Cantina Mezzacane. Anfore, etica, passione

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È una domenica mattina d’inizio dicembre quando arrivo a Cantina Mezzacane. Il cielo è terso, quasi blu, l’aria fredda, tagliente. La Cascina Pizzone, che ospita la piccola cantina distribuita su più vani, il moderno agriturismo e le abitazioni private, si trova nella campagna di Rivanazzano Terme (valle Staffora, parte orientale dell’Oltrepò Pavese, vicino al confine piemontese) ed era di proprietà di Vincenzo Mezzacane, ex sindaco del comune e imprenditore edile (l’impresa “Garbarino Sciaccaluga Mezzacane” si è occupata di cantieri importanti: il Palazzo di Giustizia di Milano, il Mausoleo d’Augusto, gli scavi di Largo Argentina, la Stazione Termini e lo Stadio Olimpico di Roma) con un passione per l’agricoltura (allevava bovini di razza varzese).

Dal 2019 l’attività agricola della cascina è rinata grazie all’impegno della famiglia Vistarini: Andrea, l’anima del progetto, classe 1966, vogherese (ma i bisnonni erano proprio di Rivanazzano), perito agrario con un’attività consolidata nel campo delle concessionarie d’auto (vende Citröen dal 1961) e della distribuzione di ricambi a livello nazionale (in società con il fratello e il nipote); la moglie Loretta Rizzotti, architetto e ottima cuoca (è stata concorrente di “Masterchef 8”), che si è occupata dell’intera ristrutturazione (mi mostra l’esedra fatta costruire dal cavaliere Mezzacane, gli edifici dell’Ottocento, la torre degli anni Trenta e mi accompagna a vedere il mosaico di Gino Severini nelle chiesetta; “qui soggiornava spesso anche Guttuso”, mi dice); e la giovane figlia Caterina, classe 1997, titolare della cantina, laureata in sociologia all’Università degli Studi di Milano Bicocca.

Gli ettari vitati, che appartenevano all’azienda Litubium, sono quattro, tutti nel comune di Retorbido, sulla prima fascia collinare d’Oltrepò, e dietro il progetto di Cantina Mezzacane c’è un “deus ex machina”: l’enologo Eugenio Barbieri (ex Podere il Santo). Condivide da subito con i Vistarini l’idea di un vino etico, di un vino con un’impronta artigianale e personale (sulla retro etichetta Eugenio firma le bottiglie con la scritta “Vino autoriale”), ed è proprio lui a proporre la vinificazione in anfora. Detto fatto: Andrea ed Eugenio volano in Georgia per assaggiare, conoscere, capire. “Fino al giorno in cui abbiamo visto arrivare un tir con le nostre sei anfore georgiane” racconta Caterina.

Loretta Rizzotti

Di capacità variabile dai 1350 ai 1980 litri, sono rivestite all’intero con cera d’api (per limitare l’evaporazione e lo scambio con l’esterno) e interrate nella pavimentazione risistemata di una vecchia cisterna. Caterina ne scopre una per mostrarmi una “steccata” di canne di bambù (in luogo delle usuali assi di legno) che blocca il cappello sommerso. Gli altri contenitori utilizzati per la fermentazione e la macerazione sono il cemento e il legno (tonneau usati della cantina Gaja) mentre la vetroresina serve per la decantazione. L’acciaio ha invece una funzione accessoria.

Caterina Vistarini

Nei vigneti viene praticato il sovescio a filari alterni, utilizzando balle di fieno abbandonate, e diamo pochi trattamenti, solo zolfo in vigna. Raccogliamo le uve tardivamente a maturazione ottimale. Niente sughero per l’imbottigliamento ma solo tappo a vite, niente botti grandi, niente lieviti selezionati: usiamo un pied de cuve – tipo lievito madre – a base di moscato anche per i rossi. Nel 2022 abbiamo fatto 23 fermentazioni separate e 16 nel 2023” dice Andrea.

Il Fontanalbina Derthona 2020 proviene dalle vigne di timorasso di Sarezzano, nella zona dei Colli Tortonesi. Ha colore paglierino dorato, sentori caldi, mediterranei, da vendemmia tardiva al naso, accompagnato però da elementi minerali (idrocarburi) altrettanto spiccati, con un palato pieno, maturo, persistente.

Andrea Vistarini

Andrea non lo produrrà più, ma continueranno a farlo due ex soci (quelli di Cantina Mezzacane sono attualmente sette) seguiti dall’enologo Umberto Lucarno: il Colli Tortonesi Timorasso Derthona Disarezzano 2022 Vigneti Fontanalbina presenta un colore paglierino intenso e brillante, un profilo tondeggiante, esotico, pieno, con sentori minerali in allungo.

Il Losco 2021 (timorasso) fa nove mesi di macerazione con cappello sommerso. Offre un colore arancio intenso e definito, profumi di nespola, buccia d’arancia, miele d’acacia, genziana, mirto, ginepro, caramella Rossana, un palato succoso, tonico, guarnito da un tannino preciso e incalzante, con una scia finale tra l’amaricante e lo scoglio di mare.

Il Cimento 2021 (cortese) sconta quattro mesi di macerazione in cemento, ha un colore arancio intenso e profondo, un naso più sfuggente, un palato denso, ricco, mordente nel tannino, con finale di nespola, frutti rossi e sale.

Il Corteggio 2020 (cortese), nove mesi di macerazione in anfora, sfoggia una veste aranciata intensa e profonda, un naso profumato, balsamico, di erbe e piccoli frutti rossi, un palato denso e avvolgente, con note ancora di erbe, una nuance quasi di frutta secca senza tuttavia flettere in agilità e contrasto, un bell’allungo di scorza d’arancio, un tannino radicale ma non eccessivo.

L’Atarkè 2020 (riesling italico prodotto solo in questa annata con sette mesi di macerazione in anfora; nel dialetto locale il nome significa “altro che” ed è un rafforzativo) ha colore arancio intenso, sentori di erbe amaricanti, un sorso succoso, pieno, con sensazioni di erbe e muschio: la macerazione è un amplificatore aromatico e gustativo.

Il Granò 2019, primo “orange” prodotto da Eugenio, è un blend di cortese (l’unico che fa anfora, otto mesi) e altri vitigni che invece conoscono solo il tonneau: pinot grigio (6 mesi), riesling italico (4/6 mesi) e moscato (4 mesi). Colore arancio brillante, olfatto arioso e cangiante dal côté balsamico (menta, elicriso, genziana) con palato denso, ricco, pieno, potente, lungo, alcolico, con finale di erbe.

I bianchi di Cantina Mezzacane sono poco o punto ossidativi quanto invece nitidi, equilibrati, saporiti, gastronomici.

Il Fujà 2021 (in dialetto “fogliata”, cioè zona con più vegetazione) è un taglio di croatina al 60% con la restante parte suddivisa in dieci vitigni, tra cui ciliegiolo, nibiö, barbera, pinot nero, don Antonio e altri. La croatina viene vinificata in anfora, gli altri tra cemento e tonneau. Ha veste porpora, uno spiccato, intenso frutto al naso, una polpa nitida e matura al palato: avvolgente, profonda, dal frutto tardivo, di bella risoluzione tannica. Un rosso di solidità strutturale, dal carattere spiccato e vigoroso, di bel risalto acido, con persistenza ampia e sfumata.

Il 1955 (indica l’anno in cui sono state piantate le vigne), barbera in purezza, trascorre 9 mesi in anfora. Il colore è rubino intenso, il naso ha calore mediterraneo, il palato è insolitamente denso e potente, con il carattere acido del vitigno che si rivela in un finale di tensione e freschezza.

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Fotografie di Britta Nord e Massimo Zanichelli, eccetto la foto di Loretta Rizzotti, gentilmente concessa dall’azienda.

Massimo Zanichelli

Milanese di nascita, apolide per formazione, voleva diventare uno storico dell’arte (si è laureato con una tesi sull’anticlassicismo pittorico rinascimentale), ma il virus del vino contratto più di una ventina d’anni fa tra Piemonte e Toscana lo ha convertito ad un’altra causa, quella del wine writer, del degustatore professionista e del documentarista del vino. Ha firmato la guida I Vini d’Italia dell’Espresso fin dalla sua nascita (2002-2016) e la rubrica sul vino del settimanale l’Espresso per molti anni. Ha curato le pubblicazioni di Go Wine, ha scritto per le riviste «Ex Vinis», «Grand Gourmet» e «Mood», redatto il Nuovo repertorio Veronelli dei vini italiani (2005) e I grandi cru del Soave (2008). Di recente ha pubblicato “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” (Bietti, 2017) e ” Il grande libro dei vini dolci italiani” (Giunti, 2018). Tra i suoi documentari: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Il volto di Milano (2016), Nel nome del Dogliani (2017).

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Milanese di nascita, apolide per formazione, voleva diventare uno storico dell’arte (si è laureato con una tesi sull’anticlassicismo pittorico rinascimentale), ma il virus del vino contratto più di una ventina d’anni fa tra Piemonte e Toscana lo ha convertito ad un’altra causa, quella del wine writer, del degustatore professionista e del documentarista del vino. Ha firmato la guida I Vini d’Italia dell’Espresso fin dalla sua nascita (2002-2016) e la rubrica sul vino del settimanale l’Espresso per molti anni. Ha curato le pubblicazioni di Go Wine, ha scritto per le riviste «Ex Vinis», «Grand Gourmet» e «Mood», redatto il Nuovo repertorio Veronelli dei vini italiani (2005) e I grandi cru del Soave (2008). Di recente ha pubblicato “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” (Bietti, 2017) e ” Il grande libro dei vini dolci italiani” (Giunti, 2018). Tra i suoi documentari: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Il volto di Milano (2016), Nel nome del Dogliani (2017).

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