Raccontare la Storia. Verticale di Chianti Rufina Riserva Villa di Bossi – Marchesi Gondi

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A volte vi sono delle degustazioni che mettono soggezione, magari inconsciamente. Non capita tutti i giorni di ritrovarsi in un palazzo gentilizio in pieno centro di Firenze, con vista mozzafiato sulla cupola di Santa Maria del Fiore e sulla torre di Palazzo Vecchio, tanto vicine che non si allunga la mano per toccarle solo perché occupata a sostenere un bicchiere. E neanche che la degustazione sia condotta da un Master of Wine, l’ottimo Gabriele Gorelli, la cui competenza era stata richiesta per meglio discernere le nuance di vini in parte risalenti al periodo in cui il sottoscritto portava i cosiddetti calzoni corti (in realtà solo per un breve periodo, ero magrissimo e avevo le gambe a stecco, ci credereste?).

Ma più ancora, e più di tutto, non appartiene al quotidiano la partecipazione a un evento in cui ci si confronta con la STORIA. Prima di tutto la storia di una famiglia nobile (ma nobile per davvero) che ha sempre legato la propria sorte alla valorizzazione delle proprietà fondiarie e alla produzione di vino, adattandosi di volta in volta ai mutamenti del gusto, ai cambiamenti climatici e altro ancora.

Eppoi la storia della Rufina, certamente, e di come il Chianti Rufina sia cambiato da una concezione strutturata tout court trasformandosi in un prodotto più profondo e più fine, senza per questo disperdere il carattere materico e la connaturata propensione a una lunga evoluzione.

E infine, in estrema sintesi, la storia del vino italiano, di come con il tempo si sia emendato da un’economia di sussistenza e da una produzione votata all’autoconsumo, si sia lasciato sedurre dalle mode per poi pentirsene, e alla fine abbia trovato la propria strada per la ricerca della qualità, in primis enologica, poi agronomica, poi sostenibile, poi forse -un giorno- biologica o biodinamica, chissà.

Tutti questi spunti sono comunque il corollario: è ormai tradizione, per la famiglia Bossi Gondi, invitare la stampa nella loro residenza fiorentina in pieno periodo di Anteprime toscane, per verificare, o meglio dimostrare, come i loro vini reggano bene alla prova del tempo. Tanto più l’oggetto della degustazione che mi accingo a raccontare, ovvero il Chianti Rufina Riserva Villa di Bossi, ricavato dalle uve provenienti in massima parte dalla vigna Poggio Diamante, nelle ultimissime edizioni peraltro indicata esplicitamente in etichetta. E tutto ciò risalendo addirittura al 1979!

L’assaggio di bottiglie tanto datate esula da una curiosità prettamente archeologica. Le eccezioni confermano la regola, e trasportano magicamente in un mondo dove gli asini volano e tutti si sorridono. E in effetti ci è venuto naturale sorridere, alle prese con una partenza come quella costituita dalla fantasmagorica Riserva ’79. 

Di adamantina integrità, sia in termini di colore che di spettro olfattivo, tutto si sogna men che di abbandonare il frutto (dopo 44 anni!!), e anzi lo guarnisce con ritorni terrosi, ematici, quasi di muffa nobile. Anche il sorso si ripete sulla medesima falsariga: freschezza, grip, allungo sapido, per poi virare solo dopo lunga ossigenazione verso un coté lievemente ossidativo, ma elegante e pure piacevolmente agrumato.

Questa prima fortissima impressione è stata se possibile amplificata da un Chianti Rufina Riserva ’82 abbacinante: ad una maggiore densità cromatica fa da riscontro un naso gradevole ma leggermente più evoluto, con confettura di prugne, grafite, terra, minerale e pepe. Ma è il palato a risultare impressionante, la cui trama tannica può definirsi filigranata, bisognosa di un’ulteriore evoluzione (sic!) cui avrebbe presieduto un’acidità pimpante, il tutto espresso in un contesto di volume e potenza ben controllate.

Sarebbero state sufficienti queste due prime bottiglie a rendere grande la serata. Lo stesso buon Gorelli avrebbe successivamente ammesso che anche entro la sua vasta esperienza è cosa rara confrontarsi con vini quarantenni di cotanta vitalità. Ma altre emozioni ci attendevano. Non ho intenzione di imporvi un resoconto calligrafico di ogni assaggio, contabilità spicciola svilente per il tourbillon di emozioni (e successive riflessioni) che questi splendidi Chianti Rufina hanno saputo suscitare. Mi limiterò a riportare alcune evidenze degne di menzione; se poi si tratterà di quasi tutti i vini, pazienza.

A partire dall’annata ’92, notoriamente sfigata, un millesimo cui nessuno dava due lire nemmeno quando è uscito sul mercato, figuriamoci adesso. E invece, ad un colore commovente per profondità e gioventù, fa seguire un olfatto nobilmente evoluto, pepato e balsamico, con riconoscimenti di cola. Ma davvero impressionante è la bocca, di somma piacevolezza nella trama setosa del tannino, sottile ma ficcante, slanciata e non scevra di frutto.

Tra l’altro, nella mia perfettibile esperienza di referenze così datate, tendenzialmente l’olfatto brilla per conturbante articolazione di riconoscimenti terziari che si completano ed esaltano vicendevolmente, per poi cedere relativamente presto allo stress dell’ossidazione. Qui, al contrario, le varie nuance si sono rincorse per un bel po’, e ci è voluto tanto tempo affinché il frutto cominciasse a contrarsi.

In sintesi, l’insegnamento di questa Riserva ’92 è consistito nel fatto che le vendemmie considerate deficitarie peccano di maturità ma brillano per acidità, e quindi possono sorprendere nel lungo periodo, una volta smussati gli spigoli tipici della gioventù. Al contrario, i millesimi esaltati per maturità e avvolgenza possono incantare in gioventù, ma non è detto che poi reggano alla prova del tempo. La questione, tutt’altro che oziosa, si è riproposta seduta stante con il celebratissimo millesimo ’97.

A suo tempo decantata come l’annata del secolo in Toscana, trattasi in realtà della prima occasione in cui il global warming ha fatto sentire la sua voce, con una stagione calda e regolare, e nemmeno troppo siccitosa, fino al momento della vendemmia. Dopo una serie di millesimi freschi e problematici, i produttori non credevano ai loro occhi e si beavano a ritardare la raccolta, talvolta esagerando. In Rufina questa anticipazione di un futuro tropicale non è giunta sgradita, stante il trend pedoclimatico del territorio, e ha assecondato la tendenza dell’epoca alla produzione di vini materici e potenti, clamorosi nell’estrazione e nell’espressione fruttata, con utilizzo di legni ben tostati che tanto piacevano al mercato USA.

La Riserva in questione è figlia di questa temperie, e ad oggi risulta giovane nel colore (ma questa deve essere una caratteristica intrinseca della vigna), leggermente surmatura nel frutto, fine nel tannino che però si irrigidisce nel finale, con una tattilità appena polverosa. In sintesi, un vino che porta bene i suoi anni ma difetta della profondità dei suoi fratelli più stagionati. Si noti che il trend materico si è accentuato nella Riserva del similare millesimo 2000, apparso asciugato dal rovere, adeguatamente salino ma in difetto di slancio, nonostante l’acidità fosse ancora ben percepibile.

Con queste premesse si poteva essere preoccupati in merito all’esito di un 2003 che, per temperature elevate e siccità, ha costituito l’anticipata epitome di tutte le previsioni più catastrofiste in merito al futuro della viticoltura. E invece tutto sommato è stata una bella sorpresa: un rubino attraente, un frutto maturo ma non cotto, un sorso ancora tonico e sorprendentemente salino (il che non è affatto scontato, con un simile caldo), con le difficoltà incontrate in vigna denunciate invero da un tannino effettivamente scontroso, di cui si potrà opinare circa un suo futuro ingentilimento.

La conferma che alla Rufina si addicono i millesimi soleggiati si è avuta con la Riserva 2007, che riprende il profilo del 2003 ma con maggiore armonia, fatta di discreta acidità, finale in dolcezza, tannino con veniale durezza causata esclusivamente dalla gioventù (sì, per un vino di 16 anni…) e un buon equilibrio complessivo. Intanto la conclamata longevità dei Chianti Rufina Riserva in generale, e di questa etichetta in particolare, iniziava a costringere a valutare i successivi assaggi in fieri, ovvero non in forza di ciò che mostravano al momento, bensì sulla base di cosa ci si sarebbe potuti ragionevolmente attendere in futuro.

Se ne sono apprezzate le variazioni stilistiche e di millesimo sulla base di un uvaggio ormai stabilito, con un 10% di colorino e altrettanto di cabernet sauvignon a partire dal 1997, a far da corollario e a conferire spalla a un sangiovese comunque sempre più focalizzato in termini di maturità fenolica ed espressività aromatica, senza che ciò implicasse di rinunciare a un vivificante tono acido.

In questo contesto, ecco un 2012 maturo nel frutto, ambizioso, con un tannino lievemente sgranato e una acidità presente, ma ciò nonostante apparentemente meno longevo di altri assaggi.

Meglio allora un 2015 esplosivo di fragola matura e ciliegia sotto spirito, al punto da sembrare quasi “piacione” senza diventarlo veramente, poiché non gli viene meno un fondo minerale che al palato nobilita e distende l’espressione del frutto, giovandosi di una tattilità setosa che plana su un’avvolgenza accattivante, la quale anche degustando a più riprese mai, e dicesi mai, si è fatta stancante. Si può discutere sul futuro di un vino già di così grande soddisfazione, ma potrebbe costituire una questione oziosa, tanta la piacevolezza.

L’infanticidio è diventato palese con l’austero ma futuribile 2016, già espressivo all’olfatto su note di confettura di mora e mirtillo, arancia sanguinella, grafite e pepe. “Scuro” nei profumi e largo al palato, ecco poi un 2018 fresco e scattante, certamente da riprovare più in là nel tempo, se non altro per verificare se possa assorbire un legno al momento un po’ invadente; ma trattasi probabilmente di problema di gioventù.

Il 2018, per l’azienda, già da qualche anno nelle sapienti mani enologiche di Fabrizio Moltard, segna anche al ritorno al Sangiovese in purezza con l’adesione al progetto Terrae Electae della sottozona Rufina del Chianti DOCG, la cui associazione dei produttori ha creato “in proprio” una tipologia di etichette da singolo vigneto, rigorosamente da sangiovese in purezza.

Ed ecco che finalmente in etichetta è comparso il nome del cru Poggio Diamante, anche se in tiratura confidenziale. Ed è interessante il confronto tra la Riserva “normale” con il consueto uvaggio, e il nuovo vino “di vigna” in purezza. Quest’ultimo al momento leggermente contratto al naso con legno appena invadente, ma già  interessante al palato, con bella trama tannica, sapidità, allungo, frutto e sapore, e con un equilibrio ben realizzato tanto da far preconizzare un futuro radioso.

Rileggendomi, mi accorgo che alla fine ho pedissequamente citato tutte le annate proposte, ma fortunatamente ho evitato il data base dei profumi sommelier style (con tutto il rispetto…), tentando di evidenziare le particolarità di ogni millesimo nel quadro generale di un’evoluzione dello stile e della consapevolezza delle potenzialità del vigneto da un lato, e dall’altro nel contesto di una traccia facile da seguire legata a una personalità inconfondibile, che è poi il succo che si vorrebbe distillare da una degustazione verticale.

Vini potenti ma profondi, che non difettano di frutto e di allungo, che sanno ingentilirsi col tempo mantenendo la loro croccantezza. Con una coerenza tanto straordinaria quanto deliziosa.

Fa da corolla a questo percorso l’assaggio estemporaneo della versione ’19 nella nuova veste di Terrae Electae, con l’indicazione territoriale di Poggio Diamante. E raramente un futuro radioso verso una nobile evoluzione è parso cosi saldamente radicato in una coerente storicità. Un legame virtuoso ottimizzato dal millesimo 2019, austero come il 2016 e assai simile come sferzata “propulsiva” offerta dalla acidità, ma con un poco più di carne attaccata all’osso.

Con questo vino, dulcis in fundo, la Rufina ha smentito se stessa con coerenza. L’ossimoro è presto spiegato: non solo grandi risultati nelle annate marcate da temperature più alte, ma anche un elegantissimo conseguimento in condizioni più fresche e regolari. Il che consente di ritardare la raccolta in attesa della perfetta maturazione fenolica, senza timori di perdere acidità. Già buonissimo ora, se ne potrà attendere con fiducia la “terza età”.

Alla fine del salmo, se deve emergere un auspicio o un consiglio, ebbene è questo: che bere più frequentemente Chianti Rufina Riserva con qualche anno sulle spalle costituirà uno dei buoni propositi per il futuro che viene.

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Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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