La Borgogna nel cuore. Seconda puntata: Gevrey - Chambertin.
di Fernando Pardini

L'immagine più bella, ben oltre le mille parle e le altrettante descrizioni al contorno, sta tutta in quel cavallo -femmina di nome Jonquille- e in quell'uomo, il cui nome scoprirete, colti in piena solitudine ma in assoluta sintonia nel bel mezzo di un amabile clos di fronte al castello di Gevrey-Chambertin, ad arare e scalzare il vigneto in attesa della primavera. La mia Gevrey, la mia Borgogna, potrebbe ben racchiudersi in quell'immagine, in quell'incontro, e tutto raccontare.

A volte è proprio vero che i fuori programma sono capaci di una esaltazione che raramente attiene agli eventi troppo studiati e pianificati, quasi che in quest'ultimo caso la meraviglia e l'adrenalina sensoriale si esauriscano di già in buona parte dal troppo pensare in anticipo. Nei fuori programma, quelli belli, tutto questo non accade, perché azione e pensiero si confondono. Hai da viverli per come ti si presentano e per come ti senti tu in quel momento, e basta.

Un uomo cordiale Claude Dugat (così si chiamava l'uomo del cavallo). Claude sa ascoltare e rilanciare con giustezza i concetti e le idee. Mi è sembrato un uomo riservato ma nient'affatto schivo, riflessivo ma felice, pacato nell'accogliere e con un sorriso rassicurante da regalare. Quando gli ho chiesto che vini producesse mi ha risposto spedito: "Gevrey Chambertin". Poi ha aggiunto alla stringata lista -senza minimamente cambiare intonazione - ben tre grand cru che mi hanno fatto drizzare le orecchie, al punto da chiedergli: "possiamo visitare la sua exploitation?". Lui si è rivolto a Jonquille, che credo abbia annuito, poi ha rimirato il campo e fatto il conto di quanti passaggi di aratro occorressero per terminare la giornata: "Alle cinque del pomeriggio. Va bene alle cinque. Vi aspetto."

Siamo arrivati puntuali e lui era lì ad aspettarci. Sorpresa massima quando ci conduce in una chiesa, cosa che lì per lì non capisci. Nello stesso tempo quell'edificio antico mi rapisce. E' sconsacrata, la chiesetta medioevale, e poggia le sue fondamenta su un tempio longobardo. Oggi è la sua cantina, come a dire la sua seconda casa, e il rapimento si fa totale.

Ciò che ne è seguito lo ricordo parola per parola, scorcio via scorcio, vino dopo vino. Non mi soffermo. Da là sotto sono riemerso con la consapevolezza di aver conosciuto una persona speciale ed assaggiato i vini tra i più straordinari che mi fosse capitato di incontrare in vita mia. Un per l'altro, dallo stupefacente Gevrey Chambertin "base" ai grand cru Chambertin, Charmes-Chambertin , Griottes-Chambertin, una sinfonia irripetibile, che disdegna la parola. Non riuscivo a capacitarmi che quel vigneron sconosciuto, che lavora la sua terra con un cavallo, silenzioso e modesto, fosse capace di produrre vini onirici. Ci siamo lasciati con cordialità, complicità e in amicizia, raffreddata soltanto da un piccolo particolare, che mi è costato un bel pò (senza nulla pagare): l'impossibilità di portare con me almeno una di quelle fantastiche bottiglie. Eppure da quel diniego non trapelava niente della proverbiale "puzza sotto al naso" borgognona, perchè il sorriso era quello di una persona genuina, sincera, che semplicemente rispettava un patto non scritto della sua attività: le sue bottiglie solo per i suoi clienti.

Non mi importa di aver scoperto, una volta ritornato in Italia, che Claude Dugat (da non confondersi con l'altrettanto celebre cugino Bernard, della maison Dugat-Py) è uno dei più carismatici vigneron di Borgogna, amato e mitizzato dai fan ultra-conoscitori di quella terra e di quei vini, al pari se non più dei domaine storici e stracelebrati di nostra conoscenza; uno di quelli che girano alla larga dalle convenzioni, dalle competizioni e dalle pubbliche relazioni, che non dà vini alle guide, che non ama schiamazzi. Perché quell'uomo, anche se carismatico, resta aggrappato fieramente alla terra, alla semplicità della vita contadina, alle sue scarpe sporche, ai suoi poveri attrezzi, al conforto di una famiglia complice, ai silenzi del suo borgo, all'amore genuino per il suo lavoro e per un cavallo che di nome fa Jonquille. Questo, a ben pensare, è ciò che avrei voluto ricevere dal mio viaggio in Borgogna: una ventata forte di verace ruralità ed archetipica socialità. Ero sicuro che da lì se ne sarebbero usciti dei frutti sopraffini, unici ed irripetibili. Bene, è stato nel momento esatto della non-ricerca che quel vento mi ha investito, ed io -di rimando- al caso, alla terra e ai vini senza cliché non ho da esprimere che profonda gratitudine.

Domaine Harmand-Geoffroy

Gli Harmand affondano qui le loro radici, proprio come i 9 ettari di vigna di proprietà. Pinot nero, naturalmente, non altri. Da quei vini - vini profondi e longevi badate bene - hai un viscerale attaccamento alla tradizione classica della vinificazione del luogo, con le "giovanili emergenze" delle note animali, cuoiose, pellicciose, accompagnate a volte da una sensazione aromatica di frutta cotta la quale, se da un lato lede alla finezza, dall'altro non scade mai nella rusticità fine a se stessa. Peraltro, a ben ricordare, quegli stessi vini sono capaci di riprendersi appieno il ruolo che gli spetta quando li assaggi: con una integrità tannica e una "sensibilità tattile" non comuni, si aggrappano ch'è un piacere ai vari terroir di appartenenza.

Il G-C La Bossière 2002, con cui apro le danze, indica di già la strada, possedendo eleganti tratti gustativi, quasi felpati direi, a fronte di aromaticità, appunto, più viscerali ed animali. Il G-C 1er cru La Perrière 2002 è un vino di carattere dall'impronta istintivamente tradizionale, coi suoi connotati animali e di frutta cotta in bella mostra ma con una trama tannica e una finezza che ti fanno presagire di cosa possa essere capace nel prossimo futuro. Si sale decisamente di tono se ci avviciniamo al G-C 1er cru Lavaut St-Jacques 2002 , proveniente da uno dei migliori vigneti 1er cru della denominazione: impressionante per solarità e compimento, con eleganti circuizioni floreali e minerali ad impreziosire le immancabili "certezze" animali, ti accoglie con una bocca fusa, affascinante, dolce e melodica, che gioca d'energia placandosi solo più tardi su un mare di tannini setosi a grana ultra-fine. Di seguito, un G-C 1er cru Lavaut St-Jacques 2001 più selvatico e umorale, dove superba si fa la tensione minerale e leggibile la gioventù. Meno seducente e maturo del 2002, pur tuttavia conserva un'energia buona che lo porta a vibrare, energia che potrà spendere da par suo più in là, quando il tempo ne avrà levigato le intemperanze e liberato le intimità. Infine, il Mazis-Chambertin Grand Cru 2002 è uno di quei vini in cui la profondità d'intenti si fa palpabile e la tensione minerale cristallina. E' un caleidoscopio di umori questo vino. Segnano lo scarto verso l'eccellenza il ritmo, l'articolazione, la singolarità, come non se ne incontrano spesso in giro per il mondo. Suo fratello, Mazis-Chambertin Grand Cru 2001 si presenta all'appello con un naso screziato e umorale, ancora a corto di focalizzazione ma non di argomenti, seguito da un palato nervoso, reticente, imploso, ciò che attualmente non gli consente l'idonea distensione, o perlomeno non come sua abitudine. Eh sì, la lunghezza non mi pare proprio paragonabile a quella dello splendente 2002, ma sono pur sempre le inquietudini di un millesimo trasmesse pari a pari ad una terra, che il vino, rispettoso, riproduce fieramente nel bicchiere, senza falsità.

Domaine Jean Trapet Père et Fils

A parte una piccola divagazione nel Marsannay, i 13 ettari quasi esclusivi a pinot nero della famiglia Trapet dimorano in quel di Gevrey-Chambertin. Importante, la cantina della famiglia Trapet. Lei -la cantina dico- inamovibile, te la ritrovi come sempre sulla mitica nazionale 74. Se per cantina intendi invece la produzione vinosa allora dovresti sapere che dalle ultime generazioni, non troppo tempo fa, sono dipese la svolta biodinamica e la presenza dei cavalli ad arare la terra. Simpatico, il giovane Trapet. Niente a che vedere con la rigorosa intransigenza o la ritrosia al dialogo di certi vigneron della zona. Non so poi se lo si debba annoverare alla purezza dei gesti o all'impegno di non soffocare la terra con sostanze chimiche e sporcizie, fatto sta che i vini paiono librarsi nell'aria, tanto impalpabili e "trasparenti" ne hai la bellezza e la tessitura. Una interpretazione rigorosa la loro, virata sulle rotte della finezza e della tenerezza tattile più che della potenza e dell'impatto puro. Poi, i cru Chambertin e Clos Prieur ci mettono del loro e ciò che prima pareva si librasse, adesso vola a pieno cielo. Ultimo ma non ultimo, i prezzi non schizzati, da queste parti merce più che rara.

Il Gevrey-Chambertin 2002 è un village forte, caloroso, espressivo e ciarliero. Deve ancora distendersi al palato ma indubitabilmente è molto buono, soprattutto in prospettiva. Anzi, direi assolutamente paradigmatico se pensiamo ad un vino di Gevrey. Ma il G-C 1er Cru Clos Prieur 2002 è così intenso ed inebriante da rendere l'incontro quasi una congiunzione astrale, dai mille rimandi e dalle poche spiegazioni logiche se non la meraviglia. Una bocca succosa, dolce, quasi afrodisiaca nella sua naturale generosità, ne suggella la prova, quella di un vino speciale, nitido e bello, dalla finezza inoubliable. Come se non bastasse, a piegare le ormai scarse difese ci ha pensato lo Chambertin Grand Cru 2002 . E' un colpo al cuore questo bicchiere, come a dire una delle massime espressioni vinose mai conosciute nel mio consapevole vagabondare enoico, da annoverare tra gli unici. E' un vino fine e complesso, di indescrivibile armonia e portamento, irresistibile e puro. Un profondo senso di naturalezza lo pervade, a regalare un sogno liquido che si fa, una volta tanto, realtà. Irradiante ed archetipico, sebbene conservi doti di tenerezza e grazia più marcate che non nei fratelli della sua denominazione, è un richiamo assoluto alla bontà della natura, che pare amplificarsi nei casi in cui scorgi - per la natura - rispetto ed ascolto più veri.

Domaine Pierre Damoy

Pierre Damoy fa il vigneron. A Gevrey-Chambertin. E già questo potrebbe bastare. Lavora 11 ettari di terra coltivati a pinot nero e possiede una dote nient'affatto secondaria: la maggiore estensione del mitico grand cru Chambertin e, al suo interno, della ultra-mitica parcella denominata Clos de Bèze. Ecco, ora sì che può bastare.

Chapelle-Chambertin Grand Cru 2001 ha un naso fruttato e fumé costellato da nuances suadenti e complesse, di sottile e perseverante effusione. La sua bocca è grintosa, dai tannini sentiti, da concedersi in un finale rigoroso, flemmatico, asciutto ma ancora ben vestito. Chambertin Clos de Bèze Grand Cru 2001 unisce d'incanto espressività, sincerità, pienezza aromatica, tessitura delle feste, complessità, per una presenza che si fa imperativa, di esemplare aristocrazia vinosa. Immediata l'immedesimazione. Chambertin Clos de Bèze Grand Cru 2000 infine prende da quel millesimo un tocco di gentilezza in più a discapito dello spessore. Pur non raggiungendo i vertici di profondità del 2001, la sua è un'anima agile e bella -solo più nuda nell'assetto tannico- che genera istintiva un sentimento d'affetto.

Domaine Henry Richard

Di certo son vini che non passano inosservati, quelli della maison Henry Richard. Un nome su tutti, Charmes-Chambertin: un vino, un vigneto, interpretati in chiave "virulenta e calorica", forse non ineccepibile sul piano della finezza e dell'equilibrio ma oltremodo personale nella ricerca di una espressione verace e viscerale del cru. Mi allettano, i Richard, con una mini-verticale, dalla quale spunta un Charmes-Chambertin Grand Cru 2002 potente, alcolico, vigoroso ed espansivo nel frutto, dotato di piena maturità tannica e carattere, seguito da un efficacissimo Charmes-Chambertin Grand Cru 2001, giocato pure lui sulla potenza e sul vigore, a cui non mancano di certo attributi di calore e spinta ma in cui vi scorgi, più elettivo, un raffinato stimolo minerale ad innervare. Infine, ahimé, un Charmes-Chambertin Grand Cru 2000 ingiudicabile per le screziature aromatiche che ne soffocano il respiro, testimone muto di un inguaribile vezzo dei vigneron borgognotti, che è quello di esser convinti che sempre e comunque il vino che ti offrono vada bene, anche a fronte di evidenti difettosità. Men che meno ti stappano un'altra bottiglia!

Domaine Heresztyn

Bernard e Stanislas Heresztyn coltivano 11 ettari di pinot nero distribuiti su vari appezzamenti tra Gevrey-Chambertin ed altre nobilissime denominazioni della Côte de Nuits, quali Chambolle Musigny e Morey St Denis ( il Clos St Denis tanto per essere chiari). Nome emergente e non così conosciuto come dovrebbe, produce diversi premier cru in quel di Gevrey, come Les Corbeaux per esempio, eppure una bottiglia sola trovo all'appello. Poche ma buone, verrebbe da dire, dal momento che in quel bicchiere mi è parso di cogliere una vibrazione genuina ed una sincera intuizione territoriale.

Il Gevrey-Chambertin Vieilles Vignes 2002 è un vino che sa chiarire le sue intenzioni al meglio, per via della nitida connotazione fruttata, dell'espressività, della presenza scenica e della volontà di esserci, sia al naso che al palato. Corpo - ma anche sfumatura ed eleganza- gli appartengono, e poi, in lui, ci stanno una bella concentrazione di uva, una lodevole sapidità e uno sprint finale corroborante. Insomma, è un vino che varrebbe, di per se solo, l'approfondimento. Se poi penso ai prezzi umani praticati dal domaine su tutta la gamma, beh, l'approfondimento non dovrebbe che estendersi tout de suite.

Domaine Camus

Dopo che hai osservato le numerose donne della famiglia Camus, con i loro modi teneramente goffi, i gesti non proprio disinvolti, la mancanza di "spolvero" e bon ton (evviva!) e la simpaticissima ingenuità, non puoi non addentrarti nel loro mondo vinoso, perché offerto con orgoglio contadino, senza presupponenza ed alterigia. Eppure, a ben vedere, i loro vini, grand cru in testa, non possono certo essere portati ad esempio se da un pinot nero ti aspetti la proverbiale eleganza, la leggiadria, la nitidezza aromatica, il tatto subliminale e la "femminilità", ma tutti, un per l'altro, posseggono il dono della sincerità che, seppur ruvidamente espressa, non può non portarti alla affezione, magari pensando a quello che potrà donargli il tempo, perché in certi casi, quando l'estro e la stagione hanno giocato bene le loro carte, vi senti l'energia e l'integrità giuste ed hai confidenza che il tempo potrà risolvere per il meglio le inquietudini giovanili, tutte scontrosità e screziature, impuntature e terrosità tattili.

Si inizia, per la verità non benissimo, con un Gevrey-Chambertin 1999 dalla calda rusticità e dalla bocca iper-terrosa, non proprio chiara nè pulita, per passare ad un Mazoyères-Chambertin Grand Cru 1999 intriso di scontrosità aromatiche ma pieno, sincero, ruspante ed "artisan" al palato. A seguire, un Charmes-Chambertin Grand Cru 1999 dal frutto maturo e caloroso per un naso caratteriale e poco fine, ma con una bocca in cui brilla una matrice minerale più espressiva e profonda, da non passare inosservata. Proseguiamo con un Latricières-Chambertin Grand Cru 1999 dal peculiare profilo aromatico terroso e floreale. La bocca, più grossa che slanciata, gioca di potenza, sfumando con reticenza ma conservando doti di energia e pienezza, ciò che ne esalta la dignitosa fierezza, ruvida ed orgogliosa. Nello Chambertin Grand Cru 1999 respiri terra in un naso ancora reticente, ma la sua bocca ti regala finalmente una tensione minerale e una finezza tannica più accentuate che non nei suoi fratelli. Non lesina in freschezza, proprio no, per questo è un vino che ha futuro, oltre che sapida contadinità. Per finire, un tuffo nel Chambertin Grand Cru 1992, per avere di ritorno un naso sulfureo, vivo e scattante, nel quale brillano le note di tartufo, insieme ad una bocca sapida, vagamente animale e cuoiosa, non così elegiaca ma compatta, decisa, verace, capace di "fronteggiare" il tempo con struggente dignità.

Domaine Tortochot

Figlia di un domaine di tradizione pienamente radicato a Gevrey-Chambertin, la nuova generazione Tortochot coltiva 11 ettari di vigneto esclusivi a pinot nero ed ha sposato uno stile tutto giocato sulla lievità, la sfumatura, la freschezza aromatica e la silouhette. Non una forzatura, non un calcare di mano, per espressioni vinose che fanno della godibilità e della istintività le loro armi migliori, forse a discapito di qualche grammo di complessità in più. Linee tanniche perlopiù rigorose e tratteggiate, sottilmente "vestite di frutto" ma mai degeneranti nella secchezza, confermano appieno la linea. Da par mio, in compagnia di questi vini , mi sono proprio divertito.

Il G-C 1er Cru Lavaut St-Jacques 2002 è vinoso e peperino, possiede una sincera fruttuosità ed esibizione alcuna. La sua bocca è scattante, agile, nervosa, conservando invero un frutto vivido e croccante. Non trovo complessità nei dintorni ma pieno, irresistibile coinvolgimento alla beva. Il G-C 1er Cru Les Champeaux 2002 ( proveniente dall'affascinante clos a mi coteau che tocca le case del paese) si concede qualche umore animale di troppo ma anche un fruttato espressivo e dichiarato per rivelarsi del tutto in una bocca agile, freschissima, dalla pimpante acidità, dotata di un latente sentimento di dolcezza che deve solo armonizzarsi in una matrice tannica più rigorosa e "fredda". Si sale decisamente di tono ad accostarsi al Charmes-Chambertin Grand Cru 2002 e al suo naso fumé, sottile, seducente, penetrante. La sua è una bocca ben tessuta, rilassata, ciarliera, progressiva e fruttata con discrezione. Ottima ne apprezzerai la grana tannica, per una interpretazione del cru tutta mezze tinte, che riesce a cogliere molte intimità aldilà della proverbiale presenza scenica. Infine, eccomi servito da una altisonante versione di Mazys-Chambertin Grand Cru 2001: ampio, rarefatto, fumé, intrigante, irresistibile, conserva nelle sue corde una fascinosa territorialità ed una sincera espressività, senza nulla concedere qui alla immediatezza o alla semplice accoglienza, bensì esprimendosi rigoroso, terragno, stilizzato nell'impronta tannica ( ma ancora ben vestito). Un incontro ineludibile con un vino elettivo, che mi ha colpito per la fierezza aristocratica, colta peraltro in un millesimo considerato dagli esperti soltanto "buono" per la Côte de Nuits. Come a dire: "non far mai di tutta l'erba un fascio".

19 novembre 2004