Storia di un’amicizia. La Bettigna, Vermentino dei Colli di Luni in verticale

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Emilio Falcinelli e Nicola Lazzoni, al centro Gianpaolo Giacomelli

Questa è la storia due amici, appassionati di vino da tempi non sospetti, quando la frequentazione di bottiglie importanti (e non solo per il prezzo elevato!) non era ancora diventato un hype modaiolo. Hanno così imparato a riconoscere appieno l’importanza e il valore del legame di un vino con il proprio territorio, e alla fine, quasi si trattasse di un gioco (ma presto avrebbero compreso che era molto di più), Emilio Falcinelli e Nicola Lazzoni (in rigoroso ordine alfabetico), nel 2009 si sono comprati un ettaro di terra per piantarci 6.500 piante di vermentino, e forse non poteva essere altrimenti, visto che la vigna si trova proprio sotto Castelnuovo Magra. Hanno scelto i cloni con cura, due di origine corsa e uno “italiano tradizionale”. Prima uscita nel 2012, giusto per dare il tempo alle vigne di produrre qualcosa di simile a ciò cui aspiravano, e ben 1.800 le bottiglie commercializzate. Ma non è che adesso siano poi molte di più…

Si proclamano “praticamente bio” (non sono certificati): non usano diserbanti né concimi chimici, piuttosto prodotti come olio d’arancio e simili. E poco rame e zolfo, perché sono convinti che inibiscano la fermentazione e lo sviluppo delle note aromatiche. La Bettigna, questo il nome del vino, fermenta a temperatura controllata con lieviti non selezionati, e rimane due giorni sulle bucce e un anno sulle fecce fini, per guadagnare quella complessità da grande vino che è la loro aspirazione sin dall’inizio. L’acidità tipica dei Colli di Luni richiede la malolattica svolta, ma il potenziale di evoluzione non ne risente, come ha dimostrato una verticale in amicizia di tutte le annate prodotte, svoltasi nell’autunno 2022.

Hanno spiccato in particolare un 2013 dal colore brillante di bella tenuta, dai profumi di erbe di campo, salvia e rosmarino; è vibrante, sapido, ancora fresco. Costituirà la falsariga su cui si svilupperanno anche le altre annate, mutatis mutandis.

Il 2015 è invero più largo e concessivo nel frutto, con una leggera astringenza finale probabilmente causata dell’annata opulenta. Potenzialmente una gran bella riuscita invece il 2016, tuttora chiuso a doppia mandata dal punto di vista olfattivo: ci vuole pazienza nell’ossigenare il bicchiere per costringerlo a concedere toni di fiori bianchi e di agrumi anche canditi; il sorso è equilibrato, morbido, ma con sufficiente acidità integrata nel corpo del vino. Davvero, se ve ne capitasse una bottiglia, sappiatelo attendere, perché non è ancora il momento di berlo.

Il torrido 2017 ha annichilito la produzione del 50% (solo 4.000 bottiglie). Anche il vino ne ha risentito, con rimandi a un’evoluzione ossidativa (non eccessiva) e un attacco di bocca dolce e un pochino sovramaturo: fortunatamente la buona sapidità di fondo ne sostiene le sorti.

Altra musica il 2018, dove una componente olfattiva elegantemente evoluta è solo un aspetto di un naso sfaccettato che sciorina mineralità e un brillante coté balsamico; si distende reattivo sul palato, sfumando un ingresso in bocca di frutta gialla matura. L’impressione è che il vino abbia raggiunto il culmine di una bella evoluzione, ottima la godibilità, e l’acidità non gli fa difetto.

L’annata 2019, leggermente fresca ma regolare, ha visto la vigna compiere i 10 anni schivando una grandinata che ha colpito i suoi immediati paraggi. L’approccio olfattivo sfoggia una mineralità da Riesling di quelli duri e puri. Le fa pendant una bella pesca matura, con un carattere quasi “buccioso” garantito dalla vendemmia ritardata. Il palato è vibrante, profondo, fresco, lungo e di soddisfazione per la sua saporosità. Un vino godibile già ora, ma in attesa di un futuro che si intuisce luminoso.

E’ interessante fare un confronto con un 2020 più caldo nel suo andamento climatico: il naso è comunque intenso, forse un po’ monocorde nella sua smaccata ma accattivante maturità. Il sorso è più “volumico”, ma l’acidità è ben integrata in questa architettura, che in sua assenza resterebbe forse ingombrante. Alla fine la beva dà soddisfazione, perché “riempie la bocca” senza appesantire, e la persistenza è comunque di rilievo.

E’ evidente che il valore del terroir e il peso estrattivo de La Bettigna ci consegnano vini da giudicare anche in prospettiva. Ne consegue che la valutazione del recente 2021 è necessariamente (parzialmente) ipotetica. Fortuna che gli amici produttori garantiscono che finalmente sta spuntando una generazione di clienti professionali, ristoratori, ecc. che sanno apprezzare e proporre bianchi importanti anche nel loro percorso evolutivo.

Comunque sia il 2021 (annata regolare come la precedente) è esuberante al naso, solo leggermente alcolico: si godono richiami di buccia di agrumi e note affumicate. Non manca di volume al gusto, per un sorso largo ma equilibrato, discretamente sapido ma al momento del nostro assaggio -come volevasi dimostrare- ancora in debito di bottiglia. Da notare che in questa annata concorrevano al risultato finale un 5% di uve acquistate e provienienti dal cru Sarticola.

A completare la degustazione la prima annata, 2012, in parabola discendente già dal colore, e con una volatile piuttosto spinta. E la piovosa 2014, unica occasione in cui si è dovuto ricorrere a lieviti selezionati per favorire la fermentazione: ne è scaturito un vino con un colore da Sauternes e un naso da Riesling (questo è un “vizio” del Vermentino di Luni…), fruibile come un Vendemmia Tardiva e con sentori di buccia di arancia “passata” e leggero residuo zuccherino.

In sintesi, mai sottovalutare il potenziale di una amicizia messa al servizio della passione, e viceversa: con ogni probabilità ne scaturiranno risultati quanto meno intriganti per veracità e autenticità, se non anche, come in questo caso, per qualità complessiva. Tanto più che, visto che Emilio e Nicola non si sono messi a fare vino per arricchirsi, il prezzo è rimasto entro i limiti di un’assoluta convenienza.

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Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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