B come Brianza … o come Borgogna ??

La visita

Quando ho letto un articolo pubblicato da una rivista del settore che citava una tale Azienda Agricola La Costa, sita in Perego, Brianza, all’interno del Parco Regionale di Montevecchia e Val Curone, ho fatto un salto sulla sedia.

Mi sembrava impossibile potere vedere il nome Brianza sulla stessa pagina che riportava il nome Conegliano, un nome quest’ultimo indissolubilmente legato a un vino, mica uno qualunque, che si chiama Prosecco.

Brianza, viceversa, si lega meglio a parole come mobili, capannoni e "fabbrichette", un neologismo tutto lombardo che indica piccole attività imprenditoriali industriali.

Non cercate quindi DOC oppure IGT con i nomi Brianza e Montevecchia, non ne troverete.

Per me, milanese nato e che vive nella periferia nord di Milano, la Brianza è la campagna di riferimento e Montevecchia un luogo magico, che sembra impossibile esistere a quaranta minuti d’auto da Milano (con traffico favorevole, ovviamente !).

Per chi non lo sapesse, Montevecchia è un borgo delizioso posto in cima a una ripida collina: guardando verso sud, sul cui vertiginoso pendio si coltivano enormi piante di rosmarino profumatissimo, si domina la pianura padana, mentre guardando verso nord si apre il panorama verso le vette inconfondibili delle Grigne e del Resegone.

E da Montevecchia si parte, percorrendo una strada sterrata, verso l’interno del Parco Regionale di Montevecchia e Val Curone e ci si perde nei boschi per ritrovarsi poi, una volta fuori dal bosco, fuori dal mondo, la pianura è laggiù lontana e appena si intravede.

Ed è in uno di questi luoghi "fuori dal mondo", al termine di una impegnativa strada sterrata, che raggiungo l’azienda e incontro Claudia Crippa, colei che si occupa del comparto vinicolo de "La Costa", azienda che vanta anche la possibilità di offrire 8 miniappartamenti curatissimi nella classica formula dell’agriturismo e, solo nel fine settimana, una trentina di coperti con cucina casalinga.

Mentre mi accompagna in macchina per portarmi a vedere un’altra zona del suo vigneto, Claudia mi racconta la storia dell’azienda.

E’ la solita storia "per caso", che comincia quando suo padre, Giordano Crippa, si occupa della ristrutturazione della cantina di un altro produttore della zona e per trarre indicazioni e ispirazione comincia a frequentare il mondo del vino, visitando diverse cantine.

Quando poi si presenta l’occasione di acquistare, nel 1992, la decadente "Cascina Scarpata" che ha annesso un ettaro di vigna in stato di abbandono, gli viene l’idea di fare uno spumante, impiantando perciò chardonnay e riesling renano. Il Parco esiste già, e quindi ci sono dei vincoli all’atto della realizzazione del vigneto: i primi impianti sono perciò da realizzare senza scasso e senza preparazione del terreno, e l’unica pratica ammessa è fare semplicemente un buco nel terreno per infilare la barbatella !! Non sarà sempre così difficile comunque, anche se alcune limitazioni poste per la salvaguardia dell’ambiente resteranno.

Successivamente, in seguito alla visita del vivaista francese Guillaume, viene impiantato Pinot nero, ma anziché cloni da spumantizzare vengono impiantati cloni borgognoni. Poi vengono cabernet sauvignon e merlot, ma anche moscato nero dalla vicina provincia di Bergamo, 11 ettari in tutto.

Non molti, ma tanti farebbero carte false per avere questi 11 ettari posizionati in modo fantastico all’interno di un vasto anfiteatro collinare esposto a sud est, con ventilazione costante, temperature elevate durante l’estate e buone escursioni termiche notturne: ma soprattutto tanta, tanta luce.

I filari sono impiantati su strette terrazze ricavate lungo il pendio ripido della collina, creando una tipica situazione da viticoltura eroica: e pensare che siamo a 50 chilometri da Milano. Quasi tutti vitigni internazionali, quindi. In effetti, mi spiega Claudia, nei piccoli appezzamenti a vigna facenti parte del lotto acquistato, e successivamente espiantati, non sono stati trovati vitigni particolari, al massimo della chiavennasca o del barbera, portati in loco dai contadini quando si recavano in trasferta: in realtà le piacerebbe trovare qualcosa di autoctono perso nel tempo, ma finora questo suo desiderio non si è ancora realizzato. Mentre camminiamo per le vigne, Claudia mi racconta dei suoi studi di liceo classico e dei suoi seguenti studi universitari abbandonati perché ormai la passione per la vigna si è impadronita di lei e allora tantissimi corsi di degustazione e di agronomia, tanto lavoro presso altre cantine facendo la gavetta, "per imparare il più possibile e colmare le mie tante lacune".

Ma le idee sono chiarissime: rese di un chilo d’uva per pianta, tanto studio e sperimentazione nella ricerca costante di carpire il massimo all’uva portata in cantina.

Dalle parole di Claudia traspare una tensione straordinaria verso il miglioramento costante, verso nuovi traguardi, con queste premesse il lavoro non può che dare risultati positivi, i quali vengono anche con l’aiuto di persone come Vincenzo Bàmbina, un enologo siciliano "raccomandato" da Giacomo Tachis, che, inizialmente scettico di fronte all’idea di una vigna vicino a Milano, è stato conquistato dalle potenzialità di questo territorio. La cantina è davvero piccola, sembra un piccolo laboratorio di microvinificazioni. Claudia mi fa assaggiare diversi campioni prelevati da serbatoi e barrique, poi degustiamo insieme gli unici due vini ad oggi imbottigliati.

Il primo, Solesta 2000, è un vino realizzato da un assemblaggio di chardonnay (70%) e riesling renano (30%): è un vino bello da vedere, colore dorato con riflessi vivaci e buona luminosità, che al naso è intenso anche se il ventaglio di profumi non è amplissimo come mi sarei aspettato. Molto belle e personali le nette note minerali dovute alla presenza del riesling renano, oltre a una succosissima banana matura. In bocca è leggermente spostato verso le durezze, con una singolare sapidità. La persistenza è buona e si ribeve molto volentieri. Un giudizio positivo, sperando che le note vanigliate dovute al passaggio in barrique dello chardonnay, dove esegue la fermentazione e, parte di esso, l’affinamento, si attenuino ulteriormente in futuro. La produzione di questo vino è intorno alle 3000 bottiglie a un prezzo intorno agli 8 euro.

Il secondo, Sangiobbe 2000, è un pinot nero in purezza: si presenta con un colore rubino scarico, abbastanza luminoso, mentre il naso, inizialmente chiuso, si apre piano piano con note pulite fruttate fresche, floreali e speziate, il tutto ben fuso ma pulitissimo, e ben succoso.

In bocca è molto equilibrato, forse manca ancora un pochino di corpo, ma ha una buona persistenza, si ribeve volentieri. Tanto di cappello davvero. Per questo vino la produzione si aggira intorno alle 3500 bottiglie, a un prezzo intorno agli 11 euro.

Entrambi i vini sono ovviamente etichettati come vini da tavola. Claudia mi parla dei progetti futuri, tra cui un passito, un taglio bordolese già disponibile nel 2003, e un riesling renano in purezza più in là nel tempo, "Ma che siano vini da bere, non vini da concorso, oppure che non puoi berne più di un bicchiere", intendendo con questo che il suo obiettivo è una qualità al servizio della piacevolezza di beva e della convivialità.

E una DOC ? Forse, chissà. I rapporti con gli altri produttori locali sono improntati alla cordialità, e quindi …

Le chiedo se farà anche lo spumante che suo padre desiderava fare quando tutto è iniziato: con un sorriso sussurra un timido "Forse".

Davanti a una fetta di salame locale le chiedo qual è il progetto al quale tiene maggiormente e la risposta non poteva che essere "Il pinot nero. E’ una gran brutta bestia, ma è una grande sfida".

Non poteva che essere così.

Note a margine

Ho scoperto Montevecchia già trentenne, al seguito della donna che sarebbe poi diventata mia moglie, e mi sono innamorato subito di questo magnifico posto.

Per noi milanesi, Montevecchia è sinonimo di mangiate di caprini e salumi, solitamente accompagnate da un vino locale rustico ma piacevole.

Ne ho fatto spesso la meta di scorribande ciclistiche, arrancando sui brevi ma taglienti strappi che dalla pianura portano in cima al colle.

Uno di questi si chiama Lissolo, è il più duro, percorso anche dai ciclisti del giro di Lombardia.

Parte dalla statale Como-Bergamo, e si immerge nel bosco, con pendenze severissime. Ma quando la strada spiana si esce dal bosco e si entra in uno spiazzo, in corrispondenza di un crocevia, si ha quell’impressione che si ha quando arrivi in cima a una montagna e vedi un paesaggio che da fondovalle non ti saresti mai immaginato.

Da qui vedi la conca della Valle Curone aprirsi in un morbido anfiteatro verde, l’uomo sembra essere solo una presenza casuale in questo paesaggio irreale.

Milano sembra essere anni luce da qui, e ti fermi a guardare questo paesaggio e non ti stanchi mai.

Per me è un sogno scoprire un angolo di Borgogna qui, e mentre assaporo il salame che Claudia Crippa mi offre e porto al naso il bicchiere contenente il suo Sangiobbe, mi sembra di vivere un’esperienza irreale.

Lunga vita a Claudia Crippa e a tutti coloro che tenteranno di ridare dignità alla viticoltura in questa terra di Brianza, e speriamo che il successo che fatalmente arriverà non ne alteri i modi gentili e ospitali e quella umiltà che ho percepito nelle sue parole.

 

Riccardo Modesti
(8/8/2002)

Azienda Agricola Vitivinicola "La Costa"
Via Curone,15 – Fraz. Costa
23888 Perego – LC
Tel. 039 5312218
www.la-costa.it