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I titoli


Il Tocai friulano chiede aiuto al catasto austriaco Tra sei anni il nome potrà essere usato solo dagli ungheresi. Ma adesso rispunta una mappa dell' imperatrice Maria Teresa

GORIZIA - Il Tocai riparte dal catasto. Quello austriaco, voluto quasi tre secoli fa dall' imperatrice Maria Teresa e poi riaggiornato ai tempi di Francesco Giuseppe. Forte di un paio di fogli mappali del 1812 e del 1875, la Regione Friuli Venezia Giulia si è fatta portavoce delle richieste dei produttori, sperando di convincere l' Unione europea a rivedere la decisione che sta per cancellare una delle etichette più note della viticoltura friulana. Entro sei anni, infatti, il Tocai dovrà cambiare nome per sempre, condannato dalle leggi comunitarie e dagli accordi sui co mmerci internazionali. "Tocai", o meglio "Tokaj" potranno continuare a scriverlo sulla bottiglia solo gli ungheresi. Per diritto di primogenitura, ha decretato Bruxelles. Ma soprattutto - spiegano i giuristi della Ue - perché in Ungheria quel nome è legato, molto più che in Italia, a località geografiche ben precise: la regione di Tokajhegvalja a Nord del Paese e la cittadina di Tokaj, a Nord Est di Budapest. Lì il Tokaj è indubbiamente di casa. Gli ungheresi lo ottengono però da vitigni come il furmint, l' harslevelu e il muscat lunel che fanno nascere vini da dessert, liquorosi, di color oro antico, di gradazione alcolica piuttosto elevata (da 13 a 18 gradi). Niente a che vedere con il Tocai italiano, di color giallo verde, asciutto, dal caratteristico sapore di mandorla. Un vino, fra l' altro, che prende il nome dalle uve da cui deriva, rigorosamente autoctone, ed esportate in Ungheria da alcuni missionari ai tempi di re Stefano il Santo nell' undicesimo secolo. Nel ' 93, dopo una l unga battaglia politico-giuridica, Budapest la spunta e i produttori europei devono adeguarsi. Così, via via, vengono ribattezzati il Tocai rosso italiano, che nasce dal cannonau e oggi è etichettato con un generico "vino rosso da tavola"; il Tokaj d ' Alsace ottenuto dal pinot grigio (adesso si chiama "Pinot gris d' Alsace"); il Tocai italico (oggi: Lison, Tai e altro). Grazie al nome che lo lega al vitigno, quello friulano ottiene una proroga fino al 2007. Giusto il tempo per rimettere i puntin i sulle "i", sperano adesso in Regione, forti della cartina disegnata dagli austriaci dove, nero su bianco, c' è la prova a lungo cercata: tra i comuni di Mossa e San Lorenzo, in provincia di Gorizia, sono riportati sotto il nome "Toccai" un corso d' acqua e un' intera collina, nella quale risultano a catasto una cinquantina di proprietari. Con i relativi vigneti. "E' il segno - sostengono alla Regione Friuli Venezia Giulia - che anche in Italia c' è un legame geografico con quel vino, e non da oggi". Per la verità, il documento austriaco aveva già fatto capolino durante la lunga controversia comunitaria conclusa nel ' 93, ma c' è chi dice che a Bruxelles non fosse mai arrivato. Poi le carte erano finite dimenticate in qualche cassetto. Ade sso, sono tornate alla luce mentre - è la versione ufficiale - si stavano rimettendo in ordine gli archivi regionali. Una riapparizione che sembra quasi miracolosa, visto che arriva nel momento più opportuno, proprio quando da Roma veniva comunicata l' intenzione di chiudere il caso, e i viticoltori friulani riprendevano ad agitarsi come sette anni fa. La cantina dei produttori di Cormòns (curiosamente, la città è gemellata con quella ungherese di Tokaj) si è fatta promotrice con il beneplacito della Regione di una vera e propria crociata che annovera fra i suoi condottieri anche Luigi Veronelli. "Abbiamo scritto al ministro delle Politiche agricole Alfonso Pecoraro Scanio invitandolo a intervenire presso l' Unione europea - rivela Luigi So ini, direttore della cantina. - Anche se molti sono convinti che perderemo la battaglia, vale la pena di provare".
Renzo Ruffelli


(Il Corriere della Sera, 28/1/2001)

Il produttore. Felluga: "E' il mio vino del cuore"

GORIZIA - "E' il vino del cuore, quello che preferisco, che mi accompagna da sempre". Livio Felluga, 86 anni, ha un legame stretto, strettissimo con il Tocai. Per tradizione, cultura, sentimenti. Da quando, poco più che bambino, cominciò a muovere i primi passi fra vigne e cantine: "Sono cinque generazioni che ci occupiamo di vino", ricorda. Mezzo secolo fa riuscì a realizzare il sogno di un' azienda tutta sua, e oggi questo "patriarca" del vino friulano possiede 135 ettari di vigneto: 600 mila bottiglie l' anno di Picolit, Refosco, Merlot. Oltre al Tocai friulano, naturalmente. "E' un vino che fa parte della nostra storia. Un tempo, quando si invitavano a casa gli amici o capitava in visita qualche conoscente, era un Tocai la prima bottiglia che si offriva: Tocai insieme al Prosciutto di San Daniele". Lei è stato un precursore delle Doc, tanto che nelle sue etichette c' è ricorrente il sottofondo di una carta geografica, a sottolineare il legame indissolubile tra vino e territorio. La stessa equazione con la quale gli ungheresi hanno convinto Bruxelles che il nome Tokaj spetta a loro soltanto. "I due vini sono assolutamente diversi, secco il primo, dolce il secondo, ma tutti e due nascono dalla tradizione. Proprio non riesco a capire come e perché sia nato questo contrasto. E perché dobbiamo rinunciare a un nome che usavano già i miei bisnonni. Il tocai, poi, è un vitigno che appartiene a noi italiani, autoctono, importante s ia come varietà sia per gli uvaggi". La sua azienda produce fra l' altro quel cru "Terre Alte", superpremiato e ben noto agli intenditori..." ... Un vino ottenuto proprio da uve tocai, oltre che da pinot bianco e sauvignon blanc". Però gli unghersi s embrano avere le carte più in regola di noi. "Forse i nostri politici di allora non hanno saputo difenderci, certo non mi sembra si siano impegnati troppo". Magari perché i numeri non sono così grandi: 110 mila ettolitri, un fatturato di una sessanti na di miliardi... "E' vero che in passato il Tocai friulano ha avuto un successo soprattutto nazionale, locale addirittura. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate. Mercati come quello degli Stati Uniti hanno cominciato ad apprezzare la differenza tra il nostro e il vino dolce ungherese, che era sempre andato per la maggiore". C' è chi dice che la battaglia con l' Ungheria è perduta in partenza. "Servirà comunque a ricreare interesse per un vino e a riportare l' attenzione sulla produzione de i grandi bianchi del Friuli. E poi, anche se dovessimo cambiarne il nome, il Tocai rimarrà grande lo stesso visti la sua tradizione e gli alti livelli di qualità ai quali è arrivato". R. Ru.


(Il Corriere della Sera, 28/1/2001)

Lo ha stabilito l'assemblea a larga maggioranza: dieci quintali a ettaro la quota per la prossima vendemmia. Vino, meno quantità più qualità. Frascati Doc: il Consorzio quest'anno ridurrà la produzione di uve

di LUIGI JOVINO
A passi spediti verso la qualità. Con questa motivazione l'assemblea del Consorzio produttori vino Frascati Doc ha approvato, a larga maggioranza, la proposta di ridurre per la vendemmia 2001 il quantitativo di uve prodotte per ettaro di 10 quintali. In questo modo i produttori del famoso vino castellano, che ha acquisito la prima denominazione di origine controllata in Italia, hanno posto le premesse per arrivare alla Docg, giudicata da tutti indispensabile per il rilancio del prodotto e per la riconquista di importanti quote di mercato.

"Innanzitutto -spiega Umberto Notarnicola, presidente del Consorzio di tutela denominazione vino Frascati Doc -ci ha sorpreso la grande partecipazione di produttori e di responsabili delle aziende alla nostra assemblea, poi, non ci aspettavamo una così larga adesione alle proposte fatte dai dirigenti". Durante l'assemblea dei soci, infatti, sono stati proposti due ordini del giorno: il primo di ridurre per l'anno in corso, appunto la resa di 10 quintali per ettaro, cui hanno detto si 674 produttori su 758, la seconda di avviare le pratiche per il disciplinare Docg, che ha trovato 635 voti favorevoli ed 82 contrari. La scelta fatta nell'assise degli agricoltori e dei responsabili delle aziende imbottigliatrici avvicina la produzione delle uve Frascati allo standard di 120-130 quintali per ettaro, previsto, appunto, per l'acquisizione della denominazione di origine garantita e controllata.

"Il passo fatto dai produttori castellani -spiega Maurizio Tamburrano, direttore del Consorzio di tutela - è significativo. Non dimentichiamoci che una larga parte di agricoltori produce solo piccoli quantitativi e quindi la riduzione delle rese, sicuramente costa tanto in termini economici. La decisione assunta è ancora più importante perché dimostra la voglia di tutti gli addetti al comparto di puntare ancora di più sulla qualità, unica strada percorribile per riportare il Frascati al prestigio che merita".

"Con questo ennesimo sacrificio -aggiunge Luigi De Santis, rappresentante degli agricoltori, produttori di uve Frascati- raschiamo veramente il fondo del barile. Abbiamo accettato la proposta di produrre di meno solo al patto che si arrivi al più presto alla Docg. Gli agricoltori , adesso, aspettano dalle aziende uguale impegno assunto in direzione del miglioramento delle tecniche di vinificazione e nuovi investimenti per le politiche di marketing". "Tradizione ed innovazione -dice Alberto Benedetti, che è produttore ed imbottigliatore del Frascati Doc -. Anche la vicenda ella mucca pazza ci ha insegnato che per vincere la sfida dei mercati futuri non bisogna abusare della tecnologia ed occorre riprendere il meglio della nostra tradizione. Dagli anni 70 in poi sui Castelli, come in ogni parte d'Italia, tutto è peggiorato: dall'uva alla frutta, dai prodotti dell'orto all'allevamento, perché alla base di tutto c'è stata la frenesia di aumentare la quantità a discapito della qualità. Con la scelta fatta di ridurre le rese, che deve essere accompagnata dalla reintroduzione dei vitigni autoctoni, invece, invertiamo la tendenza. A tutto vantaggio dei nostri consumatori".


(Il Messaggero, 30/1/2001)

La cucina del ristorante "Da Guido" di Costigliole ha servito il menù ufficiale. Lidia conquista Chirac e Jospin Un ministro francese si è portato a casa il vino

COSTIGLIOLE
Carni rosse bandite "per decisione superiore" dal pranzo ufficiale del vertice italo-francese di ieri a Torino. Il menù, servito nel salone di rappresentanza della prefettura torinese (50 camerieri in livrea e guanti bianchi per 140 commensali), è stato curato da Lidia Alciati, del ristorante "da Guido" di Costigliole. Quattro i piatti serviti, tutti rigorosamente piemontesi: cardo gobbo di Nizza con fonduta e sfoglie di tartufo d’Alba come antipasto, raviole al "plin" con ripieno di carni bianche (coniglio e maiale), galantina di coniglio e carciofi, una meringa di marroni. Piemontesi anche i vini: un Arneis del Roero ’99 dell’azienda Malvirà di Canale, un Barbaresco ’98 e un Moscato d’Asti 2000 de "La Spinetta" di Castagnole Lanze. Al tavolo d’onore il Presidente francese Chirac con i premier Jospin e Amato. Molto soddisfatto Andrea Alciati che con la madre Lidia e i fratelli Piero e Ugo ha curato il pranzo, "tutti hanno apprezzato piatti e vini che abbiamo proposti. Un ministro francese ha addirittura chiesto e ottenuto un paio di bottiglie di Barbaresco da degustare con calma a casa". Il ristorante "da Guido" non è nuovo a queste presenze istituzionali. Lidia Alciati e il suo staff hanno già servito pranzi d’onore con il presidente Cossiga e Scalfaro.


(La Stampa, 30/1/2001)

 

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