Elisa Semino, la “regina” del Timorasso

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Di lei ti colpisce il sorriso. Spontaneo, contagioso, proprio di chi ama quello che fa e vuole trasmetterlo con entusiamo a chi gli sta di fronte. Questa è stata la prima impressione che ho avuto di Elisa Semino, alias La Colombera, incontrata in una tiepida giornata primaverile a Roma. Un pranzo gustoso e leggero da Rimessa Roscioli, noto indirizzo gourmet della Capitale, tante chiacchere interessanti e, soprattutto, l’assaggio dei vini: le ultime annate, ovvio, ma anche un piccolo viaggio nel tempo, che ha confermato ancora una volta le qualità di bianco a lunga gittata del Timorasso.

Facciamo un passo indietro: Elisa,  enologa e allieva di Attilio Scienza, fa parte dei giovani viticoltori dei Colli Tortonesi, che negli anni ’90 si mettono in testa l’obiettivo pionieristico di recuperare questo vitigno talentuoso e complesso, trascurato in passato per la poca adattabilità climatica e quasi del tutto abbandonato. Un’uva complicata, che ti lascia una finestra temporale brevissima per la raccolta, assai sensibile al marciume per via della sua buccia sottilissima, ma che ha il pregio di tenere bene l’acidità anche in annate molto calde e di sviluppare aromi e sapori unici col passare del tempo.

Assieme a papà Piercarlo e al fratello Lorenzo, crede nelle enormi potenzialità di questa uva dal corredo organolettico sorprendente. Il “vate” di quel territorio è a quell’epoca Walter Massa, che sul finire degli anni Ottanta imbottiglia quasi per caso il Timorasso e si rende conto di avere a che fare con un fuoriclasse. Da allora una serie infinita di sperimentazioni, in cui Massa guida il gruppo, ma La Colombera gioca fin da subito un ruolo importante. Oggi sono circa 250 gli ettari vitati in produzione, con una ottantina di produttori iscritti al consorzio, in quella che è una delle zone vitivinicole più dinamiche d’Italia (al punto che, come candidamente ammette Elisa, si sta cercando di “calmierare” gli ardori dei tanti investitori interessati, perché bisogna comunque preservare la qualità dell’uva).

La prima vendemmia di Timorasso alla Colombera risale al 1997; nel 2000 esce la prima bottiglia con etichetta Derthona e con essa comincia una lunga storia. L’impegno, la dedizione nella cura delle vigne, la filiera impostata nel rispetto del territorio e un meticoloso lavoro in vigna e in cantina, portano questa azienda ad essere una delle più amate e premiate dei Colli Tortonesi, e a diventare un riferimento per il Timorasso di qualità. Di seguito le brevi note di degustazione.

Il Timorasso che Elisa definisce classico si chiama Derthona, un appellativo che lega il vino al territorio da cui proviene attraverso il nome antico della città di Tortona. Un marchio registrato che a breve, finalmente, dovrebbe diventare una sottozona ben identificata. Dopo un approfondito studio ampelografico alla ricerca delle piante madri nelle vigne storiche di Timorasso, Elisa identifica sia le piante sia il luogo su cui puntare per la sua personale selezione. Da uve di ben sette vigne diverse, con terreni che sono un’alternanza di strati di arenaria, marne argillose, macchie calcaree e tufacee, esce fuori un vino dritto e schietto, da sempre lavorato solo in acciaio. Equilibrio ed apertura al dialogo sono le sue qualità principali: gioca tra rimandi di fiori e frutti, e si lascia bere con facilità, senza troppi pensieri.

Il Montino, il più premiato

Dalle uve selezionate di un singolo vigneto nasce nel 2006 il Montino, il vino più premiato dell’azienda. Ottiene riconoscimenti prestigiosi, in tutte le principali guide italiane. Il Montino proviene da un terreno più chiaro, che tende a trasferire una maggiore mineralità in bottiglia, più dritta, più verticale, e anche più complessa con il passare del tempo. Nel giovane 2021, oltre a un proverbiale profilo fruttato, fresco e seducente, già si avverte quel profilo di roccia e pietra focaia molto tipico.

Dal 2018 (in magnum) esce il vero Timorasso, con note dolci che ricordano la macedonia di frutta e gli agrumi canditi, alternate a una sferzante mineralità, e a quell’idrocarburo che lo rende riconoscibile. Eleganza e complessità per un vino che emoziona!

Chiudiamo con il 2013, figlio di un’annata calda che si sente nel bicchiere: qui il sorso è chiaramente più evoluto: sono miele, cera d’api, crema pasticcera, per una bevuta ancora appagante ma meno reattiva e dinamica rispetto alla precedente.

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Franco Santini

Franco Santini (santini@acquabuona.it), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!

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