Come ho imparato a odiare la Borgogna

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Mi fa specie scrivere un titolo così. Ai primordi delle mie esperienze di degustatore, ormai molto più tempo fa di quanto mi piaccia ricordare, i miei ingenui e sinceri entusiasmi erano riempiti dalla magica emozione suscitata dai primi assaggi di Pinot Noir borgognone. Non che con questo voglia negligere la maestà e la profondità degli Chardonnay, anche importanti, che ho avuto occasione di assaggiare (innamorarsi del Corton-Charlemagne in effetti fu molto facile…), ma per forza di cose si trattava di vini all’inizio del loro arco di vita, e la presenza inevitabilmente invasiva del legno mi impediva di coglierne il ventaglio di sfumature che l’evoluzione gli avrebbe in seguito garantito. Potevo semmai solo intuirle, divinarle.

Ora, è tutto da vedere che allora possedessi gli strumenti per esserne capace (in realtà, con molta umiltà me lo chiedo ancora adesso, anche se qualche bottiglia più agé ho avuto la fortuna di incontrarla), inoltre avevo già sperimentato diverse interpretazioni italiche dello Chardonnay, quindi avevo un termine di paragone, adeguato o meno che fosse, e alla fin fine neanche troppo punitivo per la produzione di casa nostra, se non altro più immediatamente fruibile nelle circostanze e con la tempistica con cui mi ci stavo accostando.

Con il Pinot Noir è stato diverso: praticamente ho “imparato” il vitigno nella sua accezione più classica, se vogliamo, prima di approcciarmi agli esemplari italici. Per questo successivamente li ho a lungo sprezzati, commettendo l’errore di non contestualizzarli come meritavano e caricandoli di aspettative probabilmente eccessive, o se non altro distorte.

Inoltre, prima di quei Pinot Noir borgognoni mai avevo incontrato qualcosa di così misticamente e “artisticamente” cangiante. Ogni minima variazione di composizione del suolo, di esposizione, di ventilazione, di scelte agronomiche ed enologiche, financo di fisime del produttore, creava inevitabilmente qualcosa di nuovo: nel preciso momento in cui ti sembrava di averne afferrato un carattere, subentrava qualcosa di inaspettato che lo smentiva, e per contrappasso lo amplificava, imponendo l’intrigante e inane compito di distillare nella propria sensibilità di degustatore una nuova sintesi, ovvero un centro di gravità non permanente ma sperabilmente sufficiente per collegare delle emozioni travolgenti a un sostrato di logica.

Nella mia inesperienza, l’aspirazione era quella di “spiegare” e classificare i vini che mi si proponevano per meglio tesaurizzarne il ricordo. Mi ci è voluto del bello e del buono (e un numero inquietante di bicchieri) per comprendere come il filo logico così ansiosamente inseguito era per l’appunto l’ineffabile. E il riconoscimento della necessità di porsi umilmente in rapporto con qualsivoglia vino ha ridotto le “classificazioni” a schema necessariamente approssimativo, con le esperienze di assaggio migliori che spesso spiccavano -appunto- per il rifiuto di ridursi a un Bignami predefinito.

Non riesco a quantificare quanto ciò abbia influito sulla mia sensibilità di degustatore. Come detto, mi ha insegnato l’umiltà. Mi ha ribadito il mantra della necessaria e inesausta curiosità. E anche assaggiando altro, e altrove, sono andato ricercando senza troppa fiducia uno schema organizzativo di certe sensazioni: più o meno come tentare di disegnare la mappa di una foresta contemplando la corteccia di un singolo albero.

Ripetute visite in Borgogna, in occasione di eventi di degustazione onnicomprensivi che costringevano a una stancante (ma esaltante!) frenesia, per quanto abbiano faticosamente accresciuto la mia conoscenza, che cercavo di nutrire anche a suon di letture appassionate, mi hanno comunque lasciato un senso di non finito, la sensazione di spalare l’acqua con un forcone, insomma, il desiderio di ribadire le mie apparenti conquiste di erudizione con approcci ai vini “a un ritmo più normale”, magari in occasioni conviviali, potendo ritornare sul bicchiere con una calma che in loco, sfortunatamente, mi è sempre stata negata.

Ed è stato allora che la Borgogna, e il Pinot Noir in particolare, mi hanno respinto. I prezzi, che per un complesso di motivi che non sto qui a discutere (altri hanno provveduto in merito meglio di quanto possa fare io) sono lievitati e che non corrispondendo esattamente alla qualità restituita, mi hanno disamorato.

Non sono un trader di bottiglie di pregio, come alcuni amici della cui ospitalità a volte ho goduto, ben più dotati di abilità commerciale e certo di continuità rispetto al sottoscritto. Gli unici rossi (e non solo) borgognoni approcciabili sono divenuti quelli delle tipologie più semplici o delle denominazioni meno rinomate. Spesso sono gradevoli, ma nell’ambito di una semplicità di frutto e (talvolta) di una levità di corpo pericolosamente apparentabile alla diluizione: nuovamente, non sono adeguate alle cifre non proprio indifferenti comunque richieste, e neppure soddisfano l’aspettativa di qualcosa di più e di diverso che un vino della Côte d’Or porta inevitabilmente con sé (anche in forza della formidabile abilità tutta francese nel promuoversi!).

Va da sé che approfitto di tutte le occasioni in cui un rosso di Borgogna mi venga proposto. E pazientemente continuo a sperare di essere smentito. L’ultima di queste occasioni ha dato il colpo di grazia al mio antico amore.

Nicola Casalini è un imprenditore con la passionaccia per il vino e per il Pinot Nero in particolare, al punto di decidere di piantarlo e produrlo in un comprensorio non esattamente di grande tradizione per questo vitigno, ovvero le Colline Pisane. L’azienda si chiama Casalini Partino, l’etichetta Enrico 1913. Con grande modestia e liberalità, è già il secondo anno, Covid permettendo, che il buon Nicola invita in un ristorante riservato alla bisogna (l’ottima Osteria del Sole a Capannoli) un panel di esperti sommeliers, collezionisti, esponenti della stampa, per una degustazione cieca di numerosa batteria di Pinot Noir delle più diverse provenienze: la matrice borgognona è sempre ovviamente ben nutrita, a fronte di rappresentativi portavoce altoatesini e della new wave dei Pinot Nero dell’Appennino adesso molto di moda. In questo plateau ben assortito, se un appunto poteva muoversi, era la totale assenza dei vini del Nuovo Mondo e dell’Oltrepò Pavese, che alla fin fine del Pinot Nero italiano rimane il grande serbatoio, e che peraltro mostra negli ultimi tempi incoraggianti segni di ripresa.

Non è peraltro mancata dovizia di spunti di discussione: ogni vino è stato commentato dagli intervenuti, quando era il caso con relativo contraddittorio, e la differenziazione della loro estrazione culturale e del loro vissuto personale come degustatori (era tra l’altro presente l’enologo aziendale di Casalini Partino) non ha mancato di ingenerare stimoli di confronto.

La vera sorpresa della serata non è stata il fatto che i Pinot Nero toscani inizino a mostrare un profilo marcatamante identitario, né tanto meno che gli alfieri del Nord dello Stivale, in questa enoica disfida di Barletta, fossero più godibili in termini di immediatezza, e qualcuno giocasse le sue carte nell’opulenza del frutto. Piuttosto, le mitizzate etichette della Côte d’Or mai hanno fatto onore alla loro conclamata fama.

Incertezze olfattive plateali, non più giustificabili con la scelta del biologico o del biodinamico e non emendate da una paziente ossigenazione; tannini baldanzosamente estratti con una certa supponenza, con quel tipo di acerba rigidità che nemmeno il tempo riuscirà a smorzare al 100%; ma peggio di tutto, vini in generale monolitici, statici, incapaci di rilanciarsi al palato tramite, e di proporre una successione di percezioni e sensazioni che conquistasse la sensibilità del degustatore.

Attenzione, non nego che rientrassero nei canoni della generale piacevolezza (esclusi quelli palesemente “reticenti” a livello olfattivo), ma questo indistinto carattere accattivante non è ciò che chi ama il Pinot Noir ricerca in Borgogna: si richiede invece una complessità stimolante a livello emotivo e intellettuale, giocata sul piacere della continua scoperta.

In questo momento scrivo in treno reduce da un evento di degustazione in quel di Milano della Union des Gens de Métier, associazione di vignaioli francesi hors-categorie che condividono la medesima sensibilità verso l’importanza del terroir (un grazie ad Aldo Vajra dell’omonima azienda langarola, e alla sua famiglia, per la possibilità di partecipare). Lì ho avuto occasione di assaggiare dei Borgogna di alto livello, cesellati nella loro fattura, tra cui uno Charmes-Chambertin Grand Cru impeccabile per equilibrio, a dispetto della torrida annata 2020 (anche in Côte d’Or!), dalla succosità lussureggiante, per non parlare della dolcezza di frutto irresistibile. Molto corrispondente al millesimo e all’appellation.

Però mi domando: basta questo (tanto) ben di Dio per una bottiglia che costa centinaia di euro? Ammettiamo pure che sia questione oziosa, poiché a certi livelli l’opera d’arte giustifica il suo prezzo solo in forza dell’emozione che instilla (e della capacità del portafoglio del potenziale acquirente). Allora, piuttosto: ciò che occorre sborsare per altre etichette più semplici, la cui allure nasce dall’hype globalizzato della Borgogna come paradigma della finezza e della territorialità, non potrebbe garantire maggiore soddisfazione orientando altrimenti i propri acquisti, in Oltralpe o anche nel Bel Paese?

Vorrei sottolineare che non cavalco preconcetti negativi: degustando cerco di tenermene lontano, e sono sempre pronto a essere smentito. Nemmeno vorrei dare l’impressione di avere il “braccino corto”: spendo per il vino assai più di quanto ne abbia bisogno, e per il vino spesso rinuncio ad altri vizi, o peggio. Mi sono aggiudicato centinaia di bottiglie per le quali ricerco un’occasione per stapparle, visto che vivo da solo, e per me il vino rappresenta convivialità. Ciò detto ritengo la sproporzione nel rapporto qualità/prezzo della Borgogna mortificante e irridente per i tanti appassionati che fanno sacrifici per concedersi un’etichetta a lungo sognata, salvo poi risvegliarsi bruscamente dal sogno.

Per concludere, nella mia recente esperienza pisana di degustazione alla cieca elevate erano le aspettative, essendo stati i campioni selezionati da persone di provata esperienza borgognotta, e maggiore è stata la delusione nel verificare a bottiglie scoperte che anche un vino di un produttore da me molto amato per la simpatia del suo approccio naif, nonché per la qualità eccelsa di certi suoi prodotti, si fosse distinto come un assaggio fra i più difettati, poco salvabile pur avallando le cambiali più audaci in merito al potenziale evolutivo del vino.

Ormai troppe volte sono rimasto male con la Borgogna, per ritenermi un amante indefesso come lo sono stato in passato. Continuerò a cercarla, a concupirla, a visitarla, ad aspettarla, a sognarla. Ma anche quando mi ricambierà non potrò dimenticare quanto abbia saputo deludermi senza remore.

___§___

P.S.: l’Enrico 1913 di Nicola Casalini si è ben comportato, mostrando evidenti miglioramenti da un’annata all’altra, con un anno in più di età dei vigneti a disposizione. Sono giovani, ma cresceranno. E poi ci sarà sempre un altro Pinot Nero di cui potersi innamorare.

Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

4 COMMENTS

  1. Condivisibile discorso generale ma tra le mille delusioni in Borgogna ci sono ancora pepite da scoprire e di cui godere.
    Sarebbe stato fondamentale capire i rappresentanti francesi degustati quali sono stati. Bisogna saper scegliere, soprattutto in Borgogna 😉

    Puoi scrivere nei commenti i vini di Borgogna presenti alla degustazione?
    grazie

  2. Grazie per l’attenzione dedicata al mio articolo. Condivido peraltro l’osservazione: in Borgogna la scelta del produttore è fondamentale per (tentare di) evitare di avere sorprese. Inoltre, nessuno discute l’esistenza di pepite e tesori nascosti.
    Ma indipendentemente da questo, i prezzi quelli rimangono. E come scritto, continuo a chiedermi se il gioco vale la candela.
    Il tempo di ripescare le note di deg.ne, e posterò i riferimenti delle bt francesi che ci son passate per le mani.
    Saluti

  3. @ Diego Mutarelli: Mai troppo presto, ecco le referenze francesi presenti alla degustazione:
    – Dom. Lechenaut, Morey-St.-Denis 2018, di gran lunga il migliore dei quattro e forse non solo, levigato e compiuto in tutti i suoi elementi
    – Dom. Tupinier-Bautista, Mercurey 1er Cru Clos du Roy 2019, molto elegante al palato, ma tragicamente ridotto, si spera si apra.
    – Dom. Glantenay, Volnay 1er Cru Clos de Chenes 2017, equilibrato ma secco nel tannino e monolitico nel frutto
    – Dom. Rossignol-Trapet, Gevrey Chambertin Vielles Vignes 2019, veramente deludente: incertezze olfattive eccessive e inoltre corto e non profondo.
    Questi erano. Spero di aver colmato la curiosità.

    Riccardo Margheri

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