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I titoli


Un Merlot assolutamente da assaggiare

Luigi Veronelli
Il merlo di Pidio calzolaio era fuggito dalla gabbia. "... lo aspettavamo nel cortile e ogni ombra che passava sembrava lui. E invece non era. Finché una sera, sulla siepe di canne, qualcosa di nero dondolava e ci guardava con occhietti che erano pun te di coltello". Chiudo il libro sedotto, è il canto diciottesimo di "Il Miele". Si pu˜ scrivere meglio? In romagnolo - come l' ha scritto Tonino Guerra - è, se possibile, più fascinoso ancora. Così che sono in bilico. Levare i calici agli occhietti di quel merlo fuggiasco proprio con Sangiovese di Romagna oppure privilegiare un altro Merlot della mia preferenza? Continuer˜ la lettura di Tonino Guerra con la bottiglia singolare di un Merlot di Montecarlo di Lucca. Gino Carmignani, detto il "Fuso ", genio e sregolatezza - che 11 anni ha sognato nelle vigne difficili tra i filari del Merlot - ha chiamato il suo vino Merlo-T 1998 della Topanera. La Topanera non è la compagna dei Tupamaros (topa vien detta - e il termine si carica d' infinita te nerezza - la parte femminile più intima). Un vino di quelli ch' io definisco compiuti per consistenza, calore e dialettico incanto. Quel gattaccio di un Gino - proprio come i gatti che stesi si fregano e fanno le fusa, lisciati sgraffiano - ha dato al vino del suo desiderio un nome che graffia. Ora il miracolo di questo Merlo-T, vinificato per sé solo in barriques e imprigionato in Magnum. Il merlo - lo scrivo "sottovoce" (non mi senta il merlo di Pidio calzolaio) - è tutt' altro che disprezzabi le in cucina. Se di campagna, nutrito di bacche odorose, ha carni delicate adatte ad un paté che rivaleggi con quello di tordo. Hai confidenza con i Patrons di "La Nina", ristorante in località San Martino di Montecarlo? Chiedi ti preparino proprio i l paté di merlo di campagna e provalo con il Merlo-T 1998 del "Fuso". Mangerai altri piatti del "La Nina"; sono celebri i maccheroni con la gallina, la faraona alla diavola, il "cordero" (costoline d' agnello alla brace) e se la và ancora la fiorentina. Terminerai il tuo pranzo - alla fin fine anche angelico - con un altro vino del "Fuso", Le Notti Rosse del Capo Diavolo che vorrebbe pur essere un Vin Santo. Lo vedi bene. V' è qualche elettiva confusione tra angeli con le ali e con la coda. Ne a vrai conferme dal vino tanto da memorare un conciliabolo caro agli anarchici. Il diavolo, ha resi tali servizi alla chiesa, da meravigliare com' esso non sia stato canonizzato per santo.


(Il Corriere della Sera, 11/2/2001)

Debutta il vino dell'antica Mothia un concorso per dargli un'etichetta. Prodotto con le tecniche dei Fenici, sarà presentato alla Borsa del turismo di Milano

Sarà uno degli ambasciatori dei vini siciliani, fiore all'occhiello di una produzione vincente e in linea con gli alti standard della qualità e della salute, oggi più che mai importanti in un mercato esigente e smaliziato. È il vino di Mothia, risultato della sperimentazione delle tecniche dei Fenici.
Oggi il vino di Mothia è pronto per essere imbottigliato. La Provincia di Trapani lancerà giovedì prossimo, alla Borsa italiana del turismo di Milano, un concorso per la realizzazione di un'etichetta degna di un prodotto destinato a diventare da collezione e a raggiungere le vetrine più prestigiose del mondo. Ne verrà fatto omaggio a tutti i grandi della terra: dal presidente americano George Bush alla regina Elisabetta d'Inghilterra.
«Il vino di Mothia rappresenta bene la filosofia che guida la nostra azione di promozione della produzione vitivinicola all'insegna del binomio vino e salute», afferma il presidente della Provincia di Trapani, Giulia Adamo. Ed è un altro tassello che contribuisce ad affermare la leadership della provincia di Trapani, che si conferma il secondo distretto vitivinicolo mondiale dopo la zona di Bordeaux. Del resto, il comparto trapanese vanta oltre 50 mila ettari di vigneto, prevalentemente di uve bianche. Solo nel ‘99 sono stati prodotti sei milioni di quintali di uve, da cui sono stati ottenuti quattro milioni e mezzo di ettolitri di vino.
Il "Mothia" è il frutto della ricerca avviata nel '98 dall'Istituto regionale della vite e del vino che, con la consulenza del famoso enologo Giacomo Tachis, ha ripreso la vinificazione dell'uva bianca della millenaria tradizione enologica di Mothia, chiamata "grillo", autoctona e ancora oggi esclusiva della provincia, allevata con i celebri impianti ad alberello, così come facevano gli antichi. Il risultato è stato un vino ad alta gradazione alcolica e di grande consistenza.


(La Repubblica - Palermo, 11/2/2001)

Le colline del vino barolo si difendono così. Presentato a sindaci e professionisti il piano paesistico che concilia sviluppo economico e tutela ambientale.

BAROLO
Sindaci, professionisti, tecnici comunali hanno partecipato numerosi alla presentazione del piano paesistico predisposto dalla Regione per la salvaguardia delle colline del barolo, svoltasi nel castello. Sono intervenuti l’assessore regionale all’Urbanistica Franco Maria Botta e gli architetti che hanno curato lo studio: cinque volumi riguardanti materiale, tipologie, tecniche di costruzione, suggerimenti che sono stati consegnati ai sindaci affinché ne tengano conto nella stesura dei piani regolatori dei loro Comuni. Si è anche discusso del difficile problema di conciliare la salvaguardia del territorio con le esigenze degli insediamenti produttivi.
Il progetto è entrato nella pianificazione dell’Unione europea grazie all’"Interreg II". Inoltre, l’assessore Botta ha assicurato il suo appoggio e ha invitato i sindaci in Regione per esaminare la possibilità di far diventare certe regole, ora non vincolanti, delle norme di legge. Il presidente dell’Enoteca regionale, Luigi Cabutto, commenta: "E’ stato molto positivo il fatto che i sindaci dei quattordici Comuni interessati si siano impegnati tutti a portare avanti il discorso di salvaguardia". Un’occasione per approfondire il tema della tutela del territorio in abbinamento con la produzione enogastronomica si avrà dall’8 al 10 giugno in occasione della convention nazionale delle "Città del vino", che si terrà quest’anno nella Langa del barolo.

G.D.R.


(La Stampa, 11/2/2001)

L’iniziativa del Consorzio acquese proseguirà fino al 18 febbraio. Il Brachetto emigra a Camogli.

ACQUI
Un San Valentino all'insegna del Brachetto d'Acqui Docg. Dall'8 al 18 febbraio, per iniziativa dell'Associazione commercianti ed operatori turistici di Camogli, si terrà nella bella e rinomata località balneare l'annuale edizione dell'iniziativa "San Valentino ... innamorati a Camogli". Tra gli sponsor ufficiali della manifestazione vi è il Consorzio di tutela del Brachetto d'Acqui Docg, presieduto da Paolo Ricagno. Oggi, sul lungomare di Camogli, sarà presente una romantica "Brachetteria", che offrirà a tutti gli innamorati una degustazione del famoso vino già noto agli antichi romani per le sue sorprendenti qualità. Già ribattezzato con il nome di "vinum acquaense", il Brachetto era particolarmente apprezzato dalle famiglie patrizie. Si narra che prima Giulio Cesare e poi Marcantonio ne avessero donato alcuni otri alla regina Cleopatra quale pegno d'amore. L'abbinamento consigliato per il Brachetto d'Acqui, sia per la versione classica a tappo raso che per quella spumante, è sicuramente a fine pasto con i dessert ed a metà pomeriggio con la pasticceria secca piemontese, quali ad esempio le paste di meliga, i torcetti, i novellini ed i krumiri.
Può inoltre essere abbinato anche alla frutta fresca poco acida, come ad esempio le fragole ed i lamponi. Il Brachetto d'Acqui Docg appare inoltre ideale come aperitivo, insieme a stuzzichini a base di salumi e formaggi od a frutta secca come le noci, le nocciole, le mandorle ed i fichi.
Tra i prossimi appuntamenti promozionali voluti dal Consorzio di Tutela, si segnala un'importante rassegna agroalimentare che si terrà a Palermo dal 21 al 25 febbraio, mentre dal 4 al 6 marzo il Brachetto d'Acqui Docg, sarà presente con un proprio stand al "Prowein" di Duesseldorf.



(La Stampa, 14/2/2001)

Chiuse le iscrizioni all’appuntamento (dal 20 aprile all'1 maggio) con l’enologia delle colline. Vinum prepara un’edizione da record.Oltre 200 produttori hanno già aderito alla rassegna

Giuseppina Fiori
ALBA Sono già 207 i produttori che con i loro 470 vini hanno aderito a Vinum, la rassegna enologica che si terrà dal 20 aprile al primo maggio al palazzo di piazza Medford, accompagnata da manifestazioni su tutto il territorio.
I nomi dei produttori è destinato a crescere, sono previste ulteriori adesioni prima dell’inizio della fiera e si raggiungerà sicuramente un record di presenze con oltre 500 vini.
Ai banchi di degustazione si troveranno i prodotti d’autore delle colline del barolo, barbaresco, dolcetto, barbera, nebbiolo, arneis, moscato. Il presidente dell’ente turismo, Claudio Alberto, sottolinea: "Sarà un’edizione particolarmente rivolta ai giovani". La fiera sarà inaugurata il 20 aprile al teatro Sociale (ore 17) e subito dopo saranno aperti i padiglioni espostivi di piazza Medford: fino al primo maggio sarà un susseguirsi di degustazioni, incontri e convegni. Il 21 aprile si terrà un convegno sulla "biodiversità della vite", il 26 e il 27 un congresso internazionale sull’imballaggio del vino, mentre il 30 aprile sarà riservato a "Vinum a teatro" con degustazioni sul palcoscenico del "Sociale". Vinum sul territorio sarà inaugurato il 15 aprile all’enoteca regionale "Colline del moscato" di Mango. Anche le altre enoteche regionali ospiteranno eventi importanti: "Optima Roero" a Canale il 29 aprile; "Barbaresco, paese della musica e del vino" a Barbaresco (13 maggio); "Dolcetto day" all’enoteca di Grinzane Cavour (27 maggio); convention nazionale "Città del vino" dall’8 al 10 giugno a Barolo. Le feste sul territorio proseguiranno fino a fine giugno.

(La Stampa, 14/2/2001)

I produttori potrenno partecipare alla "Borsa" prevista ad Aprile in Belgio e Francia. Una vetrina europea per il vino calabrese

Teresa Munari I produttori di vino calabresi che volessero partecipare alla "Borsa dei vini italiani", prevista per il 23 aprile 2001 ad Amsterdam e il 26 aprile a Bruxelles, potranno contattare l'Istituto per il commercio estero (Ice) Dipartimento promozione e cooperazione, Area prodotti agroalimentari, Linea vini, alcolici, bevande, rivolgendosi direttamente alle responsabili dell'iniziativa, Alba D'Innocenzo e Maria Gilli . Le ditte interessate potranno inoltrare via fax (il numero è 06 59926968/54218243) una richiesta per ricevere sia il modulo di adesione sia tutte le successive circolari informative e il modulo di contratto, ma la richiesta dovrà pervenire all'Ice entro il 23 febbraio 2001. Ne ha dato notizia l' europarlamentare Giovanni Pittella che è stato promotore dell'iniziativa nell'ambito delle attività promozionali previste per il 2001 per l'area Ue. Pittella ha spiegato anche che "la scelta dell'area nella quale promuovere il vino italiano è caduta su Belgio e Olanda , perché i due Paesi hanno acquisito, negli ultimi anni, una crescente importanza nell'ambito dei Paesi dell'Unione Europea, per aver registrato un costante aumento delle importazioni vinicole italiane". Secondo Pittella si tratta di "una occasione ottima soprattutto per i produttori meridionali che avranno modo di proporsi su nuovi mercati ed iniziare un percorso virtuoso attraverso le iniziative organizzate dall'Istituto per il commercio estero, nel quadro della politica di promozione dei prodotti italiani sui mercati internazionali e che sono, quindi, dirette a promuovere e tutelare, in via prioritaria, l'immagine dell'Italia in generale e l'interesse collettivo". L'Istituto per il commercio estero, che organizza partecipazioni a fiere internazionali e iniziative per sviluppare contatti e business, attraverso seminari e incontri tra operatori, ricerche di mercato, azioni di comunicazione, attraverso 100 uffici dislocati in 78 Paesi provvederà ad invitare alla manifestazione prevista in Belgio e in Olanda rappresentanti del commercio alimentare e della ristorazione, sommeliers, rappresentanti della stampa, opinion leaders., così come è previsto dalle sue finalità istituzionali.


(La Stampa, 14/2/2001)

Vigne coltivate in modo nuovo, eterna disputa tra padri e figli.

Luigi Sugliano
RACCONTA di quando il gelo scese nella voce del padre e il pomeriggio sfumò in una sera di silenzi. Avevano parlato di vino e vigneti, di botti più piccole e cantine, di voglie di provare a cambiare, spostando avanti l’orologio del tempo e delle lune. Il padre aveva scosso il capo, borbottato qualche frase nel dialetto di Canale d’Alba. Poi aveva detto un no secco, chiudendo la porta ad altre parole. Si era ricordato delle fatiche del verderame, dei gesti sempre uguali a "Cascina Cà Rossa", dei grappoli di nebbiolo che i vecchi come lui avevano fatto crescere in una terra che era stata sabbia e sudore. Cambiare, pensò, era un rischio e forse una bestemmia. Ricorda, Angelo Ferrio, di come quel gelo fosse diventato una sfida, non una disubbedienza. Voleva far crescere qualcosa di suo, seguire i passi che altri avevano già tracciato. Nel mondo delle colline, tra Langhe e Roero, c’era chi faceva il vino senza tener conto delle lezioni dei patriarchi, nuove tecniche e mani accarezzavano meglio gli acini, il legno poteva diventare la cassa armonica di bottiglie più buone. Racconta che il giorno dopo, lui, Angelo Ferrio, uscì di casa e acquistò un vigneto tutto per sè. Non era un distacco dal padre, pensò, ma soltanto una vita parallela. Non era una gara, ma soltanto una piccola scelta di autonomia. Seguì le viti come fossero un bambino, le diradò sperando che il padre non lo vedesse, comprò piccole botti. Poi, luna dopo luna, fece il vino come mai lo avrebbe fatto il nonno. Ricorda il giorno in cui, assieme al padre, andò a Torino per ricevere il premio per quelle bottiglie nate da una sfida, cresciute tra orgoglio e paura, riempite di fatiche e speranze, profumate di profumi nuovi che nascevano dall’antico, come era la sua terra. Il padre non parlò, sorrise appena, e chiese di poter bere quel vino, che l’acqua non gli bastava. Parlò invece Filippo Gallino, un uomo alto e magro, forse il doppio degli anni di Angelo Ferrio. Disse, ritirando il premio, che lui il vino aveva vol uto farlo come lo facevano i giovani, perché su quella strada correva il futuro, in quelle cantine nascevano nuove voglie, altre lezioni. Così finisce la storia eterna di padri e figli, dei loro solchi sulle colline che giocano fra il vecchio e il nuovo, fino a quando si alzerà il sole sui vigneti.


(La Stampa 14/2/2001)

Le cariche della comunità collinare di 13 paesi del Sud Astigiano. Il sindaco di Incisa è il primo presidente di "Vigne&Vini".

NIZZA
Mario Porta, 45 anni, sindaco di Incisa è il presidente della comunità collinare "Vigne&Vini": 13 paesi del Sud Astigiano, con un totale di circa 19 mila abitanti. E' stato nominato lunedì sera dal Consiglio (21 membri) a sua volta scelto dalle maggioranze e minoranze dei vari Comuni. Come presidente del Consiglio è stato eletto Marcello Piana, primo cittadino di Castelletto Molina. Vice, Lorenzo Giordano di Vinchio. Questo per ora l'organigramma della nuova unione, che sarà poi perfezionato con la nomina della giunta e del presidente della consulta. Del governo della comunità dovrebbero far parte: Giovanni Spandonaro (vicepresidente Mombaruzzo), Massimo Fiorio (Calamandrana), Meo Cavallero (Quaranti), Andrea Drago (Cortiglione), Mauro Oddone (Nizza), Franco Muzio (Bruno). La consulta sarà guidata da Ezio Terzano (San Marzano).
"Vigne&Vini" è così ufficialmente insediata, dopo due mesi di consultazioni e non poche polemiche, a dire il vero tutte "nicesi", innescate dal vivace capogruppo di minoranza consiliare di Nizza Nuova Pietro Braggio, che ha criticato dapprima "il ruolo non incisivo della giunta Pesce all'interno della creazione dell'ente" e poi i ritardi con sui si è arrivati alle nomine. La riunione di lunedì però, seppure la discussione abbia avuto alcuni momenti "caldi", si è conclusa con la votazione all'unanimità di Porta. Braggio nell'ente siede in rappresentanza delle minoranze, insieme a Ferruccio Signetti (Calamandrana), Lorenzo Porta (Incisa), Fabio Mazzucco (Vinchio), ed ai colleghi nicesi Luisella Martino e Giorgio Pinetti. Con l'impegno, non appena Castelnuovo Belbo avrà votato il suo nuovo Consiglio comunale, di lasciare un posto alle future minoranze del paese, ora commissariato.


(La Stampa, 14/2/2001)

Bandito dalla Camera di commercio, selezioni affidate a due commissioni. Vini, si riparte dal "Marengo doc". Il concorso enologico è giunto alla 2^ edizione.


ALESSANDRIA
E’ stato bandito dalla Camera di commercio l’ormai tradizionale concorso enologico "Premio Marengo doc", che con l’ edizione 2001 compie 27 anni. "La volontà - dicono gli organizzatori - resta quella di far conoscere, promuovere e premiare la qualità e la quantità dei vini doc e docg alessandrini, il concorso infatti intende valorizzare per ogni singola zona i vini qualitativamente migliori, indicandoli ai consumatori".
Possono partecipare al "Marengo" produttori vinicoli, cooperative, industriali e commercianti che presentino partite di vino doc e docg derivanti solo da uve prodotte o provenienti da vigneti di zone comprese nel territorio della provincia.
Per l’edizione 2001 il concorso prevede che i vini partecipanti vengano sottoposti, in forma anonima, al giudizio di due commissioni tecniche nominate da Asperia, azienda speciale della Camera di commercio, e Onav (assaggiatori vino).
I vini che otterranno un punteggio non inferiore a 85 centesimi riceveranno il diploma "Premio Marengo doc". Tra tutti questi una commissione selezionerà i migliori trenta vini che riceveranno la "selezione speciale": 12 rossi, 12 bianchi e 6 aromatici.
Operatori di vinerie ed enoteche. Ultimi giorni per iscriversi al corso di formazione professionale per operatori di vinerie ed enoteche in provincia e rivolto ai disoccupati. L’iniziativa è promossa dal Consorzio per la formazione professionale nell’ Acquese e dalla società consortile Langhe Monferrato Roero, con fondi regionali. Il corso, 300 ore, è gratuito, per le iscrizioni occorre telefonare al Consorzio (il numero è lo 0144-323354).


(La Stampa, 14/2/2001)
Produzione di circa 3 milioni di bottiglie all’anno. Si punta sull’alta qualità. Barolo inaugura "Terre da vino". La nuova Cantina raggruppa tredici cooperative.

BAROLO
Sarà inaugurata oggi "Terre da vino", la nuova e modernissima cantina che raggruppa tredici cooperative con una produzione di circa 3 milioni di bottiglie all’anno di vini doc e docg del Piemonte. Sono ottenuti quasi interamente con uve di proprietà dei 2.500 soci che coltivano 3.500 ettari di vigneti piemontesi. Nata nel 1980 per volontà dell’Esap (Ente di sviluppo agricolo della Regione), la "Terre da vino", che è una società per azioni, è stata privatizzata nel 1993: dai 7 miliardi di fatturato di quell’anno è passata ai 18 miliardi del 2000, con l’obiettivo di raggiungere i 20 miliardi nel 2001 (nel 2000 il 36% del prodotto è stato esportato). Dal novembre scorso opera nella nuova sede di Barolo, una moderna costruzione, che ha sollevato anche polemiche.
Dice il direttore Piero Quadrumolo: "Puntiamo su una produzione di vini doc e docg di alto livello perché il mercato va in questa direzione. Si possono fare grandi vini anche con grandi numeri, purché si disponga di materia prima di alta qualità". Quadrumolo porta l’esempio della barbera d’Asti "La luna e i falò", il fiore all’occhiello dell’azienda, che ha ottenuto riconoscimenti dalle guide di settore (Gambero Rosso, Slow Food, Enogea) e la medaglia d’oro al Wine Challange di Londra. "Un punto di forza sarà la ricerca - dice Quadrumolo -. La consulenza scientifica è del Dipartimento di colture arboree dell’Università di Torino in collaborazione con la Vignaioli Piemontesi". I progetti in corso riguardano barbera d’Asti, Piemonte moscato Passito e Langhe nebbiolo. Perché l’insediamento a Barolo? "Siamo legittimati dalla presenza di 395 soci di Langa e Roero nella ‘’Terre da vino’’, con 350 ettari di vigne coltivate". A tagliare il nastro oggi, alle 16,30, ci sarà l’assessore regionale all’Agricoltura Deodato Scanderebech. Oltre al direttore interverranno il presidente della "Terre da vino" Lorenzo Ottria (traccerà la storia delle cooperative in Piemonte), nonchè il direttore della Vignaioli Piemontesi e membro del consiglio di amministratrazione della cantina, Gianluigi Biestro.

(La Stampa, 16/2/2001)

Incontro a Canelli. Torna la moda e il fascino dei vini speziati.

CANELLI. Stamane, dalle 9,30, all’Enoteca regionale in corso Libertà, a due passi dagli stabilimenti e le sedi storiche di alcune grandi aziende vinicole canellesi, si apre il convegno storico scientifico su "I vini e le spezie". Si tratta di una giornata di studio dedicata al vino aromatizzato. L’organizzazione, con il patrocinio del Comune, è dell’Oicce, l’ente, con sede in città, che si occupa di temi enologici, presidente è Moreno Soster, direttore Pierstefano Berta, responsabile dello stabilimento canellese della Ramazzotti (gruppo Pernod-Ricard). Annunciati interventi di vari esperti in campo enologico, famacologico ed erboristico. Si parlerà del connubio tra vino ed erbe officinali. Tra gli esempi Ippocrasso, il vino aromatico nato mille anni fa; il Barolo Chinato, ricetta a base di china calissaia nata nell’Albese ad inizio ’900 tornata di moda tra i giovani con significative produzioni astigiane; e il progetto Vermouth Canelli, un ritorno alle origini per rilanciare il vino aromatizzato a base Moscato precursore dei vermouth industriali. Nell’ambito del convegno canellese saranno consegnati anche premi a ricercatori siciliani e piemontesi che hanno compiuto lavori in ambito enologico.

 

(La Stampa, 16/2/2001)


Brunello in crescita, ma i prezzi frenano. Debutta in commercio l'annata '96, di qualità media. Fra i produttori, molte donne

dal nostro inviato
ANTONIO PAOLINI
MONTALCINO (Siena) - I produttori? Sereni. E sempre più numerosi. Quelli in Consorzio, 204, quasi 60 in più in pochi anni, sono in continua crescita, e poco importa che la tassa d'ingresso per fare Brunello di Montalcino (tocca comprare vigna e cantina, ed i prezzi sono stellari) sia così salata. In questo spicchio di Toscana ("La vecchia pietra" dicono i senesi) il refolo di cautela e lieve apprensione che in altre aree vinicole di rango aleggia, dopo anni di euforia e prezzi-boom, pare un po' più lontano. Eppure...
Eppure, le tre stelle (cioè annata buona, ma non grande, né eccelsa) che pur dopo tanti peana a caldo, verranno ufficialmente assegnate stamane alla vendemmia Duemila, qui a Montalcino, sono un indizio. E' chiaro che un'annata a tre stelle non spunterà i dollari di una da cinque. E dunque - visto che a debuttare ora in commercio, dopo l'affinamento quinquennale, è il Brunello '96 altra annata così e così - quel che di fatto s'innesca è un po' di calmiere. Misura precisa dopo tanto correre, si dirà. E saggezza di donna anche, si potrebbe aggiungere. Perché, guarda caso, la maggior parte dei volti nuovi del "maschio" tosto Brunello, è composta da aggraziate quanto avvedute signore.
Eccolo là, rubare la scena ai soliti protagonisti, durante il test-vetrina dell'annuale Brunello day: Rosalba Vitanza (uno dei più centrati '96 in giro), Silvia Calzolari, le Bianchini & Mori del Marroneto, Patrizia Cencioni, Francesca Tagliabue (in Biondi Santi, moglie e socia del Jacopo di celebre stirpe brunellesca) a Poggio Salvi, l'oriunda Cristina Mariani al timone di Banfi, la Titti Frescobaldi front-line del gruppo... e si potrebbe continuare. Le avvedute signore (ed i signori che, per logica simmetria con quanto avveniva un tempo, si intravvedono dietro di loro) hanno ragione a sorridere: l'affare Brunello fattura 380 miliardi, più 15% nel 2000. E scusate se è poco.
Ma, dietro il business, crescono anche le radici? Certo che sì, se idee come quella in sbarco a Castelnuovo, in un'ex scuola elementare deserta per mancanza di pargoli, si infittiranno. Lì nascerà la prima scuola dei mestieri del vino "sul" territorio e, tra i mestieri, anzitutto cantinieri e potatori, di cui c'è gran bisogno.
Proprio il territorio però, stenta a condividere gioie ed utili del mondo Brunello. Sentite il sindaco (coalizione di sinistra, 61%) di Montalcino, Massimo Ferretti: "Il comune è tra i più vasti d'Italia, 25.000 ettari (solo di scuolabus 800 km al giorno). E' un volano di ricchezza, ma è anche uno dei più poveri". Paradosso di un paese immerso - in ogni senso - nel liquido: l'erario locale non vede una lira. "Le aziende agricole non pagano Ici né Irap". Il piatto piange. Ecco allora l'idea: una Fondazione. In cui chi tanto prende, mette un po' per il bene comune. "Se anni fa ci si chiedeva: chi sarebbe Montalcino senza Brunello, oggi guardandosi intorno, ambiente, arte, centro storico, una cornice che è marchio e garanzia, è il caso di chiedersi: come sarebbe il Brunello senza Montalcino?". Caro sindaco, come darle torto?


(Il Messaggero, 17/2/2001)


Uno sfregio sui colli del Chianti. "Quella frana è stata provocata dai detriti del cementificio"
Trascinati a valle alberi e pietre, compresso l'alveo del Greve, chiusa la strada provinciale: nel mirino gli stabilimenti della Sacci


MAURIZIO BOLOGNI

GREVE IN CHIANTI - La ciclopica lingua gialla, impastata di detriti e terra secca, curva sulla collina, fende il verde del bosco, appoggia la sua punta diabolica sull'alveo del fiume Greve. Spernacchia il castello di Verrazzano e quello di Vicchiomaggio, che dall'altro versante delle colline vorrebbero dominare un Chianti paradisiaco invece di subire lo sberleffo di questa montagna squarciata, a forma di irriverente linguaccia. E' così dal 18 gennaio, il giorno della frana, scesa con un crepitio impressionante tra Pian dei Pecorai e Testi, nel comune di Greve. Milioni di metri cubi di terra hanno trascinato giù alberi e pietre, fino a restringere l'alveo del Greve e a far chiudere la provinciale della Valdigreve, che sarà riaperta al traffico dei mezzi pesanti il 21 febbraio. «Tutta colpa della cava, della sua discarica di detriti, delle mine esplose per ricavare il materiale da trasformare in cemento» tuonano ambientalisti, viticoltori, imprenditori del cotto. E adesso si temono il disastro idrogeologico, danni all'industria del vino, dell'agriturismo, del cotto, all'immagine del paesaggio chiantigiano. Si fanno domande. «Chi e perché ha autorizzato quella miniera e l'estendersi progressivo della sua attività?» chiede ad esempio il consigliere provinciale dei verdi Sergio Gatteschi.
La lingua ciclopica sbava un'acqua limpida che zampilla fuori dalla frana. Non è una sorpresa. Questo fianco della collina che è venuto giù si chiama «Le Spugne» perché è imbevuto di acqua sorgiva, è naturalmente instabile, friabile. Eppure, trecento metri sopra lo smottamento, il terreno è stato appesantito per decenni dallo scarico dei detriti della miniera, gli scarti che il cementificio Sacci non utilizza. Una discarica di pesanti materiali inerti in cima alla collina coi piedi d'argilla. Normale che adesso, dopo il fattaccio, a qualcuno tutto questo sembri paradossale, anche se la discarica non è piovuta giù a valle, ma è sprofondata in verticale quando gli è venuto a mancare il sostegno.
Il cementificio c'è da una vita. E' al centro di un'area di 329 ettari tutti di proprietà della Sacci spa, la società che in Italia ha altri quattro cementifici e che fa capo agli impresari romani Federici. Dà lavoro diretto a 120 persone, a 65 autotrasportatori delle due aziende satellite insediate nell'area, ad altre 300-400 persone dell'indotto. Ogni anno scava dalla collina nel Chianti 700.000 tonnellate di marna da cemento, grazie ad una concessione che il ministero dell'industria, tramite il distretto minerario di Firenze, ha rinnovato nel 1995 per altri 30 anni. Adesso il cementificio è nel mirino.
«Il Chianti è la cartolina d'Italia. Ecco che immagine offriamo al mondo, alle migliaia di turisti che vengono qui per cercare il bello» tuona Luigi Giovanni Cappellini, indicando la montagna squarciata che deturpa la vista dal suo castello di Verrazzano. «Che ci incastra un cementificio nel Chianti? La frana è l'occasione per ripensare la presenza di quel mostro». Se viticoltori e operatori turistici temono le conseguenze del danno d'immagine, a valle, al Ferrone, le decine di imprese del cotto tremano di fronte al rischio idrogeologico. «Se le frane sbarrano il corso del Greve, c'è pericolo di esondazioni e di allagamenti delle nostre aziende» dicono. Un bypass, costituito da un centinaio di metri di un enorme tubo sotterraneo in cemento, già installato in fretta e furia, garantirà lo scorrimento del fiume se la frana dovesse muoversi ancora ed ostruire il corso d'acqua. Ma il rischio potrebbe ripresentarsi altrove.
Sul fronte opposto, i sindacati interni della Sacci sostengono che non ci sono rischi né per l'ambiente né per le altre attività del comprensorio, ma che l'unico vero rischio lo corrono i loro posti di lavoro. E sferrano un inaspettato attacco ai vigneti: «Lo sconvolgimento del paesaggio causato dalla Sacci è ben poca cosa rispetto alle trasformazioni provocate da decine di anni con l'impianto di sterminati vigneti e la conseguente sparizione dei muri a secco, dei terrazzamenti, dei fossi e dei borri che "naturalmente" caratterizzavano le nostre zone». La patata bollente è adesso in mano alle amministrazioni pubbliche e in particolare ai sindaci dei Comuni di Greve e San Casciano val di Pesa, che ospitano l'area del dell'estrazione mineraria. Paolo Saturnini, primo cittadino di Greve, strizzato tra i nemici della Sacci e gli operai che temono di perdere il lavoro, se la cava così: «Siamo preoccupati, abbiamo chiesto l'intervento della Regione e nominato un nostro avvocato perché tuteli gli interessi collettivi, ma non criminalizziamo la Sacci, la sua attività non è rischiosa».

(La Repubblica - Firenze, 17/2/2001)

 

 

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