Enoteche a Torino, parte seconda

Proseguiamo questo piccolo viaggio nei luoghi del bere bene torinese iniziando da una breve ma sentita digressione. Da quale profondo disappunto eravamo stati colti nel momento in cui avevamo letto parecchio tempo fa nelle pagine locali de La Stampa che la famosa e storica cioccolateria Pfatisch stava lì lì per chiudere i battenti, definitivamente! Ebbene, ci siamo fatti coraggio, e siamo andati a controllare. Eccoci quindi percorrere Corso Vittorio Emanuele II, oltrepassare la stazione, girare a sinistra e iniziare a percorrere in auto via Sacchi, lentamente, con il groppo in gola. "Era lì, me lo ricordo! Ora c'è quella maledetta boutique!", la frase rabbiosamente pronunciata un paio di volte. E invece no! Falso allarme, la Cioccolatera Pfatisch ha ancora la sua antica unica sede in via Sacchi 42, è ancora lì con i suoi interni in legno, i suoi vetri e i suoi specchi, e la sua venerabile "signorina" che smentisce le voci, se la prende con i giornalisti che capiscono fischi per fiaschi e poi vi chiede: "è buono, neh?" mentre assaggiate il gianduiotto di recente produzione, gentilmente offerto. E sono fortunatamente ancora lì anche le creme, la pralineria, le tavolette...


Abate Daga

Detto questo, dobbiamo confessare che siamo sempre colti da leggero imbarazzo quando a Torino in molti negozi ci si rivolgono terminando la frase con "signore"; è dunque naturale che questa sensazione si acuisca davanti alla cortesia esasperata con cui siamo accolti all'Abate Daga, che sta in via del Carmine 9/L (tel. 011/4360513) stessa zona dell'Osteria N.1, visto che via del Carmine è parallela e prossima a via Garibaldi. Arriviamo all'ora di pranzo, e attenzione perché qui si chiude alle 20 ("la giornata è già lunga e pesante così").

Questo posto è aperto da cinque anni, l'attuale gestione è qui da due. Nell'arredamento dall'impostazione moderna prevale il bianco, i tavolini sono di legno chiaro. Buona varietà di vini al bicchiere (Dolcetto di Dogliani S. Luigi di Chionetti, un Montepulciano d'Abruzzo, Bonarda...), "e apriamo tutto senza problemi" ci viene detto indicando alti scaffali. C'è, ci sembra, passione e voglia di fare, e, in questo momento di pausa-pranzo, un tavolo da cui scegliere: tortelli, tre quiches fatte in casa (zucchine, mozzarella e pomodoro, prosciutto e formaggio), verdure grigliate, arista... Le quiches sono molto buone, e i vini, serviti in bei bicchieroni, sono ben scelti: questo Roero Arneis 1999 del produttore Tintero de La Morra è profumatissimo, note di fiori di campo e di leggeri agrumi e grande spessore in bocca. Buona anche la Bonarda propostaci, solo leggermente frizzante e assai fruttata.


Antica Vineria Bianco

L'Antica Vineria Bianco è, a dispetto del nome, di apertura relativamente recente. Sta in via San Massimo 11 (tel. 011/835565), una traversa di Via Po, a due passi da Piazza Vittorio Veneto. È graziosa e raccolta, con due ambienti, uno con un bancone e un paio di tavolini, e l'altro con altri quattro-cinque tavolini piccoli, quadrati, e le pareti color pesca. C'è qualche vino al bicchiere (per esempio la Barbera d'Alba Fiulot di Prunotto o il Merlot di Fantinel, a prezzi - pre-euro - che variano dalle 5 alle 8mila lire), una carta non stratosferica per estensione e, non essendo all'inizio di Settembre ancora cominciato il "giro", da mangiare ci sono piatti freddi, formaggi e salumi mentre normalmente c'è anche piccola cucina.

E noi, con un buon piatto di formaggi (tome, ricotta salata e provolone) e salumi dell'astigiano ci sentiamo prima lo chardonnay Tormaresca 2000 che Antinori produce in Puglia, di colore giallo carico e brillante, dal naso penetrante, intenso e fresco. In bocca è grasso, si sente chiaramente la speziatura ma anche un bel frutto. Poi, il Catullo Rosso 1999 di Bertani, assemblaggio di corvina e cabernet sauvignon, dal colore rubino violaceo, molto espansivo al naso con note di fragola e lampone, nuances dolci e cenni balsamici e di terra bagnata. In bocca è più contenuto, morbido, di corpo medio, di buona beva e bel frutto.

E poi, ad un formaggio del Monviso con un cuore di peperoncino ripieno, ad uno Chevrot accompagnato da salsa di fichi, ad un Cabecou in foglia di castagno abbinato ad un distillato di frutta, abbiamo preferito un gustoso Gorgonzola dolce di capra con marmellata di mirtilli abbinato ad un buonissimo Porto Graham's Riserva dai profumi intensi e assai precisi di frutta rossa matura e amarena sotto spirito e dalla bocca di bellissima fluidità. Ai simpatici, gentili e attenti gestori dell'Antica Vineria Bianco auguriamo un radioso futuro che premi l'impegno e la passione che ci sembra non facciano loro difetto.


I tre galli


Ma c'è chi a Torino di radioso ha il presente; c'è chi ha veramente saputo interpretare al meglio l'onda dell'enofilia consapevole; c'è chi ha saputo coniugare evidentemente intelligenza delle scelte e modo giusto per presentarle. Ed ha l'ulteriore fortuna di stare in un angolo incantevole di Torino, cioè in una traversa di via Garibaldi (via S. Agostino 25, tel. 011/5216027).

Ai Tre Galli non ci erano sembrati entusiasti quando si erano sentiti arrivare la richiesta, di venerdì sera, di prenotare per una persona sola. Ed è naturale, attorno a noi tutti i tavolini del "piano terra" del locale sono occupati, e il bancone è assediato da una piccola folla. E pazienza se poi ci porteranno dei formaggi diversi da quelli che avevamo chiesto. Si può chiudere un occhio, o anche due, nei confronti di un posto dove si dà la possibilità di assaggiare al bicchiere scegliendo fra quindici bianchi e altrettanti rossi pressoché tutti di grande interesse. Se non è questo il modo migliore per far conoscere il vino ai giovani e meno giovani...

L'ambiente dentro è molto bello. Nella sala bassa (di forma ad L) le pareti sono bianche e le volte color crema; il lato lungo è ritmato da aperture con una bella vista sulla strada in corrispondenza delle quali sono posti i tavoli, ben distanziati, quadrati ed espandibili grazie ad "alette" finali. All'interno, parallelo ai tavoli, c'è il bancone, all'estremità la cucina.

Qui si possono fare pranzi veloci, e questo giustifica voci un po' scontate del menù quali caprese di bufala o bresaola e rucola. C'è poi qualche piatto intrigante come l'orata alla crema di cardo; buona la scelta di formaggi, diligentemente elencati assieme ai tempi di stagionatura (Valcasotto almeno 45 giorni, Formaggio Raschera e Bra Duro almeno 60 giorni, Castelmagno almeno 180 giorni...) e soprattutto una carta dei vini molto fornita, specie delle tipologie locali (abbiamo contato 150 Baroli, 50 Barbareschi e 50 Barbere, più o meno), ma che presenta anche una sessantina di vini friulani e altrettanti dal Trentino e dall'Alto Adige, oltre naturalmente a qualche buona bottiglia toscana (non tantissime però) e del centro-sud.

E soprattutto, da scegliere al bicchiere (range di prezzi - "era" pre-euro - 4-9mila lire): il Pinot Grigio Isonzo Dessimis di Vie di Romans, il Clare Riesling di Petaluma, il Langhe Bianco Campolive di Paitin, l'Etna Bianco Pietramarina di Benanti, il Colli Tortonesi Bianco Filari di Timorosso di Boveri, il Sauvignon Lahn della Cantina San Michele Appiano, il Ritratto Bianco di LaVis, l'Albana di Romagna Secco Vigna della Rocca di Tre Monti, il Greco del Taburno di Ocone...

E fra i rossi il Barbaresco 1998 di Prunotto (10mila al bicchiere), il Black Opal Cabernet Merlot (idem), il Rosso degli Spezieri di Col d'Orcia (4mila) la Barbera d'Asti Superiore Campasso della Tenuta Castello di Razzano, l'Etna Rosso Rovittello di Benanti, il Lago di Caldaro 2000 della Cantina di Colterenzio, il Garda Merlot La Prendina 1998, il Rosso Piceno '99 di Garofoli, il Côte Rotie '97 di Guigal (18mila al bicchiere), una Barbera d'Alba ancora di Prunotto, il Sardon del Duero Rivola '97 di Abadia Retuerta, il Collio Merlot di Pujatti...

Il servizio, affidato a graziose e composte fanciulle, non è impeccabile (specie quando uno chiede via via vini diversi da accompagnare ai piatti), cosa del resto comprensibile, vista la grandissima affluenza di appassionati del buon bere nella sera della nostra visita. Ma ecco, dopo una bella scelta di pani (uno nero di segale), arrivare su uno spesso taglierone di legno il nostro piatto di maltagliati ai funghi e ragù di vitella che avremmo voluto far seguire all'assaggio dell'Isonzo Pinot Grigio Dessimis 1998 di Vie di Romans, un vino che si impone con bella personalità ed autorità ma in cui il fruttato rimane in secondo piano rispetto alle note di crema pasticcera e cioccolato bianco.

E dopo una Barbera d'Asti Superiore Campasso 1999 della Tenuta Castello di Razzano che non ci ha lasciato particolari ricordi, con un piatto di formaggi che dovevano essere di capra e di vacca, e sono invece pecorini (uno toscano, stagionato in foglie di castagno, e servito assieme alla cuneese cugnà, una mostarda d'uva composta da mosto d'uva, mele, fichi, pere martine, pere cotogner, gherigli di nocciole e spezie varie) concludiamo in bellezza la serata con l'australiano Black Opal Cabernet Merlot 1999, un vino di rara eleganza e bontà: frutta rossa, leggere erbe aromatiche al naso (soprattutto rosmarino) preludono ad una bocca di corpo leggero-medio e molto elegante, non muscolare, buona, succosa, piena di frutti bosco e ancora erbe aromatiche come il prezzemolo. Estrema eleganza, understatement, succulenza in un vino che mette gioia e che vorresti bere a litri.

E paradossalmente, la folla e il trambusto che ci circonda, e che ci toglie la voglia di prenderci un dolce per finire in modo ancora più calorico la serata, ci rallegra anche, perché ci sembra dimostrare sul campo che i pessimisti hanno torto, che il buon vino è per tutti, anche per quei giovani che molti vorrebbero solo nei "pub" e che vediamo invece accalcarsi sul bancone, e che possono venire qui ad assaggiarsi, beati loro, tutto 'sto ben di Dio che fra l'altro si rinnova ogni settimana.

Con questo pensiero, che ci accompagna nel ritorno in una bella serata di metà settembre, concludiamo la nostra breve rassegna di luoghi del bere bene torinese.

 

Riccardo Farchioni
(8/5/2002)