Ferraris: passato, presente e futuro nelle terre del Ruchè

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Conosco Luca Ferraris ormai da diversi anni. Il primo incontro ricordo che è avvenuto durante uno dei tanti webinar organizzati nel periodo in cui il Covid riempiva le pagine dei quotidiani. La sua azienda vitivinicola è situata a Castagnole Monferrato in provincia di Asti. Ho sempre considerato Luca “l’uomo del Ruchè”, non soltanto perché fino a qualche mese fa ha ricoperto il ruolo di presidente dell’omonima associazione, ma perché a mio avviso è colui che più di tutti ha creduto, sin dal principio, alle potenzialità della cultivar sopracitata.

L’Associazione Produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato Docg è nata nel 2015 anche se ha svolto informalmente specifiche attività di promozione dal 2001. Oggi conta 22 aziende che rappresentano circa il 90% dell’intera denominazione. Quest’ultima si estende su sette comuni dell’astigiano: Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi ed è inclusa nel novero delle denominazioni gestite dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato. L’ottenimento della Doc risale al 1987 e si deve alla volontà dei produttori e al sindaco di Castagnole Monferrato, Lidia Bianco, scomparsa circa due anni fa. Il territorio ha ottenuto la Docg nel 2010 e la sua produzione tocca oggi il milione di bottiglie. –

Il Ruchè di Castagnole Monferrato è un vino che si distingue per le originali note floreali e speziate, che lo rendono inconfondibile, e per la capacità di dare vita a vini profumati e freschi in gioventù o complessi e strutturati nelle versioni invecchiate. Speciale è anche il significato che esso ha per il tessuto sociale locale. Oggi rappresenta l’elemento identitario e l’attività economica più florida della bellissima area vitivinicola in cui ci troviamo – afferma Luca. Il nostro protagonista, neppure ventenne, decide di dedicarsi anima e cuore alla viticoltura. Erano tempi in cui neppure a Torino, dunque a pochi chilometri dal Monferrato, si conosceva il Ruchè. Oggi fortunatamente la situazione è nettamente cambiata. In linea di massima entrando in un qualunque winebar piemontese, da Cuneo al Verbano-Cusio-Ossola, su cinque vini alla mescita proposti almeno uno è quasi sempre un Ruchè di Castagnole Monferrato.
Dopo aver frequentato l’Istituto Agrario, Luca sceglie di sviluppare e in parte recuperare l’azienda storica di famiglia fortemente voluta dalla bisnonna Teresa. Nel 1921 quest’ultima acquistò una casa in Via al Castello, a Castagnole Monferrato, attuale sede del museo del vino Ferraris. Tale acquisto fu reso possibile grazie alla tenacia di suo marito, partito per l’America alla ricerca dell’oro durante la “Golden rush” in California. Appena due anni dopo il nonno di Luca, Martino, compra il classico casot ovvero un casolare rurale, nel mezzo di un appezzamento di 40.000 mq, dove oggi sorge uno dei vigneti più rappresentativi del territorio.

Abile viticoltore, impianta le prime vigne e inizia a vinificare e commercializzare il vino sfuso. A quei tempi era la prassi. Le bottiglie etichettate erano presenti quasi esclusivamente presso i ristoranti più quotati o sulle tavole delle famiglie facoltose e nobiliari. Il lavoro nei campi è duro, richiede sacrifici e il figlio di Martino, Luigi, mantiene la tradizione familiare pur senza farne una professione. Era l’epoca in cui lo sviluppo industriale garantiva uno stipendio sicuro lontano dai mille capricci della natura. Sceglie dunque di trasferirsi a Torino e lavorare in città, garantendo così ai figli un futuro più agiato. Il colmo ha voluto che al contrario suo figlio Luca, il nostro protagonista, dalla terra è invece sempre rimasto attratto. Una passione viscerale che ancor oggi trasmette al proprio interlocutore. Avverto questa sensazione ogni qual volta mi capita di scambiare due chiacchiere in sua compagnia. Dopo il diploma all’Istituto Agrario decide per l’appunto di dedicarsi completamente all’azienda.

Correva l’anno 2000 e sebbene il Monferrato abbia nella barbera e nel moscato i due principali cavalli di razza, a livello commerciale s’intende, Luca sceglie di dedicarsi da subito al Ruchè. Un vitigno affascinante e misterioso, facente parte della tradizione vitivinicola monferrina e tornato alla ribalta attorno agli anni Settanta. Tutto si deve a Don Giacomo Cauda, stimato sacerdote di Castagnole Monferrato che da queste uve produceva il celebre “Vino del Parroco”. Non tutto è rosa e fiori. Luca comprende subito che il ruchè non è un vitigno facile: tendenzialmente vigoroso, richiede molte ore di lavoro in vigna, sfogliature ragionate, diversi diradamenti e un monitoraggio continuo nella stagione vegetativa. Il nostro protagonista non si arrende, la tenacia e la caparbietà rappresentano due tra gli aspetti più importanti del suo carattere.

È tra i primi a sperimentare una viticoltura ragionata e di precisione, atta perlopiù a produrre un Ruchè di Castagnole Monferrato in grado di competere ad armi pari con tutti i più grandi vini rossi piemontesi. Senza peraltro modificarne l’essenza, l’inconfondibile DNA che lo caratterizza a livello organolettico; lo vedremo in seguito mediante gli assaggi effettuati. Luca si impegna in vigna e in cantina, ma anche nella commercializzazione del Ruchè diventando presto un grande motivatore tanto per i suoi, quanto per i colleghi che affrontano la stessa sfida. Gira l’Italia e l’estero portando sempre con sé le bottiglie giuste da far assaggiare.

L’azienda cresce in fretta e dalle 10.000 bottiglie dell’annata 2001 si passa nel giro di tre anni a produrne 60.000. Oggi Ferraris possiede 34 ettari di vigneti di proprietà. La svolta commerciale avviene con l’avvio dell’esportazione verso gli Stati Uniti, l’attuale mercato di riferimento, tramite un noto importatore californiano. Con il passare degli anni sempre più Paesi hanno aperto le porte alle etichette Ferraris, ben 35 in tutto il mondo. Luca non si ferma mai, anche questo aspetto fa parte del suo carattere. Il 2016, oltre ad aver dato vita a vini molto interessanti, segna un passo fondamentale per Ferraris. Alludo all’acquisto della Vigna del Parroco (vedi foto a fianco) appartenuta a Don Cauda, unico cru del Ruchè di Castagnole Monferrato Docg riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura . Un vigneto molto speciale, caratterizzato da vecchi ceppi che conservano gran parte del patrimonio genetico del varietale sopracitato. Nel 2020 viene acquistata un’altra vigna di 6 ettari, Ca’ Mongròss, dove il Barbera è in grado di dare ottimi risultati.

Successivamente l’acquisizione di Tenuta Santa Chiara a Monastero Bormida, in provincia di Asti, un fazzoletto di terra vocato dove produrre l’Alta Langa. Più avanti avrò modo di recensire la prima etichetta prodotta da Ferraris immessa nel mercato lo scorso autunno. Il Castelletto di Montemagno completa il progetto mediante altri sei ettari di vigneto da cui l’azienda ricava la prima etichetta di Ruchè di Castagnole Monferrato Riserva, appositamente voluta da Luca per mostrare le potenzialità della denominazione.

Il ruchè è una varietà semi aromatica, a base terpenica, che discende da un incrocio tra la croatina e la malvasia aromatica di Parma. Da quest’ultima, ormai estinta, ha ereditato l’aroma e l’assenza di tomentosità della foglia. Il grappolo a maturità è medio grande o grande, cilindrico e con ali. L’acino è piccolo e di colore nero blu con buccia pruinosa e sapore leggermente aromatico; esprime al meglio gli aromi durante la vinificazione. L’uva è ricca di polifenoli, in particolare tannini, e a maturazione presenta un notevole accumulo di zuccheri. Risulta impossibile parlare di Ruchè senza approfondire il territorio.

Il paesaggio è ricco di biodiversità e passeggiando tra i filari, volgendo lo sguardo verso l’orizzonte, è possibile ammirare l’alternarsi dei vigneti, frutteti, noccioleti e boschi. Le colline si estendono tra il fiume Po ed il fiume Tanaro. I suoli, originatisi durante il Miocene, sono marnosi e in alcune zone si fanno argillosi e sabbiosi, altresì ricchi di fossili: segno dell’ancestrale presenza del mare. In realtà sono terreni poveri, ideali per la coltivazione del ruchè, cultivar vigorosa. Tra le caratteristiche fondamentali vi è la presenza di tufo, visibile tra l’altro all’interno del museo Ferraris ottenuto in un infernot. Sto parlando di un piccolo locale scavato nella roccia per la creazione, in un tempo passato, di naturali cantine domestiche. Il clima da queste parti è influenzato sia dalle Alpi che dal mare, e una sorta di semicerchio di montagne mette al riparo dalle perturbazioni e dal freddo gelido che proviene da nord ed ovest. La piovosità annuale è limitata a circa 600-700 millimetri di pioggia. Gli inverni sono relativamente miti rispetto alla latitudine con minime di pochi gradi sottozero. Le precipitazioni nevose sono modeste.

Veniamo dunque agli assaggi effettuati.

Alta Langa Brut Tenuta Santa Chiara

Da uve chardonnay e pinot nero. Affina trenta mesi sui lieviti. Davanti ai miei occhi ritrovo un calice luminoso, algido nella sua tonalità paglierino che ammicca al dorato antico. Perlage particolarmente minuto e continuo anche a diversi minuti dalla mescita. Lento il suo respiro, tra suggestioni di calcaree e la purezza del frutto che sa di ribes, pesca noce, scorza di cedro e una lieve sensazione fumé e di nocciola tostata. In chiusura un richiamo ai piccoli fiori di montagna e allo smalto. In bocca è un vino succoso, la bollicina risulta ancora piuttosto croccante – lo si deve alla recente sboccatura (10-’23) – stuzzica i recettori del gusto regalando un finale ammandorlato e ricco di sapidità. Quest’ultima richiama fortemente il territorio.

Ruchè di Castagnole Monferrato Clàsic 2022

Affina 9 mesi in botti grande di rovere e un altro trimestre in bottiglia prima della vendita. Rubino intenso, luminoso, tonalità calda e profonda. Lo avvicino al naso e vengo rapito dalla parte aromatica che rimanda in parte ai petali di rosa, e in parte al geranio selvatico. Con lenta ossigenazione spezie dolci tra cui pepe rosa, chiodo di garofano e noce moscata, ma anche confettura di ciliegia e liquirizia. In chiusura suggestioni balsamiche di eucalipto e rintocchi di grafite. Il sorso è incalzante, slanciato e succoso, richiama l’acidità del frutto ed è caratterizzato altresì da una rotondità tipica derivata dal vitigno. Tannino coeso, dolce, lunga scia sapida in chiusura. Si beve che è un piacere e in totale assenza di alcol percepito.

Ruché di Castagnole Monferrato Vigna del Parroco 2022

Il 20% della massa affina in tonneaux per 9 mesi, una volta imbottigliato riposa un altro mezzo anno in cantina. Rubino squillante, tonalità intensa ed estratto notevole. Del Vigna del Parroco 2022, al naso, apprezzo particolarmente l’espressività floreale: rosa e viola intervallate qua e là da grafite e noce moscata. Il frutto è “croccante” e richiama la ciliegia matura, il ribes rosso su uno sfondo elegante dai rintocchi balsamici che fanno pensare al mentolo. Un quadro olfattivo in continua evoluzione e soprattutto non banalizzato da un’esasperata intensità olfattiva. Il palato è sulla stessa linea d’onda: la rotondità in principio la fa da padrona pur tuttavia intervallata qua e là da lampi di acidità incalzante e un centro bocco di grande spessore. Sfuma lentamente portando con sé gran parte dei descrittori olfattivi. Un grande vino insomma.

Ruché di Castagnole Monferrato Riserva Opera Prima 2020

Affina tre anni in tonneaux di rovere francese da 500 litri, più altri dodici mesi in bottiglia prima della vendita. Granato-rubino caldo e di grande consistenza. Al naso è piuttosto palese l’impronta fruttata e non solo. Nell’ordine: susina nera matura, cioccolatino ripieno di liquore e incursioni floreali di garofano selvatico, rosa rossa e spezie orientali. In chiusura un netto richiamo al terriccio bagnato e alla grafite. Grande complessità insomma e un naso in divenire. Anche il palato mostra tanta gioventù, nonostante ciò è lodevole l’andirivieni di sensazioni acide e sapide. Quest’ultime inserite all’interno di un corpo di tutto rispetto, sostenuto in parte da una sensazione pseudocalorica mai sopra le righe. La lunga persistenza anche in questo caso è l’arma vincente del vino.

Le foto delle bottiglie sono di Danila Atzeni; le altre sono dell’Azienda

Andrea Li Calzi

Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in Cantina, e serate dedicate all’enogastronomia, frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla usa compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in Cantina, e serate dedicate all’enogastronomia, frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla usa compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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