Nuove riflessioni sul cibo in due “Quanti” Einaudi

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Sarà per effetto della crisi globale dell’editoria, o per un fisiologico calo di interesse che subiscono tutti i fenomeni culturali, ma ci pare che anche quello per il cibo e per la gastronomia sia alquanto scemato, virando verso direzioni glamour (i ristoranti, le stelle Michelin, gli chef) o naturalistiche (la campagna, la produzione della materia prima), o dietetiche (mangiare sano badando alla propria salute). Fa piacere quindi imbattersi in due pubblicazioni che, anche se nella sola forma digitale propria dei “Quanti” della casa editrice Einaudi, portano avanti temi, spunti e riflessioni su cosa è successo in questi anni riguardo ai modi di pensare e di vivere quello che mangiamo.

La prima è La notte in cui tutto divenne gourmet di Sara Porro, brillante food writer che iniziò scrivendo su Dissapore, un blog ai tempi interessante anche se con una certa tendenza al birignao. Il sottotitolo ha un retrogusto polemico: Come una parola si è svuotata di senso, mentre ci svuotava le tasche. Effettivamente c’è stato un periodo in cui si diceva spesso che mentre molti avevano previsto che con la modernità avremmo mangiato cibo in pillole, ci siamo ritrovati ad assegnare (giustamente) la gastronomia il rango di cultura di serie A, in quanto riassunto mirabile di osservazione della natura e di recupero di saperi e tradizioni che poi, trasferito nel piatto, contiene cura e affetto per l’altro e gioia per i sensi. Una forma di cultura capace di emozionare fino alle lacrime, come racconta l’autrice che si commosse ascoltando il racconto di un piatto a base di anguilla di un (come sempre) ispirato Massimo Bottura, super-chef dell’Osteria Francescana di Modena. E poi, cosa è successo?

Qui sta soprattutto il merito del libro che scandisce con ritmo implacabile le fasi della gourmettizzazione: l’hamburger gourmet, la pizza gourmet, l’uovo gourmet, il burro gourmet, il caffè gourmet (vietato servirlo macchiato!)… Purtroppo il problema grande è che i costi di produzione del cibo buono (gourmet o no) sono alti, ed sempre più alto il rischio di fallimento a causa di clima, parassiti aggressivi, eccetera. Insomma, sembra facile far crescere nella terra una carota buona ma non lo è affatto, e i meccanismi infernali dell’economia e/o le distorsioni dello sviluppo la rendono accessibile solo a pochi. Ed è un vero peccato visto che, come conclude giustamente l’autrice, “il cibo resta l’occasione piú frequente e più a portata di mano di felicità quotidiana di cui disponiamo”.

Poche righe fa abbiamo scritto “meccanismi infernali dell’economia” ma stavamo per scrivere “del capitalismo”: mal ce ne incolga, però alla fine ci torna bene perché nel secondo testo, La merce che ci mangia di Wolf Bukowski, sottotitolo “Il cibo, il capitalismo, e la doppia natura delle cose” si va giù duri sul tema già dalle iniziali citazioni marxiane: il cibo è (ridotto a) merce, non tanto perché viene scambiato in cambio di denaro, ma perché lo si tende a far circolare e passare di mano più volte possibile in modo da amplificare il suo valore economico che è dunque del tutto indipendente dalla qualità ma da quanto è stato scambiato con vendite-acquisti. Il cibo che non è merce è dunque quello autoprodotto negli orti o che viene venduto direttamente senza intermediazioni.

E poi, sotto i nostri poveri occhi di lettori ormai assuefatti ad una realtà fatta di assurdità e di ingiustizie, scorrono implacabili le distorsioni collegate al consumo moderno del cibo: dalle monocolture imposte dalle creme al cioccolato con le nocciole prelevate in tutto il mondo, alla digitalizzazione del cibo con le piattaforme e annessa schiavitù di chi consegna le pizze calde a domicilio. Riflessioni e spunti, magari rapsodici, ma che possono contribuire a risvegliare un senso critico che è sempre più flebile nella nostra società.

Sara Porro, La notte in cui tutto divenne gourmet , Quanti Einaudi 37
Wolf Bukowski, La merce che ci mangia, Quanti Einaudi 36

Riccardo Farchioni

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