Ode alla vernaccia nera
di Fernando Pardini

L'ho incontrata, la Pianetta di Càgnore, una sera d'estate amichevole e conviviale, e lì per lì mi è passata davanti veloce come il lampo. Senza pensare l'ho bevuta. No caspita! - mi son detto la notte stessa - questa non è cosa da lampi e disattenzioni. L'ho pretesa, di nuovo, più in là nel tempo, richiedendola alla vignaiola, per meditarla meglio, perché quel subitaneo rapporto mi aveva lasciato strascichi buoni, di curiosità e desiderio.

Oltremodo diverso l'approccio aromatico, sentita la dignità nel proporsi, sottile ed ammaliante la sensualità infusa. Occorreva una riprova. Così è stato e mi ritrovo qui a parlarne, ponderatamente, dopo quel primo en passant veloce e bello. Ebbene sì, dimora in questo bicchiere - Pianetta di Càgnore 1999 - uno spirito nuovo, di razza marchigiana, più ancora maceratese. Il manto vellutato della sua veste rubino, di leggibile consistenza, a ben vedere vira volentieri sul violaceo e ti ammicca così giovanile. Se lo annusi poi scopri un insieme fascinoso ed intrigante, diverso ed eclettico, di autentica complessa speziatura, che d'istinto leghi alla varietà e non tanto ai piccoli fusti.

La trama stuzzicante del pepe bianco e del chiodo di garofano accompagna e sorregge l'impianto, intriso di un frutto leggermente impresso eppur fresco e propositivo, quello dell'amarena in confettura, laccata e sincera. Bello poi l'attacco al palato, laddove con dolce e morbida suadenza tenta l'invasione senza ferire, carezzandolo morbido. Ne scopri nel proseguo una struttura e un'essenza forse non da prim'attore, qualche piccolo rilassamento nell'incedere, a cui però fa da riscontro una reiterata eleganza nel disporsi, lui così ordinato, coerente, fitto, con quel tannino levigatissimo, maturo e cordiale, e con quella ultima sua striscia caffeosa a contrappunto.

Resto affascinato dalla differente impronta, dallo spirito "solitario" e coraggioso che proviene da quel vino. Scopro: è vernaccia nera. In purezza. Ancestrale varietà salvata da quelli di AnticoTerrenOttavi alla malinconica dimenticanza, laggiù nelle colline di San Severino Marche. In quel bicchiere, silenzioso ed amichevole allo stesso tempo, un mondo nuovo. Un piccolo mondo nuovo, fatto di attenzioni, di scommesse, di finalità condivisibili e belle.

Non se ne preoccupi Eliana Calabria, e si impegni come fa nella scommessa, reimpiantando se si può, aumentandone visibilità e spessore. Le armi naturali ci sono, gli estri pure (Giancarlo Soverchia ha dalla sua un fare di fatto serio, iper-premuroso, attento alle autoctonie e alle salvaguardie).

Per vini come questi, e per il messaggio che danno, un dovere per chi ha penne da scrivere segnalarne il passaggio. È come indicare una strada, è come sentire che una strada esiste. Questo è.


(21/10/2002)