabile accento sul fenomeno del global warming. Nel 2018, 2019, 2020, avete lavorato diversamente?

“Sì. Anzi, nel 2018 e 2019 non molto diversamente e il raccolto era semplicemente magnifico. Sulla base di come sono andate le vinificazioni di queste due annate e le prime analisi dei risultati, per esperienza abbiamo capito che vendemmiare il più tardi possibile, per avere delle uve più mature non è più il metodo migliore, ma che bisogna piuttosto salvaguardare la freschezza; che è meglio vendemmiare con un leggero anticipo, anche se la maturità non è completa, perché così conserviamo maggiormente la mineralità. Inoltre sappiamo per esperienza che se la maturità non è completamente raggiunta, questa si può completare in bottiglia. Spesso la maturazione in bottiglia è più interessante, perché dopo alcuni anni abbiamo degli aromi di petali di rose, di spezie molto complesse, probabilmente più interessanti degli aromi portati da una grande maturità”.

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Quaderni – La Romanée Conti
ArtevinoStudio-Fil Rouge Editore

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