Luca Leggero, a Villareggia il tesoro nascosto del Canavese

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Leggendo il titolo di questo articolo si potrebbe pensare al cosiddetto “clickbite” buttato un po’ lì per attirare i lettori. Nulla di più lontano dalla realtà: in primis, perché ripudiamo da sempre questa tipologia di giornalismo, inoltre, dopo aver passato una giornata in compagnia di Luca Leggero – titolare della cantina omonima – posso tranquillamente affermare che tra i comuni più vocati del Canavese vitivinicolo vi è senza ombra di dubbio Villareggia.

Il suddetto borgo, poco più di mille abitanti, è situato al confine orientale della provincia di Torino sulla sinistra della Dora Baltea. A nord dell’abitato è facile scorgere la collina di Moncrivello, appena 3-4 km di distanza, già parte integrante della provincia di Vercelli. Il Canavese, in dialetto “Canavèis”, risale al Quaternario e deve la sua conformazione al ghiacciaio Balteo disceso dalla Valle d’Aosta; attraverso svariate glaciazioni quest’ultimo ha dato origine all’Anfiteatro Morenico di Ivrea, inoltre ha trascinato con sé di tutto e di più: foreste, limo, rocce e detriti – verso la piana eporediese – creando ai bordi un’imponente “barriera” collinare, la cosiddetta Serra Morenica d’Ivrea. Il nome Villareggia sta ad indicare “villa del re o villa regia”, dunque è chiaro che il dominio è sempre stato torinese nonostante la provincia di Vercelli, in passato, abbia tentato più volte di prenderne il dominio.

Luca racconta che i Savoia erano soliti venire a passeggiare tra queste colline moreniche alla ricerca di aria buona, cibi gustosi e ottimi vini. Con il trascorrere dei secoli il lento declino, avvenuto alla stregua del vicino Alto Piemonte, a causa alla rivoluzione industriale. Il bosco pian piano si è ripreso gran parte degli ettari vitati, pur tuttavia negli ultimi anni molti giovani – spinti dalla passione per la viticoltura e desiderosi di mostrare il potenziale di un Piemonte forse meno noto ma altrettanto vocato – hanno ricominciato a piantare vigneti o a recuperare filari appartenuti ai propri nonni.

Luca Leggero, classe 1990, è nato e vissuto a Villareggia e in vigna non ha mai contato le ore trascorse o le tante camicie sudate. Appena quindicenne inizia a far pratica con il nonno. Ancor oggi mi parla della vigna “Notu” (nell’immagine a fianco) con un velo di commozione, diverrà senza ombra di dubbio uno dei cru più importanti della sua azienda con piante ultracentenarie. Volgendo lo sguardo a destra troviamo la Chiesa di San Martino dove ha reimpiantato alcuni vigneti che presto daranno i propri frutti.

Per capire l’importanza strategica di un territorio complesso come quello canavesano, e nella fattispecie quello di Villareggia, basti pensare che circa 4.500.000 di anni fa da queste parti c’era il mare. Durante alcuni scavi effettuati a tre metri di profondità, Luca ha trovato sabbia marina ad appena 90 centimetri dalla parte affiorante del suolo. Oltre alla particolare caratteristica di questi terreni, la stessa che dona al vino spiccate doti di finezza, troviamo anche un terroir d’origine morenica con forte presenza di scheletro. Sapidità e longevità dunque sono pressoché assicurate, occorre semmai trovare una mano volenterosa e sensibile in grado di tradurre fedelmente le peculiarità del territorio attraverso un calice di buon Erbaluce o Nebbiolo. Il nostro protagonista ha fatto molto di più.

Oltre ad aver giustamente dedicato tutto sé stesso alla prima delle due cultivar citate, da sempre l’uva autoctona a bacca bianca per antonomasia del Canavese, ha studiato a fondo il potenziale del nebbiolo, ovvero il re dei vitigni piemontesi. L’ha fatto mediante una tra le sue accezioni più interessanti denominata picotendro. Il suddetto clone, impiegato perlopiù al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta in vini quali Carema, Donnas o Arnad-Montjovet, è in grado – ad altissimi livelli s’intende – di restituire vini rossi appassionanti dove l’austerità diviene il minimo comune denominatore. All’intero delle zone sopracitate il picotendro è abituato a crescere su terreni estremamente duri, compatti e rocciosi; talvolta la vite spacca la pietra per trovare nutrimento. A Villareggia Luca ha capito che l’elevata presenza di sabbia (circa il 65%), unita ai frammenti di roccia trasportati dalle glaciazioni, risulta in grado di donare al vino sfaccettature del tutto particolari. La matrice fortemente minerale ha dato origine ad un terreno con una bassa capacità di ritenzione idrica che costringe le radici delle viti a penetrare in profondità alla ricerca di acqua e nutrienti.

Lo sforzo compiuto genera il più delle volte la nascita di uve in grado di donare al vino complessità aromatica, freschezza e soprattutto profondità gustativa. Queste tre caratteristiche le ho ritrovate in tutti i vini della gamma Luca Leggero: tanto nelle “etichette d’ingresso” quanto nei vini più ambiziosi, in quelli derivanti dalle vigne ben esposte (a 250-300 metri sul livello del mare) o da appezzamenti lievemente più “in pianura” adiacenti alla nuova cantina. Quest’ultima si integra alla perfezione con l’ambiente circostante. Un’opera architettonica che non passa inosservata e conserva il suo proprio valore, dotata altresì di un impianto fotovoltaico che copre il fabbisogno energetico della quasi totalità di un lungo anno lavorativo. L’azienda oggi produce 35.000 bottiglie e possiede un parco vigneti di circa otto ettari, cinque dei quali allevati a nebbiolo, e mezzo ettaro di dolcetto a Murazzano (CN) in Alta Langa, tra i comuni più elevati del comprensorio (700 m s.l.m).

Verrebbe da chiedersi: “Cosa centra il dolcetto?”. La risposta è molto semplice. Nel 2011 Luca inizia a collaborare ad un progetto sociale dedicato al suddetto territorio, oggi in voga più che mai non soltanto per il celebre spumante metodo classico. Basti pensare che grandi firme del vino piemontese stanno iniziando a piantare nebbiolo per via dell’altitudine e dell’aumento delle temperature. La sua storia inizia pressappoco così: nel 2014 pianta le sue prima vigne a Murazzano, nel 2015 a Villareggia. La prima etichetta ufficiale è del 2019, trattasi di Nebbiolo, mentre per l’Erbaluce occorrerà attendere fino al 2020. Nel 2021, l’anno della svolta, mediante quello che considero il valore aggiunto della sua filosofia. Alludo alla selezione clonale, alle micro-vinificazioni e allo studio oculato di ogni singola parcella dell’intero corpo vigneti.

Luca confessa che la profondità dei suoi vini, ovvero ciò che contraddistingue tanto l’erbaluce quanto il nebbiolo, è frutto di ore e ore passate in vigna, e in cantina, a compiere esperimenti. E’ anche frutto di vacanze saltate, o week end fuori porta mai progettati, al fine di produrre il miglior vino del territorio. Una sorta di rivalsa per sé stesso e per un luogo storicamente vocato, quello di Villareggia, popolato da persone caparbie, le stesse che hanno sempre combattuto per i propri ideali sin dai tempi del dominio dei Savoia, e ancora prima durante le tante guerre attraversate. Le parole del nostro protagonista fanno riflettere, il suo spirito d’appartenenza, l’enfasi che mostra durante i suoi racconti è linfa vitale per la viticoltura piemontese. Oro colato insomma.

La scelta riferita al regime d’agricoltura biologica certificata, tale interamente sui rossi – sui bianchi non ancora – non si limita soltanto al prodotto finito ma a uno stile di vita e a un processo ben articolato che prevede cinque fasi. La prima è la salvaguardia e il recupero dei terreni sfruttati, ed impoveriti, tramite concimazioni esclusivamente organiche; l’utilizzo di microrganismi in grado di riattivare il suolo e semina interfila di varietà vegetali in grado di apportare naturalmente azoto e fertilità. La seconda corrisponde al taglio dell’erba, controllato e specifico, per ogni momento dell’anno in modo da limitare il proliferare di patogeni e di gestire l’apporto idrico in base alle precipitazioni atmosferiche. La terza fase riguarda i trattamenti fitosanitari applicati, gli stessi che puntano all’eliminazione dell’utilizzo del rame in favore di sostanze naturali o microorganismi adatti alla lotta biologica dei parassiti. La penultima è possibile riassumerla mediante vinificazioni più attente, e naturali, volte ad esaltare le peculiari caratteristiche del territorio e dei suoli. Quinta ed ultima, non in termini d’importanza, l’eliminazione di conservanti ed additivi durante la produzione del vino in cantina.

Luca oltre ad essere un vignaiolo appassionato, l’ha dimostrato ampiamente, è un attento degustatore; ama assaggiare vini provenienti da ogni parte del mondo. La sua visione d’insieme ha permesso a sé stesso di non fissare alcun limite e al contempo di non sentirsi mai arrivato. Approfondire etichette provenienti da stimati cru borgognoni o appellation bordolesi, per non parlare delle MGA langarole… stimola la curiosità, fomenta la voglia di fare bene e il sogno di produrre il vino migliore al mondo. Questo aspetto talvolta manca. Alludo ai tantissimi produttori piemontesi, e non solo, che conoscono pochi prodotti a livello internazionale; gli stessi che di conseguenza hanno poca percezione del loro vero potenziale. Il più delle volte producono vini emozionanti, in grado di competere ad armi pari con grandi firme del vino mondiale, e nemmeno lo sanno.

In cantina lo spazio non manca, la nuova struttura (840 metri quadrati) a basso impatto ambientale consente di organizzare il lavoro al meglio e ottimizzare gli spazi. Per Luca rappresenta la realizzazione di un sogno avvenuto mediante sacrifici, assunzione di responsabilità e ovviamente anche rischi d’impresa che il nostro protagonista è pronto a correre. Poter giocare con le micro-vinificazioni, selezionare le migliori uve e carpirne il potenziale una consuetudine a cui mai potrebbe rinunciare. Vengono utilizzate vasche a temperatura controllata e quantità minime di anidride solforosa nel processo di vinificazione.

Luca utilizza inoltre tini troncoconici in legno per le migliori masse di uve nebbiolo. Questa particolare forma favorisce la circolazione naturale del mosto ed aumenta l’area di contatto tra quest’ultimo e i residui solidi dell’uva, consentendo una migliore estrazione delle componenti aromatiche e aumentando di fatto anche la complessità del vino. Il processo di affinamento avviene mediante l’uso di anfore e botti grandi in rovere. – L’utilizzo delle anfore, o giare in terracotta, è un omaggio alle antiche tradizioni vinicole ma non solo – racconta Luca – questo approccio, utilizzato sia sui bianchi che sui rossi, permette al vino di respirare e maturare gradualmente, dando vita ad un prodotto più complesso e ricco di sfumature senza però andare ad alterare gli aromi tipici delle uve. Le anfore inoltre offrono un ambiente stabile, e a temperatura costante, che aiuta a preservare tutte le qualità del vino nel tempo.

Come di consueto, arrivati a questo punto, non posso che ringraziare il nostro protagonista per l’accoglienza e per i tanti aneddoti raccontati. Ho riscoperto un piccolo angolo del territorio canavesano che seguirò anche negli anni a venire con grande interesse, anche perché la qualità dei vini degustati è andata ben oltre le mie aspettative. Non faccio nessuna fatica ad ammetterlo.

Erbaluce di Caluso Turciaura 2022

Erbaluce in purezza, sette mesi di affinamento in anfore da 7,5 hl e 16 hl, 60 giorni in bottiglia. Paglierino-oro antico, tonalità solare e buon estratto. Al naso miele millefiori, un bel frutto esotico opportunamente maturo, tanto calcare – sfumatura che proviene dalla selezione clonale – e maggiorana; da segnalare la pulizia degli aromi. In bocca mostra volume senza in alcun modo prevaricare, tanta freschezza e una scia sapida lunga e convincente. Alla faccia del “vino d’ingresso”.

Erbaluce di Caluso Rend Nen 2022

Erbaluce 100%, sette mesi di affinamento in anfore da 7,5 hl e 16 hl, altrettanti in bottiglia prima della vendita. Paglierino chiaro, luminoso, si muove lentamente all’interno del calice. Respiro intenso di frutta a polpa bianca/gialla: melone d’inverno, susina e scorza di cedro; con lenta ossigenazione toni salmastri, erbe aromatiche della bella costa ligure, mandorla tostata e calcare. Ciò che apprezzo di questo Erbaluce è la capacità che ha d’incollarsi letteralmente al palato (oltre un minuto) pur conservando un garbo, una sobrietà a tratti surreale. Grande pulizia in chiusura e totale assenza d’alcol percepito, merce rara di questi tempi soprattutto in un vino bianco. Bravo Luca.

Erbaluce di Caluso Rend Nen 2021

Andiamo indietro di un anno, l’ulteriore affinamento mostra un quadro olfattivo orientato più sul comparto minerale, lo stesso che affiora piano piano coadiuvato da una sfilza di agrumi, pan di spezie, miele di eucalipto e fiori bianchi lievemente appassiti. Grande complessità insomma. Ritrovo in bocca un vino ancor più espressivo, potente, senza mai – e dico mai – perdere in bevibilità, nerbo acido e progressione gustativa. Tanto sale in chiusura suggella l’insieme.

Langhe Dolcetto Retro 2022

Dolcetto in purezza, affina sette mesi in acciaio e 60 giorni in bottiglia prima della messa in vendita. Rubino-porpora, tonalità vivace e media trasparenza. Saranno le vigne situate ad oltre 700 metri sul livello del mare, o l’estrema passione di Luca per quest’uva, ma erano anni che non sentivo questa pulizia e freschezza di profumi in un Dolcetto. Nell’ordine: fragolina di bosco, muschio bianco, ribes e un corredo floreale di tutto rispetto; la spezia affiora dopo qualche istante ed è sottile, continua. La freschezza in questo caso va in tandem con un tannino dolce, serico e una sapidità che impegna senza strafare. Buonissimo.

Cavese Nebbiolo La Vila 2022

Nebbiolo vinificato in purezza, affina sette mesi in anfora da 16 hl e 7,5 hl, successivamente 90 giorni in botti di rovere da 25 hl e 50 hl, più altri 2 mesi in bottiglia. Il picotendro non lascia spazio a fraintendimenti: o lo ami o la ami. Scherzi a parte, avendo studiato a fondo il territorio, son contento che finalmente il nebbiolo stia mostrando il proprio volto anche in terra canavesana. Ed è un volto che lascia una firma di grande fascino, eleganza. Un “mix” tra Chambolle-Musigny, Carema e il Grumello della Valtellina per intenderci. Veniamo al vino, che si presenta in veste granato di grande trasparenza e riflessi violacei chiari; buon estratto. Al naso lampone, fragolina di bosco, una traccia ematica e ferruginosa, violetta e incenso; erbe officinali e grafite in chiusura. Sorso snello, agile, ricco di estratto e senza inutili muscoli o sovrastrutture. Un vino lunghissimo e ricco di sale, soprattutto si beve che è un piacere.

Cavese Nebbiolo La Vila 2021

L’annata 2021 offre un frutto leggermente più maturo e un corredo speziato in bella mostra. La parte floreale arriva poco dopo, così come i rimandi legati al terreno e a una curiosa nota di cereali tostati. Maggior equilibrio al palato pur tuttavia manca quella spinta verticale che nel precedente vino mi ha fatto innamorare. Bella progressione finale e una chiusura pulitissima tanto per cambiare. Un buon vino che richiama a gran voce l’abbinamento gastronomico.

Cavese Nebbiolo Maura Nen 2021

Arriviamo all’etichetta di punta della gamma di vini Luca Leggero, il Maura Nen, ovvero la massima espressione del picotendro (nebbiolo) allevato tra le colline di Villareggia. Resa pari a 50 q/ha, affina sette mesi in anfora da 7,5 hl e 90 giorni in botti di rovere da 25 hl e 50 hl, più un anno in bottiglia. Granato, unghia mattone, consistenza e vivacità di colore. Il frutto è ben definito, integro, lineare: susina, ribes, violetta, eucalipto su uno sfondo che sa di arancia rossa sanguinella, tabacco e grafite. La sapidità in questo caso sbaraglia la concorrenza, ben bilanciata da una ventata di freschezza e da un tannino stimolante; è un vino lunghissimo e soprattutto ricco di rimandi legati al territorio. Intravedo grandi potenzialità nei confronti dell’affinamento. Lo riassaggerò senza dubbio tra qualche anno.

Le foto sono di Danila Atzeni

 

Andrea Li Calzi

Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in Cantina, e serate dedicate all’enogastronomia, frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla usa compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in Cantina, e serate dedicate all’enogastronomia, frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla usa compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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