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La lavagna dei buoni e dei cattivi

I cultori di vini possono riempirsi la testa di concetti massimamente astrusi, ma alla fine dei conteggi sono dei bambinoni che si muovono su una polarità binaria: sì/no. Come sulla lavagna delle elementari, nel profondo della loro psiche tracciano una linea di demarcazione netta. Di qua i buoni, di là i cattivi.

Anche se possono perdersi in minuzie infinitesime – “il quinto superiore della bottiglia ha un redox in media inferiore agli altri quattro quinti”, “l’acidità lamellare dei vini di Graziano mi restituisce una verticalità che altri mossi non hanno”, “uhm, non sono sicuro che i fermentini smaltati di Pouillon siano originali degli anni Trenta, secondo me etc” – nei fatti alimentano due sole categorie dello spirito (in senso anche figurato).

Nella prima colonna – non c’è quasi bisogno di ricordarlo, per quante volte qui e altrove lo si è sottolineato – si inanellano i nomi delle aree auguste e intoccabili: Borgogna, Champagne, Langhe. A queste seguono zone pressoché altrettanto incontestabili quali Rodano (però del Nord, eh), Loira, Alsazia, Mosella. Si può scendere nell’elenco, la faccenda diventa più puntillista e maniacale ma la sostanza non cambia: Jura, Savoia, Roussillon (Gauby), Priorat (quello moderno, ultra biodinamico, mica il vecchio Priorat dei vinoni masticabili), eccetera.

Nella colonna dei reprobi, invece, la situazione è statica da anni. Uscita o in via di uscita da qui l’area di Bordeaux, a lungo rubricata come territorio di biechi speculatori e di vini fatti con lo stampino, rimangono con le orecchie da asino soprattutto i cosiddetti “vini da vitigno”: Merlot, Chardonnay, Sauvignon, Gewürztraminer, Nero d’Avola. Poi alcune categorie merceologiche: i vini in tetrapack (indistintamente, anche se qualche enostrippato ha provato a spostare nella colonna di sinistra certe microproduzioni californiane leccatissime), i frizzantini senza blasone, i rosati; i rosati chiamiamoli generici.

Ed eccoci. Quanto può essere quindi trascurato un rosato frizzante? Sbaglierò, però mi pare che la stragrande maggioranza degli enosnob lo piazzerebbe tra i reietti senza pensarci due volte. Il rosato di oggi si svicola però subito da ogni potenziale perplessità iniziale grazie alla sua carta d’identità: nato nel territorio dell’Etna (bonus “buoni”), da vigne anche vecchissime, fin quasi centenarie (bonus “buoni”), da un produttore che lavora “in sottrazione”, senza l’ausilio di sostanze di sintesi (bonus “buoni”).

Si tratta dello Zoè Rosato frizzante di Giuseppe Lazzaro, giovane vignaiolo che ha la cantina a Milo (versante orientale del vulcano). A me sembra davvero molto buono, anche se non l’ho mai bevuto.

Ho provato invece il fratello Spariggiu, rosato senza effervescenza (lotto sp2021): di colore debolmente ramato, esordisce iniziando, prosegue continuando, finisce concludendo. L’impianto aromatico e gustativo si muove sul versante salino/salmastro/marino, più che su quello fruttato. La dinamica è buona, la progressione anche. Con l’aerazione emerge, dapprima in modo timido, poi con più decisione, una nota sopracuta di lampone. La contenuta spinta alcolica (12,5 gradi in etichetta) e il modesto rilievo tannico contribuiscono a offrire una bevibilità piena, senza rallentamenti.
Dovrò proprio stappare anche lo Zoè, prima o poi.

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