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I titoli


Il vino pregiato si converte al biologico

CASTELLINA - Conversione totale al biologico: riguarda anche le pregiate etichette del Chianti. Un pianeta, quello dei prodotti biologici, che il vino ha preso da poco a esplorare. Il Chianti si appresta a essere "pilota": a Castellina, nel magico scenario medioevale di via delle Volte, è stato aperto un negozio di vini derivati tout court da agricoltura biologica. Questi prodotti hanno fatto la loro comparsa anche nel "mercatino" di fine anno sempre a Castellina, lungo le strade del centro storico. Prestigiose "firme" del vino hanno dunque preso a percorrere la strada del "biologico", che oggi incontra i favori del vasto pubblico. Centri con prodotti dell'agricoltura biologica stanno aprendo un po' dappertutto anche altrove nel Chianti.
Andrea Ciappi


(La Nazione, 7/1/2001)


Antinori, "supertoscano" in cima al mondo

CARLO CAMBI
Lo chiameranno sua altezza, lo chiameranno il Piero delle vigne. Sotto il campanile di Giotto il gusto di trovar soprannomi è passatempo impagabile; nello struscio tra Ponte Vecchio e Piazza della Signoria ci si ammicca, ci si sfotte con una puntina di veleno e una gran dose di rispetto. Del resto i signori di Firenze da sempre amano aggiungere al blasone un'etichetta personale sotto forma di pseudonimo. Dal Magnifico in avanti.
Oltreoceano lo chiamano già "the best". Glielo hanno detto consegnandogli unico italiano assieme a un altro grande delle nostrane cantine, il piemontese Angelo Gaja il premio "Una vita per il vino". Che è una specie di gran commenda della vite. Gli americani per Piero Antinori hanno una sorta di fascination. Che è frutto dei grandi vini che lui produce, dell'immagine wonderful che la Toscana e il Chianti in particolare riflettono nel nuovo mondo e dell'antico: gli Antinori contano otto secoli di nobiltà e si iscrissero all'arte dei vinattieri fiorentina a far data dal 1347. E per chi gli yankees di Napa e Sonoma ritiene che un sasso vecchio di un paio di secoli sia un totem del tempo, trovarsi al cospetto di tanta storia fa girare il capo. Lui, il marchese Piero, lo sa ma fa finta di niente. E intanto si gode il suo completato rinascimento. Durato appena un decennio, al termine del quale è salito sul tetto del mondo del vino. Wine Spectator, forse il più autorevole foglio che si occupi di barrique e di filari, ha decretato che il Solaia '97 prodotto dalle cantine Antinori di San Casciano in Val di Pesa, è il miglior vino del mondo. I tester americani hanno assaggiato più di 3 mila etichette: tutti i grandi Chateaux francesi, tutti i californiani (che giocando in casa sono sempre favoriti), i grandi Porto. Poi hanno decretato che quella bottiglia di «supertuscan» era imbattibile.
E in quella classifica Antinori ha fatto strike perchè tra i primi cento vini figurano altre sue due bottiglie, il bolgherese Guado al Tasso e il Chianti riserva Badia a Passignano. E pensare che James Suckling, il reporter residente in Italia per conto di Wine Spectator, non è mai stato troppo tenero con il Chianti, più incline com'è a subire il fascino del Brunello, vino più austero e diversissimo dai californiani. Ma la magia di quelle bottiglie che nascono da blend di vini rari sulle colline tra Firenze e Siena e le luminose pianure della prima Maremma, e che proprio gli americani hanno battezzato «supertuscan» per non confonderle con le denominazioni classiche, è stata quest'anno più forte di ogni resistenza o convinzione personale. "Non considero confessa Antinori il premio dato al Solaia un punto di arrivo, semmai è l'inizio di un ulteriore cammino. Il dato economico che più balza agli occhi è che dopo questo premio il prezzo del Solaia è diventato incontrollabile. E non possiamo neppure calmierarlo mettendo sul mercato altre bottiglie: non ne abbiamo più neanche una goccia. La verità é però che quel riconoscimento ci spalanca le porte oltrechè del mercato statunitense di tutti i mercati di fascia alta del mondo". E sotto traccia si legge il guanto di sfida lanciato ai francesi. Non è solo in questo, il marchese: ci sono altri grandi toscani e alcuni piemontesi pronti al sorpasso di qualità e di notorietà. Ragionandone a Siena durante un convegno non a caso chiamato Mytos si è infatti scoperto che da soli in termini di fatturato toscani e piemontesi fanno il 50% dell'export italiano di bottiglie.
Per Antinori questo successo deve avere un sapore particolare, perché dall'82 al 90 la famiglia fu costretta a cedere una parte dell'azionariato dell'azienda agli inglesi della Whitebread, birrai. Per una cantina nobile come quella fiorentina corrispondeva più o meno ad un matrimonio d'interessi. Senza amore. Il divorzio c'è stato quando gli Antinori hanno riassettato tutte le aziende complice il successo di un vino che divenne di moda in brevissimo tempo: il Galestro, un bianco beverino che andava a colpire il target dei vinho verde. Se allora il Galestro rimise a posto i conti, oggi il Solaia può decretare il definitivo successo. Adesso infatti il marchese tiene insieme alle sue figlie (Albiera, Allegra e Alessia) l'intero capitale nelle sue mani. Puntando a nuove espansioni. "Per ora spiega Piero Antinori presidente e amministratore delegato del gruppo abbiamo fermato l'acquisizione di nuovi terreni. Abbiamo già una ventina di aziende vitivinicole, compresi i tenimenti in California e in Ungheria, Copriamo tutte le zone di pregio della Toscana (dal Chianti al bolgherese fino alla zona del nobile di Montepulciano e a Sorano), il Castello della Sala in Umbria ci sta dando soddisfazioni eccelse, la Prunotto che è seguita da Albiera in Piemonte sta riscuotendo consenso crescente e lo sbarco in Puglia è stato felicissimo. L'espansione sta nel rinnovamento delle cantine, nel periodico rinnovo dei vigneti, nella sperimentazione, nel lancio di nuovi vini e in qualche settore emeregente come quello degli agriturismi e dell'olio". Proprio l'olio congelato è il "giocattolo" della più piccola delle figlie, Alessia, che dai tenimenti di Peppoli vuol dare alla spremitura delle olive la stessa nobiltà del vino di famiglia. Ma non c'è dubbio che gli Antinori siano riusciti in un piccolo miracolo: coniugare produzioni di massa con gioielli di qualità assoluta. Queste cantine sono quelle che hanno "inventato" il Novello in Italia, ma sono anche quelle che hanno aperto con il Tignanello la strada dei «supertuscans», sono quelle che puntano sui bianchi fruttati come il vermentino in forte espansione nella tenuta Belvedere di Bolgheri ma che poi col Cervaro e il Muffato della Sala mettono sul mercato i due bianchi più esclusivi italiani.
"Tradizione e innovazione spiega Antinori sono il nostro credo. Un credo che per ora ci ha portato buoni frutti. Il bilancio dell'azienda è in continua crescita". A fine anno il consolidato sarà di 170 miliardi, l'utile attorno ai 17, ma ciò che più conta è che l'export ha superato la vendita nazionale (55% contro il 45) con una fortissima penetrazione nei due mercati ricchi , Usa e Germania, e un boom in Giappone e latinoamerica. "Segnosostiene Antinoriche il vino italiano di qualità é ormai percepito come un bene di investimento personale". Tant'è che Piero Antinori è stato il primo a tentare di sposare botti e finanza emettendo assistito da Mediobanca obbligazioni convertibili in vino. "E' stato un successo come collocamento, ma dice il marchese forse non è quello che ci vuole. Le cantine non possono reggere le regole della Borsa perchè non tutte le vendemmie sono eguali. Semmai vedrei bene la nascita di fondi chiusi che piuttosto che a puntare ai dividendi di fine anno puntano sulla rivalutazione dei terreni agricoli. Lì sta la vera ricchezza. Perchè il vino chiede investimenti massicci: noi ne facciamo per una ventina di miliardi l'anno, non saremmo mai in grado di distribuire dividendo appetibili per investitori mordi e fuggi. Altro discorso è puntare sugli incrementi patrimoniali che sono i campi e le bottiglie. La prova sta nelle quotazioni del Solaia '97. E' indubbio però che noi vignaioli abbiamo bisogno di trovare risorse economiche per la competizione globale.". Un messaggio chiaro ai tanti che attratti dalla moda si buttano a far vigna? "Sì, il nostro è un mestiere difficile che richiede pazienza. I tempi sono quelli delle vigne non quelle dei sogni degli umani. Però è vero che tanti industriali che hanno seriamente investito nelle cantine hanno fatto buoni affari se si sono messi a fare il vino in termini professionali; la nuova frontiera è infatti la qualità assoluta. Sul modello della Toscana".



(La Repubblica, 8/1/2001)

La famiglia Cecchi investe in Umbria


Michèle Shah
La famiglia Cecchi ha comprato la sua prima tenuta fuori dalla Toscana, spendendo una cifra iniziale di 2,2 milioni di dollari per acquisire una proprietà in Umbria, nella zona di Montefalco. La famiglia Cecchi attualmente possiede l'azienda Casa Vinicola Luigi Cecchi e tre tenute in Toscana: Villa Cerna, nel Chianti Classico; Castello di Montauto, a San Gimignano; e Val delle Rose, in Maremma. Lo scorso anno la compagnia ha prodotto in totale 800000 casse di vino sotto i nomi di Cecchi e delle altre tenute.

"La decisione di investire in Umbria è stata una decisione della famiglia basata sulla vicinanza geografica con la Toscana e sul potenziale come area dal promettente potenziale vitivinicolo," ha dichiarato Andrea Cecchi, il direttore tecnico delle cantine Cecchi. "La nostra politica è realizzare vigneti e vini che esprimano il terroir e che riflettano le varietà di uve indigene dell'area. Abbiamo scelto Montefalco per il carattere unico della sua varietà di uva, il Sagrantino, che crediamo abbia un grande potenziale."

La nuova azienda di Cecchi, Tenuta di Montefalco, è costituita da 70 acri, dei quali 20 sono di vigneti piantati a sagrantino, un'uva viva e tannica. Entro i prossimi cinque anni, Cecchi progetta di piantare altri 50 acri di sagrantino. L'azienda è situata ad una altitudine di oltre mille metri, nell'area di San Marco, due miglia fuori dal borgo medioevale di Montefalco. Le vigne hanno una esposizione sud-sudest, che è favorevole per un'uva a maturazione tardiva come sagrantino.

"Questo è un progetto a medio-lungo termine," ha detto Andrea Cecchi, "È troppo presto per dire quando il vino sarà pronto; siamo solo alla fase iniziale. Tuttavia, la nostra intenzione è di produrre un vino di qualità importante."

Oltre alla tenuta Montefalco, Cecchi ha anche acquisito un grande palazzo, Palazzo Paolucci, che è situato al centro di Montefalco ed era stato costruito sulle fondamenta di una chiesa che risale al 13^ - 14^ secolo. La famiglia spera di aprire un centro per i visitatori, con degustazioni e possibilità di alloggio, in tempo per l'autunno 2002.


(Wine Spectator, 10/1/2000)

Pelago, passaporto per i palati all'estero

di TIZIANA CAPOCASA
E'il Pelago della cantina Umani Ronchi di Osimo, il vino marchigiano più apprezzato e conosciuto all'estero. Sin dalla prima annata, 1994, questo rosso da uve cabernet sauvignon, montepulciano e merlot, maturato in barrique di rovere di Allier e Troncais per 14 mesi e affinato in bottiglia per 12 mesi, è risultato il miglior vino del mondo, a Londra, all"International Wine Challenge", un concorso di alto livello che va da Chateau Latour ad Opus One per un totale di oltre seimila etichette da tutto il mondo. Sulla scia di quella grande e meritata notorietà questo rosso internazionale, eppure così mediterraneo, dal nome che allude a mari profondi, è richiestissimo nel Regno Unito, poi in Scandinavia, Germania, ma anche nel Giappone, Canada ed Usa, che segna la più alta percentuale di crescita. Artefice di questo "miracolo" enologico Giacomo Tachis, il maestro di Sassicaia, Tignanello e altri vini illustri derivanti da cabernet.
Anche se le annate successive non hanno ripetuto l'eploit del Pelago '94, il grande vino marchigiano è entrato nella ristretta cerchia delle etichette italiane che tirano di più nelle famose aste Cristie's e Sotheby s e resta, per l'autorevole rivista "Civiltà del bere" tra i vini top del secolo. Il merito di questa importante azienda con cantine a Castelbellino ( per la vinificazione del Verdicchio) ed Osimo (per la lavorazione del Rosso Conero, imbottigliamento e stoccaggio dei vini) è di aver fatto conoscere all'estero una regione come le Marche, fino ad a qualche anno fa, relegata, nel panorama enologico internazionale, al ruolo di Cenerentola. "L'exploit del Pelago- commenta Massimo Bernetti, titolare della Umani e Ronchi-è la concausa di tanti effetti, l'enologo di grande competenza e prestigio, tutto lo staff tecnico aziendale, nonché i nuovi vigneti ( 50 ettari) e l'innovazione tecnologica in cantina. Il segreto del nostro successo sta, inoltre, nell'accurata selezione delle uve, nelle ridotte rese per ettaro, nei controlli severi in laboratorio, nella continua ricerca in vigna ed in cantina; tutti elementi che constaddistinguono la nostra filosofia aziendale". Ai massimi riconoscimenti per il Pelago se ne sono aggiunti altri, come ad esempio l'assegnazione dei Tre Bicchieri sulla guida "Vini d'Italia 2001" al più tradizionale dei bianchi della regione, il Verdicchio dei Castelli di Jesi nella selezione Casal di Serra '99. Si tratta di un vino molto elegante, ricco al naso di sfumature fruttate con sentori di camomilla. Tra gli altri bianchi spicca la Riserva del Verdicchio Plenio '97 per l'equilibrio tra frutta e legna. Inconfondibile il botrizzato Maximo '97 considerato da tutte le guide come uno dei migliori in Italia in questa tipologia.


(Il Messaggero, 12/1/2001)

E' polemica sull'Enoteca regionale. Scontro tra Costantini e Sciarretta

ORTONA - E' polemica sull’Enoteca regionale. Il presidente della Commissione di vigilanza della Regione, Carlo Costantini (Democratici), attacca l'assessore all’Agricoltura Francesco Sciarretta (An): "L'Enoteca, sorta con lo scopo di valorizzare e promuovere i vini d’Abruzzo, diventa un piccolo ricettacolo delle clientele di centrodestra. Per il 2001 sono stati aumentati i finanziamenti, e a presidente dell'Enoteca stessa Sciarretta ha messo il suo segretario particolare. Sarebbe stato opportuno che la presidenza fosse andata ad un rappresentante del mondo della produzione". In un'interpellanza, Costantini chiede a Sciarretta "se non ritenga opportuno evitare iniziative che potrebbero mortificare in breve tempo le originarie finalità dell’Enoteca e trasformarla in un ulteriore luogo di lottizzazione politica".
Replica Sciarretta: "Sono curioso di andare a verificare le nomine del governo di centrosinistra, e non mi meraviglierei se trovassi eletto qulache cavallo a senatore. L’assessorato ha indicato alla presidenza dell’Enoteca un proprio rappresentante: Tito Cieri, segretario dell’assessore e dipendente regionale, perito agrario. Un produttore di vino che porta regolarmente il proprio contributo alla cantina sociale di Ortona e che, proprio per la sua competenza, è stato eletto presidente all’unanimità".


(Il Messaggero, 13/1/2001)

Antinori inaugura centri di agriturismo nelle tenute del Chianti

Michèle Shah
Gli amanti del vino che hanno voglia di provare la vita di campagna in Toscana possono ora trascorrere le vacanze in una tenuta di uno dei maggiori produttori della regione. I Marchesi Antinori hanno aperto di recente una serie di residenze di campagna, chiamata Fonte de' Medici, nella loro tenuta di Santa Cristina, nel Chianti Classico.

Posta nelle ondulate colline della Toscana fra Firenze e Siena, Fonte de' Medici si situa fra le vigne che producono i famosi super-Tuscan di Antinori, Tignanello e Solaia.

Fonte de' Medici è diviso in tre residenze separate, separate da pochi minuti di cammino l'una dall'altra. I primi due edifici sono stati aperti lo scorso Luglio, e il terzo dovrebbe aprire la prossima estate. Il più vecchio dei tre, Podere Tignanello, risale al 15^ secolo e apparteneva alla Badia a Passignao, un potente monastero del Medio Evo. La famiglia Antinori rilevò la tenuta a metà dell'800, e gli edifici erano usati come fattorie. Tutti e tre gli edifici sono stati rinnovati e restaurati in modo da mantenere il più possibile la loro struttura e il loro carattere.

Podere Tignanello è una residenza di campagnamolto grande, in pietra, circondata da giardini, che guarda sulle vigne del Tignanello. Contiene sette appartamenti - di dimensioni tali da contenere da due a sei persone - con decorazioni in stile Toscano e comfort moderni. Ogni appartamento prende il nome da una delle varietà di uve tradizionali toscane: canaiolo, colorino, malvasia, mammolo, prugnolo, sangiovese e trebbiano.

Podere Vivaio è una villa di campagna con vista su un piccolo lago. Contiene solo due appartamenti, chiamati Leccino e Moraiolo, da due varietà di alberi di oliva; un appartamento può contenere due persone, l'altro fino a quattro persone.

Entro Luglio 2001, il terzo e più grande edificio, Santa Maria a Macerata, dovrebbe avere cinque o sei appartamenti pronti, oltre ad una area di ricevimento, piscina e caffè per tutti gli ospiti di Fonte de' Medici. Un totale di 17 appartamenti dovrebbero essere completati entro il 2002, compresi di campi da tennis.

Fra le attività di cui possono usufruire gli ospiti ci sono visite guidate e degustazioni a Santa Cristina. Con un sovrapprezzo, possono essere organizzate gite e degustazioni di vino ed olio nelle altre tenute degli Antinori, Badia a Passignano e Peppoli.

I prezzi degli appartamenti vanno da un minimo di 1,3 milioni di lire a settimana, fino a un massimo di 4,6 milioni a settimana, a seconda dell'appartamento e della stagione. Per maggiori informazioni, si può contattare il manager, Gilberto Nori, tel. 0348-397-9600 or 0339-615-3964, all'indirizzo e-mail info@fontedemedici.com.


(Wine Spectator, 13/1/2000)

Chianti. Vino transgenico, ...

CHIANTI - Vino transgenico, commercializzazione dell'olio d'oliva "Chianti Classico", agricoltura biologica. Il Chianti, le sue istituzioni e i suoi rappresentanti di categoria avranno molto da dire domani sera al ministro delle risorse agricole Alfonso Pecoraro Scanio, ospite del Consorzio del Chianti Classico a Sant''Andrea in Percussina. La visita del ministro è stata confermata dal direttore del Consorzio, Giuseppe Liberatore. Pecoraro Scanio arriverà nel Chianti dal Valdarno, dov'è in agenda un'altra visita. Punto primo, il caso del vino transgenico a cui l'Europarlamento di Strasburgo ha dato disco verde. A Pecoraro Scanio sono senz'altro giunti i documenti di diffida firmati dal coordinamento dei sindaci, dal Consorzio medesimo e anche da alcuni comuni tra cui Radda. Chissà se il ministro avrà preso nota, sicuramente domani qualcosa dovrà dire in merito. Punto secondo, olio Dop: il marchio "Chianti Classico" per l'olio d'oliva è arrivato dopo 8 anni di battaglie incrociate tra Chianti, Regione Toscana, Roma e Bruxelles. Forse già per il raccolto del 2000 si potranno ottenere bottiglie, ma è convinzione di molti produttori che se l'Europa avesse approvato la procedura anche solo un mese prima si potevano immettere sul mercato molte più bottiglie, con vantaggi di immagine e qualità.
di Andrea Ciappi


(La Nazione, 14/1/2001)

 

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