Storia del Vino Nobile di Montepulciano: capitolo trentamila

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A Montepulciano l’eccitazione si tocca con mano. Il prossimo (nel 2025) debutto della nuova tipologia “Pievi” era l’argomento principale dell’Anteprima del Vino Nobile, svoltasi negli storici e suggestivi ambienti della Fortezza di Montepulciano. Stavolta non solo il consueto assaggio delle nuove annate presentate (per lo più 2022 per la versione annata, un mix più variegato di millesimi per selezioni e Riserva): con risultanze, peraltro, assai più fauste della scorsa edizione, con vini in generale succosi e dotati sia di piacevole maturità, sia di bella nervosità acida che con la salivazione compensava le estrazioni di tannino troppo “entusiaste” per la qualità della materia prima (in numero comunque ridotto).

Ma tutte le masterclass organizzate dal Consorzio in un programma serratissimo erano in qualche modo collegate al prossimo avvento delle Pievi, mutatis mutandis delle indicazioni aggiuntive simili alle U.G.A. (con i puntini) del Chianti Classico, corrispondenti alle estensioni degli antichi “pivieri” parrocchiali. La degustazione di annate storiche, a suggello e celebrazione del trentesimo anniversario della manifestazione, rammentava le antiche radici del Vino Nobile, risalenti a ben prima della celebre citazione di Francesco Redi ne Il Bacco in Toscana (“Montepulciano d’ogni vino è re”!). Inoltre ne sanciva senza incertezze la capacità di evoluzione, nonché la legittima aspirazione a venire riconosciuto su un piano di eccellenza superiore all’attuale, proprio in forza della longevità.

La successiva ricognizione dello stato dell’arte della denominazione, a mezzo esaustiva escussione delle annate nuove, stabiliva che il livello qualitativo generalizzato è più che sufficiente a fungere da rampa di lancio, per la imminente (un anno passa presto) messa in commercio delle Pievi.

Già, le Pievi. Sono state trattate, in analogia, con l’assaggio di numerosi campioni (suddivisi in due batterie, commentate da due diversi relatori), i quali non si limitavano ad illustrare le caratteristiche pedologiche, con conseguente impostazione organolettica, delle varie indicazioni aggiuntive. Bensì davano conto degli sforzi in divenire dei produttori, tesi ad esaltare quelle rispettive peculiarità, aspirando a una riconoscibilità identitaria. Un assunto dimostrativo diverso da quello dello scorso anno, quando fior di enologi avevano commentato sinotticamente ogni zona, e presentato assaggi che già spiccavano nelle loro differenze, oltre che in una generale qualità.

Ciò detto, questo hype per fortuna anche essenziale oltre che modaiolo non ha mancato di suscitarmi qualche perplessità. Ciò non certo per il nuovo disciplinare ad hoc: spostamento verso il Sangiovese dell’uvaggio con il 90% minimo, possibile taglio SOLO con varietà autoctone, obbligo di uso di uve di proprietà, prescrizioni più stringenti in merito a rese per ettaro e affinamenti, commissione d’assaggio interna al Consorzio per il controllo delle caratteristiche organolettiche richieste dal disciplinare dedicato. E dulcis in fundo l’innovativo, e interessantissimo limite imposto alla presenza degli etilfenoli, composti generati dalla  famigerata brett: ovvero una barriera eretta contro difetti dei vini potenzialmente licenziati in sede di DOCG anche in forza di una presunta espressività varietale (o peggio, territoriale), che secondo certo pubblico (e critica) attraverso detti difetti si esprimerebbe. Si tratta di una prima volta di una regola del genere in un disciplinare: è stata inopinatamente osteggiata a livello di approvazione ministeriale, ma la perseveranza e la coesione dei produttori su di essa (e anche sul resto) UNANIMEMENTE concordi, alla fine l’ha avuta vinta.

Al di sopra di ogni riserva anche la qualità degli assaggi, che ha segnato incoraggianti progressi rispetto al già interessante livello riscontrato lo scorso anno. Cioè a dire, la qualità media dei vini proposti in questi due seminari era rilevante, e va detto a chiare lettere. Piuttosto, a parere di chi scrive non particolarmente graditi gli eccessi di alcune aziende nel voler proporre il vino “importante”, calcando la mano in termini di tempi di vendemmia posticipata e di eccesso di “convinzione” nell’estrazione tannica, con un profilo dimostrativo e assertivo dei prodotti presentati, che li faceva monolitici e in difetto di sfumature.

Poi, se lo scorso anno vi era stata l’opportunità di assaggiare un esempio di ogni Pieve, è invece emerso (e ci sta tutto) che alcune menzioni saranno nettamente più frequentate, per estensione e vocazionalità, e altre verosimilmente quasi del tutto neglette. Il che pone il legittimo dubbio se la suddivisione unanimemente concertata sia effettivamente funzionale.

E’ infatti quanto mai suggestivo frazionare il territorio in forza delle giurisdizioni delle antiche parrocchie, segno di una storicità di cui, orgogliosamente, la denominazione si fa forte. Ma contemporaneamente, con questo approccio la caratterizzazione organolettica rischia di passare in secondo piano.

Ovviamente non si può pretendere una corrispondenza Pieve-profilo organolettico “ossessivamente” puntuale: in ogni denominazione di origine e territorio di produzione di vino sull’orbe terracqueo, qualsivoglia descrizione di come esso territorio influisca sulle peculiarità di ciò che ivi si produce è a prescindere una semplificazione, più o meno clamorosa o funzionale a seconda dei casi. La influenzano all’interno del territorio in questione variazioni di altitudine, esposizione, composizione del terreno, indici climatologici, e chi più ne ha più ne metta; estensione della zona stessa; disponibilità di vitigni particolarmente suscettibili a esprimere la minima differenziazione di quanto sopra con puntualità sistematica; sensibilità dei produttori nell’estrinsecare la loro personale interpretazione di questo mosaico di specificità, ecc.

Eppure, assumersi nella fattispecie l’onore/onere di spezzettare un territorio di storia e tradizione plurisecolari, affinché ne scaturiscano dei vini che si impongano come qualcosa di più e di diverso da quanto sperimentato fino a questo momento, con un lavoro puntiglioso che alla fine, ripeto, ha felicemente visto l’UNANIMITA’ delle aziende socie del Consorzio, per quanto attiene sia il disciplinare dedicato sia la suddivisione territoriale; eppure, con tutto il rispetto, appunto, per la Storia con la “S” maiuscola, una certa qual potenziale identità organolettica per ogni Pieve avrebbe dovuto essere perseguita. Mentre al contrario, in sede di degustazione, tra le righe si è ammesso candidamente che all’interno di ogni menzione, l’uniformità è una pia illusione. Inoltre, le campionature di Pievi presentate saranno per il momento prodotte in numeri confidenziali, auspicando un interesse del mercato che a livello mediatico nel settore è già manifesto. Ma quando prima o poi le quantità diverranno inevitabilmente più consistenti, a naso la tipologia Pieve probabilmente colliderà con altri vini già esistenti e già importanti.

Montepulciano è stata antesignana anche di Montalcino nel proporre selezioni di Vino Nobile alternative alla Riserva. Più di una volta vini di vigna, le più blasonate di esse si sono costruite una fama tale da farle crescere e conoscere come brand, più che come Vino Nobile in sé, anche se ovviamente rispettavano (e rispettano) il disciplinare. E’ lecito chiedersi se transiteranno verso la menzione Pieve, o se la loro iconicità, o almeno riconoscibilità sul mercato, le preserverà nella condizione attuale. E non è detto che le scelte dei produttori per ciò che maggiormente li rappresenta e li fa conoscere seguano sempre i medesimi automatismi.

Futuro più incerto anche per la Riserva: sin dal principio super-selezione di uve per potersi permettere estrazioni più importanti a mezzo maturità più spinte, con conseguente più prolungato affinamento in legno, prospettiva di evoluzione, complessazione dei profumi e del gusto tramite terziarizzazione. In sintesi, il non plus ultra di ciò che il Vino Nobile aspira ad essere, ovvero un prodotto di rango in forza a pieno titolo tra i grandi vini del mondo, non foss’altro per potenziale di invecchiamento. Per l’appunto, sembra di sentir parlare delle Pievi…

Ma sussiste anche un altro problema, che per certi versi è anche una risorsa. A Montepulciano, come altrove, esistono anche impianti di vitigni alloctoni che si collocano nell’uvaggio del Vino Nobile: inizialmente ciò è avvenuto per spalmare una patina di internazionalità e più facile leggibilità su una fascia di consumatori esteri, poco avvezzi alla declinazione stilistica della personalità del Vino Nobile, specie quelli d’antan. Molto faticosamente, la percezione di questi vitigni si è emendata dalla dicotomia “benedizione” (aprivano certi mercati) versus “male assoluto”, poiché demolivano un’idea di toscanità tanto tradizionale quanto tetragona a qualunque rivisitazione (leggi ad esempio le uve bianche tuttora permesse in uvaggio, che poi in tempi di global warming hanno pure il loro perché).

In realtà la tradizione è il caposaldo su cui basarsi per progredire anche verso direzioni inaspettate. E Cabernet e Merlot (e i loro epigoni) si sono faticosamente guadagnati un’immagine un po’ meno negativa, come strumento per disegnare dei prodotti dalla godibilità più immediata, senza necessariamente ferire a morte il genius loci. Ma se si ammette (e chi Vi scrive concorda) che l’unicità del Vino Nobile dipende dal Sangiovese, anzi dal Prugnolo Gentile, e dalla sua ineguagliabile capacità di rappresentare un territorio, e si sceglie coscientemente di esaltarli (vitigno e territorio) senza se e senza ma tramite le Pievi, automaticamente qualunque uvaggio internazionale (sono una minoranza, ma esistono) viene retrocesso in serie B. E giustificare alcuni prezzi potrebbe non essere più così facile.

Ho parlato anche di possibile risorsa. Il taglio internazionale potrebbe sopravvivere configurandosi come proposta alternativa a Pievi, selezioni e Riserve, difendendo con le unghie e con i denti la propria nicchia. Ma ciò verosimilmente avrebbe senso solo per le aziende di maggiori dimensioni. Nella imminente (nelle more della diffusione delle Pievi) rivisitazione delle gerarchie aziendali, la proliferazione delle etichette rischia di creare confusione nella clientela professionale (che difficilmente potrebbe permettersi di acquistare TUTTI i prodotti proposti) e nel consumatore finale. E l’IDENTITA’, così fortissimamente e consapevolmente voluta e rincorsa, certamente non se ne gioverebbe.

Riassumendo, con particolare attenzione agli ultimi due punti:

·      Le Pievi rappresentano uno straordinario esempio di coesione di intenti, e una formidabile opportunità di promozione di un territorio, e la qualità diffusa dei campioni sin qui presentati è conturbante e affascinante, foriera di prospettive.

·      Tanto più (lo ho omesso sinora, ma tutto si tiene) in collegamento con l’investimento in sostenibilità che il comprensorio poliziano sta perseguendo con ammirevole coerenza (e scusate se è poco! Si allude a una denominazione nel suo complesso!)

·      Per come concertata, e pur con il fascino e originalità del riferimento storico, si può opinare però se la suddivisione del territorio poliziano sia la più funzionale a individuare la diversità di caratteristiche stilistiche ed organolettiche dei vini che ne scaturiranno, che poi è quello per cui la nuova tipologia è nata.

·      L’auspicato successo delle Pievi verosimilmente porrà problemi di posizionamento commerciale ad altri prodotti percepiti come di alta fascia, implicando una rivisitazione delle gerarchie aziendali, e un possibile svilimento di alcuni vini che adesso comunque contribuiscono ai bilanci.

·      Oltre che un’opportunità, le Pievi sono una scommessa, ma Montepulciano ha le spalle abbastanza larghe e il cuore abbastanza coraggioso per giocarla ed assumersene i rischi: si tratta di esserne coscienti, guardare al futuro, e non di vivacchiare nel presente.

·      Viva il Vino Nobile.

Le immagini sono tratte dal sito del Consorzio del Vino Nobile

Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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